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Lei è davvero brava, e in quel pezzo lo è in modo particolare, ma siete tutti e due dei bravi cantanti…

Alan Sparhawk: No, io no. Lei è una cantante nata, le viene naturale, io sono tutto lavoro. Devo sforzarmi e lavorare duramente per riuscire a cantare bene…

È uno stralcio di una nostra intervista di qualche anno fa. Era il 2018, parlavamo con Alan Sparhawk al telefono dell’album Double Negative, un disco coraggioso in cui i Low avevano cominciato a spingersi ancora più in là con la sperimentazione. Non avevano avuto paura di sporcare quelle loro bellissime voci, addirittura di farle “a pezzi” (parole sue) filtrandole e distorcendole. Quelle due voci che si completavano naturalmente, erano davvero fatte per cantare insieme. Di tutto quello che di bello hanno i Low al primo posto metterei proprio le due voci combinate e loro armonie, più del sound che è comunque cambiato, si è evoluto insieme al gruppo e alle sue due anime. Tra il capolavoro oggi rarissimo I Could Live in Hope e l’intenso Hey What ci sono in mezzo tanti cambiamenti ma anche un filo che un po’ attorcigliato riporta al loro segreto. Quelle due voci. Insieme.

La semplice domanda e risposta che abbiamo citato contiene due altrettanto semplici verità: quanto era brava Mimi Parker (ma per quello bastava ascoltarla, meglio se dal vivo) e l’ammirazione che suo marito mostrava verso di lei. Anche leggendo del dolore ancora vivo nelle interviste recenti di Alan (quella al Guardian per esempio) non riesco a non pensare come lui si sminuisse, quasi (più avanti raccontava di come lei sapesse cantare bene anche soul e blues e come questo fosse ancora un segreto – un segreto almeno prima che cantasse Fly, uno dei brani di quell’album). Questa cosa mi è sempre rimasta in mente e, forse per suggestione, alla luce di questo piccolo ma significativo passaggio anche il ritorno da solista di Alan Sparhawk finisce per sembrare meno alieno.

Altri dischi recenti hanno affrontato in modi diversi il suono del dolore e del lutto (da Nick Cave a Sufjan Stevens): qui però siamo di fronte a un lutto doppio, umano e artistico. Dopo la scomparsa prematura di Mimi, compagna di vita e di musica in quell’avventura bellissima che sono stati e sono tuttora i Low (se anche la band così come la conoscevamo ci sarà più, la musica rimane ed è un dono prezioso che tutti quanti avremo cura di custodire), avevamo già il presentimento che un ritorno di Alan Sparhawk alla musica sarebbe stato di “coerente rottura” – se ci si è consentito l’ossimoro. E che molto si sarebbe giocato sulla voce. Alan poteva cantare allo stesso modo che nei Low, senza Mimi? Noi ce lo chiedevamo e lui ha risposto. Chiaramente. Di no. Almeno per ora.

Anche se è un no pieno di sfumature strane, che sembrano quasi cambiare ogni volta che si ascolta il risultato. Intanto c’è da puntualizzare che Alan si era esibito tra la fine del 2023 e questa primavera dal vivo, con dei nuovi pezzi, come raccontato sempre in questo resoconto del Guardian. Ma per questo disco si direbbe abbia scelto altri brani e un’altra via, più radicale, difficile, disorientante. È nato ancora tutto in famiglia; stavolta però con la complicità dei figli. La creatività musicale in casa Sparhawk si è evidentemente trasmessa alla nuova generazione (anche se lo sapevamo ormai perché Alan e il figlio minore Cyrus suonano insieme in almeno due progetti). Nello studio di casa, Hollis e Cyrus hanno installato una drum machine e un microfono per improvvisare con i loro amici. Alan ha portato un sintetizzatore e un effetto per la voce per dare ai ragazzi qualche strumento in più per divertirsi. Poi ci si è messo lui ad armeggiare con questo (pre)set minimale, a improvvisare creando canzoni con una sorta di composizione spontanea. E così nato White Roses, My God.

È un disco che naturalmente sfida aspettative e preconcetti. Eppure da questo punto di vista è molto più in linea di quanto si potrebbe pensare, non tanto con gli ultimi lavori dei Low, ma con il concetto stesso dei Low (cos’era più sfida di un I Could Live in Hope nel 1994?). Questo non garantisce affatto che il primo ascolto non possa essere traumatico. Get Still addirittura respingente, per certi eccessi apparentemente caricaturali del pitschifter sulla voce. All’inizio. Eppure appena si approfondisce e ci si concentra con attenzione la trama appare come un disegno cangiante, uno di quegli stereogrammi che osservandoli da vicino ti disorientano, poi ti assorbono e ti fanno vedere cose che non ti aspettavi. Intanto una trama c’è – sempre: alcuni pezzi possono dare l’impressione di estemporaneità ma sono tutte canzoni con una struttura, melodica come Not the 1 (arrangiata diversamente sarebbe stata un pezzo da Low) o più orientata a una ripetitività ossessiva – e aggressiva – come possono essere Can You Hear e Brother o una più labirintica Black Water. Persino i brani che sembrano divertissement nascondono sotto quelle pieghe strane degli effetti vocali il senso liberatorio dell’operazione (I Made This Beat e, più ancora, Feel Something) o la sua anima profonda: «Heaven / It’s a lonely place if you’re alone /I wanna be there with the people that I love», canta la voce filtrata di Alan in Heaven, melodia bellissima anche se dura appena un minuto. Più si va avanti fino alla conclusiva Project 4 Ever e più si ha la – strana – sensazione, opposta rispetto a quella provata all’inizio, che la voce di queste canzoni avrebbe potuto essere solo il vagito elettronico che sentiamo. Con Project 4 Ever si è ancora più convinti perché ci sono passaggi in cui la voce stessa diventa puro suono.

Se sia solo voglia di sperimentare, se il fatto di camuffare così il proprio canto sia invece un segno di sofferenza e un tributo, conscio o inconscio, a Mimi, è apparentemente materia di più da psicologia che da critica musicale. Quello che a noi importa è che dietro quel timbro e quei torni alterati si riconosce l’anima complessa del musicista apprezzato da anni, che ha lanciato una sfida a se stesso non meno che a chi l’ascolta. Leggendo tra quelle risposte di qualche anno fa si trovano altre chiavi: «Siamo i Low, d’accordo, ma abbiamo cercato di suonare come nessuno ci aveva ancora sentiti», fino a quell’idea di “fare a pezzi” le voci, manipolarle, verso «qualcosa che cerchiamo sempre, il contrasto di elementi tra il bello e il difficile o il brutto, come può essere il rumore».

Tutti concetti che si potrebbero applicare benissimo a White Roses, My God. La filosofia è rimasta la stessa. Quel “fare a pezzi” una voce per farla diventare nuova, o per farla rinascere, ci suona familiare. Come tutto quello che riguarda questo disco all’apparenza così anomalo. Che sia una terapia, un ricomincio da zero, una resurrezione (pensando che comunque abbiamo a che fare con una persona profondamente religiosa) è difficile da dire, ma è sicuramente qualcosa nello spirito della band che abbiamo sempre apprezzato e di tutto quello che ha rappresentato.

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