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7.5

Sono passati più di sette anni, ma una domanda rimane lì, come una vibrazione di fondo, un bordone che c’è anche quando credi di non percepirlo (più): cosa è stata davvero la morte di Bowie? Di risposte ne abbiamo lette molte. Le abbiamo fatte nostre, meditate, rifiutate. Continueremo a farlo, probabilmente, per molti anni. Magari prendendo nella dovuta considerazione tutti i segni, gli indizi, le “informazioni” che Bowie stesso non ha mancato di spargere lungo tutta la carriera e soprattutto nell’ultimo tratto della sua parabola. 

A Lazarus, che ha visto la luce della ribalta pochi giorni prima dell’album Blackstar, è dedicato questo saggio di Enrica Orlando. Che però, proprio per la natura peculiare del musical, non può fare altro che esondare e comprendere l’intero percorso espressivo di Bowie. Perché se è vero che Blackstar è in tutto e per tutto il sigillo dell’avventura discografica, Lazarus è uno sguardo che contempla l’intera produzione artistica di Bowie, Blackstar compreso. Ovvero, individua i passaggi cruciali – teatro, musica, cinema, arte figurativa, video… – e unisce i puntini per sintetizzare il senso di una vicenda che è, a tutti gli effetti, esistenziale.

“Può essere letto come un puzzle”, scrive Orlando, “i cui pezzi sono portali verso altre dimensioni, hanno ognuno un significato diverso e specifico ma, allo stesso tempo, messi insieme compongono un quadro narrativo dal senso coerente e universale: il viaggio di un alieno, molto più umano di quel che pensiamo, che crede nell’amore e nei sogni”. Un viaggio che vede come protagonista Newton, l’uomo che cadde sulla terra del romanzo di Trevis e del film di Roeg, perno attorno a cui ruotano schegge di passato, rovine di desideri, sdoppiamenti, visioni, allucinazioni, canzoni.

Newton che, nel suo essere finzione a più livelli (letteraria, cinematografica, teatrale, musicale), si sovrappone alla realtà di Bowie fino a rappresentarne l’essenza. Al centro di Lazarus si apre un vortice, un buco nero che attrae temi e tempo, contiene vita e arte di Mr. David Jones, contempla la presenza simultanea di Major Tom, di Ziggy, di Aladdin Sane, del Tin White Duke e di tutti gli altri personaggi che hanno rivelato Bowie – a sua volta un personaggio, una maschera in continuo cambiamento –  nel tempo. Tempo che non è passato, ricordo, ma immanenza, “durata”. A unire tutto (o, se si preferisce, a presentificare tutto) pensano, ovviamente, le canzoni. Vale a dire, chiaramente, le canzoni di Bowie, diciotto pezzi pescati dal co-autore di Lazarus Enda Walsh in un repertorio formidabile (quattro però composte ad hoc: quelle contenute nel No Plan EP). 

A tal proposito, vale la pena di citare nuovamente Orlando: “Se ogni personaggio rappresenta un’emozione, uno stato d’animo, una linea temporale, la musica rappresenta il filo che tiene salda la trama: non la rende lineare, ma tiene le redini del subbuglio narrativo. È un veicolo che permette di muoversi nel e oltre il tempo e lo spazio della rappresentazione. Crea collegamenti, suggerisce interpretazioni, allude, risolve, scombina, unisce e distrugge. Non rappresenta una singola emozione, ma l’insieme di passioni che si alternano in superficie”.

Affrontare Lazarus significa quindi necessariamente addentrarsi nella vita e nell’arte di Bowie. In ragione di ciò, questo saggio – che ha il merito di negoziare molto bene tra chiarezza e intensità – è anche una biografia, pur muovendosi liberamente lungo l’asse del tempo, ed è al tempo stesso un’esegesi coraggiosa del corpus bowieano, un tentativo lucido e accorato di scovare coordinate, connessioni, senso. E si sa che con Bowie è dura, perché si aprono trabocchetti un po’ ovunque, è tutto uno svoltare, sprofondare, rimbalzare, trapassare. 

Tuttavia, Orlando non perde la bussola, organizza il testo in capitoli che si passano il testimone tematico, dalla struttura del musical alle fonti da cui è scaturito, dalla trama agli elementi che lo compongono (tra cui, cruciale, lo schermo, feticcio che ricorre ossessivamente nei testi e nei video di Bowie), dai personaggi (interpretabili per molti versi come emanazioni del protagonista, che in essi si frammenta ed estende) a temi come il tempo, la follia, la libertà, per infine approdare al ruolo narrativo dei colori (beige, blu, rosso, nero, bianco). Ogni volta, puntualmente, le argomentazioni rompono la quarta parete ed esplodono nel vivo dell’universo-Bowie, diventando chiavi per aprire una porta – anzi: un armadio – così da permetterci di gettare uno sguardo su una tessera ulteriore del mistero.

Non dispiace né sorprende che tra i riferimenti bibliografici più utilizzati da Orlando ci sia l’ottimo Codice Bowie di Cantone e Snaidero, che col suo taglio rapsodico e multidisciplinare ha segnato un approccio critico audace e (perciò) commisurato alla struttura proteiforme dell’opera bowieana. Così come appare a fuoco l’intervista a Valter Malosti, regista della versione italiana di Lazarus, che fornisce a sua volta spunti intriganti per aggredire il senso del musical (“È un’opera che non sappiamo come finisca davvero”) e di Bowie stesso (“Il 90 per cento dei suoi testi è incomprensibile. Cioè, sembrano testi comprensibili, ma non lo sono”).

Ammetto che leggendo mi è capitato talvolta di pensare al rischio di sovraccaricare di senso quello che, in fondo, non è che un musical, quelle che in fondo sono solo canzoni, film, epifanie estetiche di una rockstar. Tutto ciò in ragione di un’ammirazione che spesso, con Bowie, sfiora pericolosamente l’adorazione. Ma ciò che mantiene lo sguardo (sicuramente appassionato) di Orlando in carreggiata è la solidità analitica, la capacità di ipotizzare correlazioni come minimo attendibili e spesso robuste, in virtù delle quali può concedersi intuizioni “liriche” assai suggestive senza con ciò perderci in credibilità.   

Se ad esempio ci si chiede perché Bowie avrebbe affidato il proprio testamento artistico a un’opera teatrale anziché a un disco (anche se Blackstar vuole essere anche un testamento, per molti versi), ecco una possibile risposta: “Il teatro è il miglior territorio per rappresentare il confine tra realtà e finzione, tra vita e morte. Nella dimensione teatrale avviene quello scambio reciproco che rende il palco più credibile della platea, la messa in scena più convincente della presunta verità, la finzione più vera della realtà. (…) Il teatro è il tempo sospeso di Newton, di tutti noi, dei nostri sogni. È il (non)luogo che permette il lancio del razzo che porta Newton sul suo pianeta e Bowie tra le stelle. È la culla nella quale noi siamo adagiati e possiamo continuare a farci attraversare. In teatro la messa in scena diventa vita. La morte è oltre il palco: è un’altra dimensione, è uno spazio eterno, in cui tutti sono attori e spettatori”.

Alla fine di 190 pagine agili e al tempo stesso ad alta intensità, l’impressione è che Un dono di suono e visione non sia solo una disamina accurata e accorata di Lazarus, ma uno dei saggi migliori che si possa leggere oggi su David Bowie. Oggi che è tempo di guardare il labirinto dall’alto, di orientarsi, puntare l’invisibile e – possibilmente – raggiungere il blu.

“Bowie gioca a sparire, ma poi non sparisce mai davvero”

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