Recensioni

Ti volti indietro e vent’anni non sembrano poi nemmeno questa gran cosa: sono il succedersi degli anni, la vita stessa che scorre come il fiume che a Duluth si allarga, prima di gettarsi nel lago Superiore e creare quel porto che anche il menestrello più noto della città deve aver guardato tante e tante volte. Dopo l’esordio e Long Division, dopo Trust e The Great Destroyer, a Duluth i Low ci sono voluti prepotentemente tornare, a registrare in autarchia assoluta (o quasi) dentro una chiesa vuota. Era C’mon, targato 2011, con un decantato ritorno alle origini.
Due anni dopo si cambia scenario: Chicago negli studi dei Wilco, dietro la consolle Jeff Tweedy, alla ricerca di un suono nudo e crudo, ma al contempo emblematico. Il discorso sembra riannodarsi a quello iniziato due anni fa, con lo sguardo non rivolto nostalgicamente indietro ma abbastanza laterale da permettere alla vista periferica di riprendere anche una parte del passato. Passato che per certi versi appare migliore di un presente fatto di guerre e contraddizioni umane che, nonostante si siano scandagliate con tutti gli strumenti della ragione, continuano ad apparire insuperabili.
Sul piano musicale, Mimi non ha mai cantato così tante canzoni (cinque su undici) e la chitarra acustica non è mai stata così presente. Eppure la vera pietra angolare del disco è un sentimento di bittersweetness esplicitato al meglio in due brani, diversissimi tra di loro, che omaggiano un gruppo che della lateralità è stato paladino: i Galaxie 500, guarda caso un altro trio. Ascoltate So Blue e Just Make It Stop e poi provate a infilare nel lettore Today: tante le diversità, ma quello spleen fine Ottanta – proprio il periodo di formazione dei Low – ne è cifra determinante. Altrove il tocco Tweedy si sente eccome: le chitarre di Plastic Cup o l’atmosfera di Clarence White.
Non c’è nulla di contemporaneo in queste undici tracce, eppure suonano come un disco di oggi. I Low fanno il paio con altri grandi vecchi – con una carriera quasi parallela per durata e numero di dischi – come gli Yo La Tengo (anche loro in uscita in questo scorcio di 2013): fanno dischi come quasi nessuno sa fare al momento, coerenti, profondi, stratificati, curati, ma ancora urgenti nonostante l’età. Vivi, come se la musica avesse concretizzato il sogno più antico del rock: un’eterna giovinezza che non significa assenza di saggezza, ma una ricerca che vale di per sé.
Amazon
