Recensioni

Tra i film degli anni ’80 che più hanno rappresentato quel decennio, nel bene e nel male, Flashdance occupa un posto di rilievo. Un cult, specie per molte 40-50enni di oggi cresciute nel mito di Jennifer Beals e dell’aspirante danzatrice classica Alex Owens da lei interpretata. Non un capolavoro ma comunque una pellicola capace di plasmare la cultura popolare, tanto che in qualsiasi classifica delle opere cinematografiche più amate e influenti del periodo figura quasi sempre nelle posizioni di vertice.

Il film arriva nelle sale ad aprile 1983. La trama è scarna, il messaggio fin troppo elementare: inseguite i vostri sogni e non arrendetevi di fronte alle difficoltà. Flashdance è un film dal sapore sempliciotto, come tanto cinema degli 80s, ma in fondo il suo fascino è anche questo. I suoi limiti, specie nella sceneggiatura e nei dialoghi, sono evidenti, però la scena finale è da antologia, anche se con tutta probabilità il successo del film lo si deve soprattutto alla sua celebre colonna sonora, quella sì inattaccabile sotto ogni punto di vista. Ma ci arriveremo. Per adesso basti dire che intorno alla metà degli anni Ottanta lo stile registico di molti cineasti inizia a essere influenzato dal linguaggio del videoclip, un medium che solo recentemente ha iniziato a muovere i primi passi (il lancio di MTV risale al 1981), e Flashdance ne è un esempio al pari di altri iconici titoli coevi come Footlose, Top Gun e in parte anche Rusty il selvaggio.

La storia si svolge a Pittsburgh, in Pennsylvania. La diciottenne Alex è una ragazza come tante, con la passione del ballo e il sogno nel cassetto di entrare nell’accademia di danza della sua città. Per coltivare tale aspirazione conduce una sorta di doppia vita, perché prima di tutto deve guadagnarsi da vivere. Di giorno, infatti, lavora come saldatrice; di notte si esibisce come ballerina in un locale. Una sera, casualmente, il suo datore di lavoro in fabbrica la vede ballare e scopre che è una sua dipendente, dunque dal giorno dopo inizia a farle una corte serrata a cui lei, dopo qualche titubanza iniziale, finirà per cedere. La love story, però, non distoglie la ragazza dal suo obiettivo di guadagnarsi un’audizione come danzatrice classica, un sogno che infine riuscirà a realizzare.

Siamo pienamente dentro un filone cinematografico incentrato sui desideri di una generazione, sulla scia de La febbre del sabato sera, dal quale tuttavia Flashdance si differenzia per l’assunzione di un grandangolo più individuale laddove il film di John Badham puntava la lente su uno spaccato sociale a dir poco desolante, e Saranno famosi, la… famosa pellicola di Alan Parker uscita nel 1980 che ha generato anche l’omonima serie TV. A prima vista Flashdance potrebbe sembrare un film per ragazzi, pur nel senso più nobile dell’espressione, ma in realtà non è così. Lo spettatore, anzi la spettatrice (ma il film parla benissimo anche all’universo maschile), si identifica fin da subito con la protagonista, che è una donna tutt’altro che fatale come l’attrazione tra Michael Douglas e Glenn Close che il regista Adrian Lyne (scelto per Flashdance dopo che i produttori avevano sondato David Cronenberg e Brian De Palma) dirigerà nel 1987. La Beals, che sta per compiere 20 anni ed è al suo primo ruolo importante, è perfetta nella parte di ragazza acqua e sapone autonoma e indipendente, che ha due anni in meno dell’attrice nella realtà e già vive da sola (in un appartamento ricavato in un ex deposito).

La determinazione di Alex si riflette in quella della Beals che le dà il volto. Come in Rocky, la simbiosi tra personaggio e attore è perfetta e gli sforzi che il primo profonde per affermarsi nella danza come nel pugilato, riflettono la voglia di emergere del secondo nel mondo del cinema. L’unica differenza, ma in fondo di poco conto, è che Sylvester Stallone faceva finta di prendere i cazzotti in prima persona, mentre la giovane attrice natia di Chicago, pur ballando davvero, per alcune scene di ballo ha bisogno di ben quattro controfigure, una delle quali un uomo e un’altra una ginnasta. Questa corposa profusione di energie specialistiche conferma la centralità, nel film, dell’aspetto coreografico, il quale tuttavia in alcuni momenti sembra prendere il sopravvento sulla storia e sulla stratificazione e caratterizzazione dei personaggi.

Ciononostante, forse involontariamente, Alex è l’incarnazione perfetta e stereotipica di un modello imperante all’epoca, quello della ragazza della porta accanto che ogni suocera vorrebbe come nuora (più o meno). Ma soprattutto, rappresenta l’ideale di self-made woman tipicamente Eighties, una ragazza semplice ma sveglia e intraprendente, che sogna in grande. Eccolo dunque il valore storico prima che artistico della pellicola, che è di discreto livello, lo ribadiamo, ma è soprattutto un documento, l’istantanea di un’epoca. Alle volte un film insegna più di un libro di storia. In Flashdance, infatti, c’è tutto lo zeitgeist americano degli anni ’80. L’industria cinematografica è sempre stata un formidabile veicolo di diffusione per la cultura dominante, e nel decennio “edonistico” Hollywood ha chiaramente fatto il suo dovere (come continua a farlo oggi). Quando non si prestava alla propaganda reaganiana più manifesta (chi ha detto Rambo 2?) era comunque bagnata di ideologia (seppur mascherata), promuovendo velatamente i valori fondanti di un certo modo di intendere la realtà sociale, politica ed economica tipiche di quel decennio.

