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Quattro anni dopo la caduta del muro di Berlino e la conseguente crisi del partito comunista italiano, (ma anche) di valori e di ideali in una società sempre più vittima del suo edonismo sfrenato e disinteressato (Palombella rossa, 1989), in contemporanea con lo scandalo di Tangentopoli e Mani pulite, Nanni Moretti decide di abbandonare la maschera arcigna e polemica di Michele Apicella, che fin da Io sono un autarchico (ed esclusa la parentesi de La messa è finita) aveva finito per accompagnare lo spettatore italiano nella giostra di rancori che condiva la quotidianità e il dibattito socio-culturale, per imbastire un racconto stavolta molto più personale e ancorato a certi stilemi cinematografici che ne esaltino la portata descrittiva e critica verso il costume italiano, senza mai apparire pedante o bacchettone, anzi elevando l’archetipo e lo stereotipo a nostromo in mezzo al mare di sentimenti contrastanti che navigano e governano l’individuo. Il Nanni protagonista di Caro diario (1993) non è il vero Nanni Moretti (fatta eccezione per l’episodio conclusivo, Medici) ma è piuttosto una sua caricatura divertita, un’esagerazione di ciò che il pubblico già conosceva e amava dell’autore e regista di Ecce Bombo e Bianca, spogliato però di quell’egoismo fine a se stesso del personaggio Apicella e della sua proverbiale arroganza (che pure non manca, ma qui appare usata più per veicolare che scatenare una risata amara). 

Il personaggio Nanni dell’episodio In vespa, che apre il lungometraggio, sembra proprio fare il verso ad Apicella: in «Voi gridavate cose orrende e violentissime, e voi siete imbruttiti. Io gridavo cose giuste e ora sono uno splendido quarantenne» è difficile non cogliere l’allusione a «Le parole sono importanti» del suo film precedente, ma a differenza dello smemorato capo di partito di Palombella rossa, il Nanni splendido quarantenne non è più interessato a portare dalla sua parte il pubblico, ma a tenersi stretto i suoi fedelissimi. Apicella gridava cose giuste, Nanni ne raccoglie i frutti. Non è un caso, infatti, che il tanto temuto “dibattito” sia quasi sempre negato nel corso della pellicola (il breve dialogo sulla minoranza di persone, Spinaceto pensavo peggio, il lungo viaggio solitario in vespa per le strade di una Roma d’agosto deserta). Un po’ come se la rabbia dei primi lungometraggi, quelle urla spesso rivolte allo spettatore in sala per ammonirlo della sua ignoranza e della sua complicità con un sistema già saturo di malignità varie, fosse stata sostituita dalla potenza meno immediata ma probabilmente più efficace dell’ironia. Sono pochissimi i momenti in cui quest’ultima arma del regista non reclama per sé l’attenzione primaria da parte dello spettatore, sono pochi i momenti in cui non si ride di gusto e di intelligenza in questa calibrata ma sgangherata sequela di episodi che ben delineano una voglia sconfinata di dare un senso estetico a un percorso artistico che rischiava di ristagnare nelle torbide acque della ripetitività. 

Superati i quaranta e alle porte dei cinquanta, Nanni Moretti cerca di tirare le fila del discorso, e a una inevitabile sconfitta (del suo snobismo a tutti i costi) preferisce l’isolamento e la compagnia di pochi ed eletti amici di avventure. Non solo il non poter più imparare a ballare bene come Jennifer Beals in Flashdance, un film che gli ha cambiato la vita (sempre al Moretti splendido quarantenne), ma anche il non sopportare nemmeno per un momento l’esaltazione per il nulla e la vita mondana agghiacciante di Panarea. Nanni e così Gerardo (splendidamente interpretato da Renato Carpentieri) sono due archetipi, personaggi caricaturali che attraversano le isole Eolie come viaggiatori erranti alla ricerca di una resa dei conti con le proprie idiosincrasie dalle quali è impossibile fuggire, con la vana speranza che l’isolamento riuscirà a guarirli anche solo per un momento dal frastuono quotidiano dell’esistenza. Il filosofo che sviluppa un’ossessione patologica per la televisione ostracizzata per trent’anni, oltre a costituire un siparietto divertentissimo è una sfacciata ammissione di colpa e contemporaneamente una sottolineatura di tutte quelle etichette che amiamo affibbiare all’autore. Anche se l’ironia non viene rimossa nemmeno nell’episodio conclusivo: in Medici Moretti si riappropria della sua persona senza rinunciare al personaggio. È lui il primo a prendersi gioco di se stesso e a scherzare su una malattia che avrebbe potuto costargli la vita. «I medici sanno parlare ma non sanno ascoltare» riassume il regista, un’invettiva contro tutte quelle classi privilegiate di cui pure lui fa parte, ma che non possiamo permetterci di ignorare o colpevolizzare (di questi tempi fa sorridere anche di più), o magari solo un po’. 

Nel 2021, a quasi trent’anni dalla sua uscita, Nanni Moretti è oggi una persona molto cambiata. Il suo cinema è cambiato, dalle grida si è passati ai sussurri, un passaggio sonoro e psicologico obbligato dalla forma dei tempi, dai ritmi della società sempre più avvitata su se stessa, incapace di scorgere nuove vie da imboccare per il proprio benessere mentale. Ecco allora che tornare con la mente al periodo di lavorazione di Caro diario, in un’Italia sempre problematica ma forse più incasellabile di quanto non lo sia oggi, è per Nanni Moretti (in tour con la lettura dei suoi diari originali del periodo) un’occasione per ridere nuovamente di sé stessi, per gettare in pasto al pubblico i suoi limiti e le sue fissazioni (buone o brutte), per tratteggiare il ricordo anche di un cinema che non esiste più e che oggi vive solo di dati in streaming e di registi che si dicono contenti di essere distribuiti in centinaia di paesi tramite una connessione a internet ma in pochissime (o nessuna) sala cinematografica.

Rivedere oggi Caro diario (nella sua magistrale versione restaurata dalla Cineteca di Bologna) diventa un momento non solo di riflessione, ma soprattutto di gioia: nel tornare a riempire una sala cinematografica, ad assaporare quel grado di unione che solo degli spettatori appassionati sanno trasmettere, ad osservare gli sguardi complici tra vicini di seggiola (col dovuto distanziamento, una sorta di snobismo post-apocalittico) e le risate di Nanni Moretti, su Nanni Moretti, su noi tutti. 

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