Recensioni

La commedia all’italiana, nei suoi oltre settant’anni di storia, ha attraversato diverse fasi, spesso difficili da delimitare con precisione temporale, poiché queste si sovrappongono e si confondono tra loro. Abbiamo avuto la commedia all’italiana neorealista inaugurata da Pane, amore e fantasia, quella amara de Il sorpasso e La voglia matta, e quella dai riflessi politico-sociali di In nome del popolo italiano e Pane e cioccolata. Tuttavia, è complicato definire con esattezza dove inizi un periodo e finisca l’altro, poiché ognuno di essi incorpora elementi del precedente e del successivo.

Un punto di svolta è stata l’uscita di Sapore di mare, un film che racconta l’estate di un gruppo di ragazzi nella Versilia degli anni Sessanta, tra picnic, giochi in spiaggia, flirt e delusioni, e falò notturni in riva al mare. Attenzione, però: non tutte le svolte portano miglioramenti, e spesso è vero il contrario. Per un certo modo di intendere il cinema comico, il primo film ‘spiaggiarolo’ firmato dai fratelli Vanzina (Carlo alla regia e co-sceneggiatore insieme a Enrico) ha delle colpe storiche, tra cui quella di aver ucciso, o quantomeno iniziato a uccidere, la vera commedia popolare italiana. E questo nonostante i suoi oltre 10 miliardi di lire di incasso al botteghino e il David di Donatello (più un Nastro d’argento) conferito a Virna Lisi come migliore attrice non protagonista.

Sapore di mare girato in parte a Forte dei Marmi e in parte a Ostia e Fregene, esce nel febbraio del 1983. L’anno è importante per l’intrattenimento catodico italiano, visto che il 4 ottobre inizieranno le trasmissioni di Drive In. Come il programma comico di Antonio Ricci, lustro dell’allora neonato impero televisivo berlusconiano che tanto inciderà nel modellare i gusti del pubblico, Sapore di mare, e ancora di più il suo contraltare invernale Vacanze di Natale, che uscirà a dicembre dello stesso anno, usa un linguaggio più televisivo, fondato sullo sketch, sulla battuta “a freddo”, sullo slogan tipico del format pubblicitario che è alla base della tv commerciale, su ritmi e tempi accelerati e condensati in una frase o molto più spesso in una parolaccia a effetto, che da mezzo diventa fine. Una grande partita giocata a tavolino, una svolta che non parte da esigenze storico/sociali ma forse per la prima volta da un disegno afferente al marketing.

Sapore di mare (Vanzina, 1983)

Da questo momento, la commedia all’italiana diventa meno autentica e meno verista. Non trae più dal popolo per restituire al popolo, ma si affida a personaggi e situazioni stereotipati, monodimensionali e privi di complessità. La caratterizzazione diventa superficiale, si ricorre a cliché e a maschere falsamente veraci, tipiche della narrazione televisiva che adotta le regole delle strategie di vendita e recide i legami con il folklore. Questo cambiamento non avviene improvvisamente; la vecchia scuola resisterà ancora per un po’. Si potrebbe dire che l’Italia sta cambiando e, di conseguenza, cambia anche il racconto degli italiani. Forse. Di sicuro, però, il Paese non sta cambiando in meglio, ma arriveremo a comprenderlo tra poco.

Anche i volti cambiano. Attori iconici come Gassman, Tognazzi, Manfredi e Sordi, insieme a Banfi, Pozzetto, Villaggio e Montesano, iniziano a cedere il passo a una nuova generazione di comici dai tempi e modi più ritmati e frenetici. Da questo momento in avanti, oltre a un esercito di interpreti minori e caratteristi perlopiù dimenticati, si affermeranno i Jerry Calà, gli Ezio Greggio, i Christian De Sica e i Massimo Boldi. Gli ultimi due, in particolare, sotto l’egida dei Vanzina, formeranno una coppia che diventerà sinonimo di cinepanettone. Un genere i cui natali sono appunto riconducibili a Vacanze di Natale, ma le cui caratteristiche Sapore di mare ha anticipato, assumendosi così la responsabilità storica di aver generato un filone che, per definizione, è usa e getta.