La retorica del farcela da soli è caratteristica di un’epoca in cui l’ambizione è quasi un imperativo etico. L’arrivare è un dovere prima di tutto sociale, un dogma verso cui dev’essere orientata ogni attività del singolo, hai visto mai che si pensi che tu sia un fallito (in questo, gli anni 2020s somigliano molto agli ’80). Un comandamento che chiaramente attecchisce prima di tutto nella cosiddetta Land of opportunity, dove comunemente si è portati a credere che anche un lavapiatti possa diventare un miliardario (il che non è detto che non possa accadere). Del resto lo diceva John Steinbeck: «Il comunismo negli Stati Uniti non ha mai attecchito perché i poveri non vedono se stessi come membri oppressi del proletariato bensì come milionari in temporanea difficoltà».

Alex appartiene a quella working class in fondo disprezzata dalla cultura neoliberista angloamericana la cui visione di società ha trovato nella Thatcher e in Reagan i suoi più fedeli esecutori politici. In più ci sono le origini afroamericane della Beals (da parte di padre). Ma non solo Alex fa un lavoro considerato umile, bensì anche i suoi amici. Il film gronda di irrequietezza, di desiderio di autoaffermazione, tutti i personaggi principali ambiscono a qualcosa, sono in fermento, smaniosi (e insoddisfatti). Il desiderio di spiccare è anche un desiderio di ascesa, e dunque di riscatto, sociale. Tutti aspirano a un di più, non solo Alex: la sua amica Jeanie, una cameriera, vorrebbe diventare una pattinatrice artistica, e anche il fidanzato di quest’ultima, Richie, che fa il cuoco in un fast food, vorrebbe diventare uno stand up comedian. Alex non vuole impugnare a vita una fiamma ossidrica, così come i suoi amici non vogliono restare a vita a servire ai tavoli o a cucinare hamburger. Tutti, però, a differenza della protagonista, dovranno scontrarsi con la dura realtà.

Un realtà che peraltro Alex riesce a piegare a proprio favore solo grazie a una “spintarella” del suo capo innamorato, perché nella vita è anche questione di fare gli incontri giusti. Il capo nel film non solo è buono e belloccio (del resto bisogna piantarla con la retorica del padrone brutto e cattivo) ma è anche sinceramente preoccupato delle sorti della sua nuova fiamma al punto che la “raccomanda” (facendola inizialmente incazzare a morte) a un suo amico membro della commissione incaricata di decidere sull’ingresso della ragazza nell’Accademia di danza di Pittsburgh. Insomma, paradossalmente, alla fine, quella partorita dalla penna degli sceneggiatori Tom Hedley e Joe Eszterhas più che a una storia americana, somiglia a una storia all’italiana.

Italiano, del resto, è il compositore che – diciamolo – ha reso davvero memorabile il film, il quale senza la sua iconica colonna sonora chissà se si sarebbe fatto ricordare così a lungo. È infatti Giorgio Moroder a comporre la canzone principale, Flashdance… What A Feeling, cantata da Irene Cara, grazie alla quale il compositore di origini altoatesine si aggiudica il suo secondo premio Oscar (nel 1979 aveva trionfato per la soundtrack di Fuga di mezzanotte e nel 1987 rivincerà con la canzone Take My Breath Away, dal film Top Gun). La musica è fondamentale in Flashdance, fa scattare qualcosa. «Tu esci, la musica attacca e tu cominci a sentirla». Per questo la colonna sonora non si ferma a Moroder ma include anche la hit Maniac, di Michael Sembello, i brani Lady, Lady, Lady di Joe Esposito, I’ll Be Here Where The Heart Is di Kim Carnes e Love Theme from Flashdance di Helen St.John, oltre a una cover in inglese di Gloria di Umberto Tozzi cantata da Laura Branigan. Il disco venderà 700mila copie nelle due settimane successive alla sua uscita, arrivando a un totale di ben 6 milioni di copie nei soli Stati Uniti e diventando uno dei maggiori successi del decennio.

Chi non coltiverà nel tempo l’onda di una celebrità arrivata così all’improvviso sarà la stessa Beals. L’attrice viene scritturata per il film che le regalerà la fama mentre sta studiando all’università di Yale, ma dopo l’exploit ottenuto con la pellicola rifiuterà svariate offerte che le arriveranno sull’onda di quel successo e deciderà di proseguire gli studi, laureandosi nel 1986. Dopodiché prenderà parte ad altri progetti ma prediligendo il cinema indipendente (la rivediamo brevemente anche in Caro diario di Nanni Moretti nei panni di se stessa) e in virtù di ciò cadendo fatalmente nel dimenticatoio (rifiuterà anche una sostanziosa cifra offertale per girare una rappresentazione teatrale di Flashdance); diventerà buddhista, pur essendo una grande conoscitrice della Bibbia, nonché icona gay (si definirà membro onorario della comunità LBGT+).

Dunque per certi versi un personaggio molto poco anni Ottanta, un carattere schivo e riservato molto poco in linea con un decennio comunemente riconosciuto come quello dove a regnare sono apparenza e plasticità. E dinamismo. Al bando le riflessioni, non c’è tempo per pensare devi darti da fare, devi muoverti, muoverti, muoverti. È lo spirito del tempo. E noi che eravamo rimasti a Battiato quando cantava: «Si salverà chi non ha voglia di far niente e non sa fare niente».

Amazon
SentireAscoltare

Ti potrebbe interessare

Le più lette