Recensioni

8.5

A tanti anni dall’uscita, Siberia rimane un capolavoro della new wave nostrana – forse il suo disco più rappresentativo – e un caposaldo del rock in italiano, uno dei più riusciti connubi tra i suoni di derivazione anglosassone e la nostra lingua. Tanto esemplare da costituire uno dei punti di riferimento in materia fino ai giorni nostri.

Siamo ancora alla fine degli ’70 quando Federico Fiumani, insieme a due compagni di scuola, dà vita alla formazione embrionale da cui nasceranno i Diaframma, i CFS. L’acronimo è formato dalle iniziali dei cognomi dei componenti, Cicchi (Gianni, il batterista), Fiumani (chitarra e voce) e Susini (Salvatore, bassista). Più tardi, Susini viene sostituito dal fratello di Cicchi, Leandro; nascono i Diaframma, che con Nicola Vannini alla voce debuttano dal vivo il 22 gennaio 1981 alla Rokkoteca Brighton di Settignano, in provincia di Firenze, lo stesso «umido sottoscala» (lo definisce così Fiumani nel suo Track by Track) da cui sono passati i Litfiba un mese prima. Con il gruppo di Pelù e Renzulli, i Neon, i Pankow, i Diaframma sono la punta di diamante della scena fiorentina che all’inizio degli anni ’80 soppianta quella bolognese, trasformando il capoluogo toscano nell’epicentro della migliore musica post-punk prodotta in Italia.

Nello stesso 1981, i Diaframma pubblicano il 45 giri Pioggia/Illusione ottica. Seguiranno Circuito chiuso (1982) e l’EP Altrove (1983). La matrice musicale dei quattro, il dark punk d’oltremanica, in questi prime prove ha un’impronta più dura, scolpita. L’influenza più marcata appartiene ai Joy Division, nei suoni aspri di Pioggia come nella lunga intro di Pop Art, che ricalca le tessiture vaporose di una Atmosphere. Nel 1984 il gruppo firma con l’IRA di Alberto Pirelli, una realtà indipendente nuova e ambiziosa, guidata con mentalità imprenditoriale. Fiumani ha già sostituito Vannini con Miro Sassolini, la cui voce, più elastica e matura, ispirata al baritono di Ian Curtis, aiuta la band a compiere l’ultimo passo stilistico, quello decisivo. Sezione ritmica, chitarra e voce si trovano così sull’asse giusto per assicurare un più ampio respiro a quelle serrate geometrie new wave  – declinandole in maniera più aperta e lirica –. Un respiro italiano.

Siberia, oltre che la title-track, è anche il brano più rappresentativo; buona parte è farina del sacco di Fiumani, le cui linee icastiche ed evocative come gli arpeggi di Robert Smith (The Cure) in A Forest e di Will Sergeant in Rescue degli Echo & The Bunnymen disegnano traiettorie in linea con le sue descrizioni metaforiche di un “grande freddo” in cui si specchiano lo stato d’animo e il clima sociale dei primi anni ’80. Una Siberia figurata che è un luogo dell’anima, il sentimento di un’epoca condensato in immagini-lampo.

“Epocale”, benché fin troppo usato, è in effetti qui un aggettivo adatto. Siberia raccoglie gli umori del tempo, filtrandoli attraverso una sensibilità tutta contemporanea che si proietta però anche oltre il momento, in una forma che trascende il contesto. “Epocale” per il suo tratteggiare altre canzoni memorabili – Neogrigio, Amsterdam, Delorenzo, Specchi d’acqua –, capaci non solo di esaltare i testi di un Fiumani “intrippato” con la poesia simbolista (parole sue), ma di rappresentare naturalmente un modello di armonia tra la metrica italiana e le coordinate sonore e ritmiche del post-punk inglese, facendole incontrare – con più di un passaggio a sorpresa e qualche virtuosistico azzardo – là «dove il giorno ferito impazziva di luce».

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