Non solo. Il film estivo, oltre a generare un sequel quasi immediato, Sapore di mare 2 – Un anno dopo, uscito sempre nel 1983, avvierà una lunga serie di pellicole vacanziere (potremmo definirle cinecocomeri) ambientate nelle località estive più gettonate dello Stivale e oltre. A stretto giro arriveranno infatti Giochi d’estate, Yesterday – Vacanze al mare, Rimini Rimini, Abbronzatissimi, Montecarlo Gran Casinò, e Saint Tropez, fino ai più recenti Un’estate al mare, Immaturi – Il viaggio e Sapore di te, terzo capitolo della trilogia arrivato fuori tempo massimo.

Il cast di Sapore di mare

Negli anni ’90, caratterizzati da un allontanamento dalla plasticità del decennio precedente, si osserva un parziale recupero del vecchio stile dolceamaro, rivisitato in chiave moderna grazie ai lavori di registi come Gabriele Salvatores, Paolo Virzì e Daniele Luchetti. Tuttavia, nel complesso, il panorama cinematografico si conforma alle tendenze dominanti del periodo.

Ecco dunque il “parricidio”: in un certo senso, i figli ammazzano il padre. Carlo ed Enrico Vanzina, discendenti diretti di Steno (al secolo Stefano Vanzina, citato in Sapore di mare durante una scena di proiezione all’aperto de I due colonnelli), rappresentano la nuova generazione che ha contribuito a deturpare la commedia all’italiana di prima generazione. Questa, verso la metà degli anni ’80, è stata trasformata da una comicità mordi e fuggi, seriale e industriale, oltre che greve e pacchiana, pensata e realizzata per il consumo di massa.

Ma allora, perché, a più di quarant’anni di distanza, continuiamo a parlare di Sapore di mare, un film che finora in questo articolo abbiamo giudicato negativamente e che non ha mai completamente soddisfatto né la critica né il pubblico? In realtà, il film ha qualche pregio. È una pellicola gradevole, priva di quella sguaiataggine e di quella patina dozzinale che caratterizzeranno molte commedie successive. È romantica, sentimentale, con una vena naif che, forse, ha contribuito a creare un impatto estetico più duraturo di quanto previsto dalle intenzioni originali.

Jerry Calà in una scena del film

Nell’Italia dei primi anni ’80, proprio prima che il revival diventasse una moda anche da noi, guardarsi indietro, anche senza intenti critici, era considerato da sfigati. È l’epoca dell’edonismo reaganiano, della Milano da bere, del disimpegno, dell’individualismo e del rampantismo. Trionfa l’apparenza, conta l’esteriorità, in netto contrasto con le vecchie generazioni che avevano vissuto la guerra e la fame, così come con quelle che avevano partecipato alla contestazione.

L’Italia è appena uscita dagli anni di piombo, la gente vuole solo divertirsi, aumentano i benestanti e i consumi. Culturalmente, gli italiani sembrano risucchiati da una forza ascendente che li stacca da terra e li spinge a prediligere, e, quel che è peggio, a emulare, i modelli imposti dall’alto, quelli dettati dall’élite del capitalismo nostrano (e probabilmente non solo). Gli Ottanta sono anni di rimozione, di distacco emotivo e ideologico dalle ribellioni e dalle battaglie sociali e civili che hanno caratterizzato il decennio precedente.

Adesso, a passare di bocca in bocca sono le frasi create dai pubblicitari, a risuonare sono i jingle degli spot e le siglette dei programmi delle tv private. Craxi e la sua cricca magica, traffichina e arrivista rappresentano l’emanazione politica perfetta dello spirito italiano del periodo e stanno per impadronirsi del governo del Paese, mantenendolo fino al 1987. Insomma, sono tempi da ottimisti, per dirla con Venditti. In questo contesto culturale, nell’Italia del 1983, è abbastanza evidente che una storia ambientata due decenni prima suoni un po’ strana. Beninteso, a livello internazionale, musica e cinema degli Eighties sono già pregni di nostalgia e omaggi al passato, si potrebbero fare decine di esempi, ma siccome in Italia arriviamo sempre tardi, ci vorrà un po’ prima che il recupero diventi pratica comune anche da noi. In questo, Sapore di mare è stato anticipatore, con il suo piglio rétro.

Ma perché tutta questa nostalgia, supportata da una colonna sonora composta unicamente da canzoni degli anni ’60? Perché rimpiangere un passato relativamente recente, rappresentandolo in modo così idilliaco e idealizzato, come un’età dell’oro ormai irrecuperabile, se il presente sembra così bello e ricco di opportunità? Forse gli anni ’80 non sono così splendidi come si vorrebbe far credere. E se i Vanzina l’avevano già capito nel 1983, allora l’hanno fatto prima di molti altri.

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