Blur
Blur, still dal videoclip di “Song 2”

Blur. “Song 2”, da burla a immortale tormentone pop

Ogni decennio degli ultimi cento anni circa ha visto scrivere e riscrivere le regole per la composizione della canzone popolare di successo. Dalla fucina di talenti della Tin Pan Alley newyorchese al pop “di batteria” del Re Mida svedese Max Martin passando per la sistematica ma illuminata catena di montaggio della detroitiana Motown, il “brainstorming” creativo ma conflittuale dei Beatles, le certosine sovraincisioni vocali da studio dei Queen di Bohemian Rhapsody e le inusuali, ardite e personalissime sequenze di accordi architettate in solitudine dal Kurt Cobain di Nevermind. Ma è quando si fa carta straccia del manuale di istruzioni ed il successo da classifiche di vendita scoppia inaspettatamente in mano a chi l’ha composto che le cose si fanno davvero eccitanti. Come è nel caso di Song 2 dei Blur.

Nel 1997 il quartetto britannico si trovava nell’invidiabile, intoccabile posizione di chi è “arrivato”, di chi ha raggiunto quel livello di successo tale che permette di cominciare a tirare i remi in barca, senza avere la necessità di dimostrare nulla a nessuno. Certo, i rivali Oasis avevano un pubblico più vasto dalla loro parte – e quello americano in particolare – ma Damon Albarn e soci erano riusciti a conquistare il favore pressochè unanime della critica e di un audience più esigente. In cerca di ispirazione, la band cominciò proprio in quel periodo a guardare con interesse al rock alternativo statunitense, più crudo e rumoroso di quello casalingo, ed in particolare ad una realtà di quella scena musicale consolidata ed incensatissima come quella dei Pavement. Un cambio di rotta significativo per uno dei nomi di punta di quell’amato ed odiato Britpop che per qualche anno aveva dominato la scena rock internazionale in contrapposizione proprio a quello che arrivava contemporaneamente da oltreoceano, ovvero il cosidetto – amato ed odiato anch’esso – Grunge.

Era un periodo in cui ero stanco di fare pezzi complicati. Volevo solo fare qualcosa di semplice e orribile. Volevo fare più rumore possibile
Graham Coxon intervistato da Warren Huart per il canale Youtube Produce Like A Pro

Basata su un riff di chitarra apparentemente elementare buttato giù in forma di demo dallo stesso Albarn, poi rifinito con dissonanze ingegnose dal chitarrista Graham Coxon, e contraddistinta da un pattern percussivo iniziale suonato dal batterista Dave Rowntree e lo stesso Coxon e poi messo in loop dal produttore Stephen Street, la canzone non ha comunque nulla a che spartire con la raffinatezza di altri episodi del repertorio della band, tradendo con questo la sua genesi fortuita, frutto di alcuni minuti di sbrago totale alla chitarra acustica, e registrata in uno studio surriscaldato, tra i fiumi fitti dei postumi di una sbornia notturna, stando a quanto rivelato in un intervista dal bassista Alex James.

Non volevamo dedicargli molto tempo. Pensavamo che forse sarebbe stato un buon brano per l’album… Ma l’abbiamo fatto soprattutto per fare un po’ di casino e far saltare la testa a quelli della casa discografica e dirgli che vogliamo che questo sia un singolo. Ma loro ci sono arrivati prima di noi, e ci hanno detto entusiasti che questo doveva davvero uscire come singolo!
Graham Coxon

Pubblicata nell’aprile dello stesso anno, la canzone venne accompagnata da un video promozionale firmato dalla regista Sophie Muller. Videomaker prolificissima – con più di trecento filmati promozionali all’attivo – la Muller viveva in quegli anni un momento di particolare successo. Oltre a poter vantare la conquista, a distanza di pochi anni uno dall’altro, dei premi Grammy, MTV Video Music Award e BRIT, nella sua filmografia possiamo trovare lavori per Annie Lennox, Sade, Björk, Hole, Jesus and Mary Chain, Sparks, Jeff Buckley, The Cure, Manic Street Preachers, Garbage, Sparklehorse, Radiohead e tanti altri.

Già anche regista del primo singolo estratto dal quinto album dei Blur, ovvero la beatlesiana Beetlebum, nel caso di Song 2 la Muller optò per un approccio semplice ed estremamente efficace, finalizzato a sottolineare la contagiosa e dinamica struttura “quiet-loud” della canzone, proprio tipica dell’indie-rock dal quale i Blur prendevano deliberatamente ispirazione. Ecco così che, nei momenti più distorti ed esplosivi del pezzo, che la band raccolta in una stanza male illuminata e vagamente claustrofobica, viene ripetutamente scaraventata contro le pareti del set, ripropronendo in versione riauttualizzata ed estremizzata gli iconici e galvanizzanti titoli di testa di Back to the Future, scena che aveva reso celebre il Michael Andrew Fox/Marty McFly spinto contro un muro dalla potenza di un power chord, e di un cono di amplificatore grande come un intera parete.

Il titolo Song 2 – titolo di lavorazione in studio derivato dal suo posto nella tracklist provvisoria – venne mantenuto anche per la sua versione ufficiale. Per uno strano scherzo della casualità la canzone dura proprio due minuti e due secondi, con due strofe, due ritornelli e – a cui si aggiunge l’intro in cui Damon urla l’immortale “woo-hoo!”. Oltre a questo, è la canzone che occupa la seconda posizione della tracklist dell’album dal quale è estratta e, come già scritto, è anche il secondo singolo in ordine di pubblicazione, nonché la seconda traccia della loro raccolta di successi Blur: The Best Of. Per completare il cerchio, il destino volle che raggiungesse il secondo posto della classifica di vendita britannica di quell’anno.

A posteriori viene da chiedersi che cosa sarebbe saltato fuori se la band avesse mantenuto quel tipo di energia, mettendo in fila una dopo l’altra, per la lunghezza di un intero album, una serie di canzoni che ne rispecchiassero la stessa contagiosa ed irruente immediatezza. E grazie ad un volo di fantasia ed un po’ di irriverenza è possibile immaginare i Blur sorpassare in popolarità gli eterni rivali Oasis, dando alle stampe il loro riottoso e trionfale Nevermind.

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