Che valore hanno le classifiche dei migliori album dell’anno? È un interrogativo tutt’altro che retorico, per quanto si ripresenti con regolarità ad ogni dicembre più o meno da inizio millennio, cioè da quando il formato disco è entrato in crisi. Ammetto di non avere una risposta pronta e definitiva da darvi, anche perché il mio giudizio sul formato di articolo più amato dai direttori dei magazine musicali, è per forza di cose influenzato da ciò che ho vissuto nei 47 anni che mi hanno portato fino a qui.
Da appassionato di musica potrei dirvi semplicemente che le classifiche di fine anno mi sembrano ancora un momento di condivisione e di confronto sensato. Fanno scoprire suoni e musicisti che magari ci siamo persi durante i mesi precedenti, ad esempio. Ma aiutano anche a fare ordine in un mercato discografico che ormai sforna dischi a getto continuo, guardando più ai follower degli artisti che mette sotto contratto piuttosto che alla qualità della musica proposta – un trend che c’è sempre stato ai piani alti della discografia, ma che da qualche anno è diventato un must anche per il cosiddetto “mondo indipendente” o indie che dir si voglia. Ecco allora che il momento del “riassuntino” di dicembre (o di gennaio, per i più saggi) diventa, se fatto con raziocinio, una specie di “vetrina privilegiata per chi se l’è meritato”, seppur con la consapevolezza che sarà comunque un Bignami filtrato dal punto di vista e dai gusti di chi scrive.
Potremmo però anche restringere il campo di indagine, chiedendoci che valore abbiano le classifiche di fine anno per un ventenne per cui la musica è ormai diventata la colonna sonora di una quotidianità piena di cose più interessanti da fare, con lo smartphone assurto a player di fiducia (come impone l’etica di Spotify e della relativa filiazione “streammata”) e per cui il momento del concerto è solo l’ennesimo appuntamento con i social. Ammesso che il suddetto ventenne legga riviste o siti internet di informazione musicale, potremmo avanzare l’ipotesi che le classifiche abbiano per lui lo stesso valore di una swipata su Instagram: un generico passatempo, magari anche divertente per 10 secondi, ma a cui non dare troppa importanza. Alla faccia delle approfondite analisi e degli scontri feroci tra diverse “fazioni discografiche” che leggiamo su Facebook. In fondo parliamo di un marchingegno che prende in considerazione i dischi, ovvero uno dei feticci più longevi della società analogica e (proto)digitale, al giorno d’oggi completamente smaterializzato – tolte poche sacche di resistenza, e parlo della “bolla speculativa” dei vinili (avete presente i prezzi?) e di chi compra ancora CD – e certamente ben poco in armonia con la velocità di fruizione che richiede il 2022 a un post-adolescente che si rispetti (e anche a noi…).
Che la top ten dei nostri ascolti preferiti si riduca allora solo a una questione personale tra chi la redige e chi la redige, o al massimo tra chi la redige e la cerchia di appassionati con cui il suddetto soggetto parla di musica? Cioè un magistrale cortocircuito, o se volete un modo per segnare in agenda i momenti più importanti dell’anno a “imperitura” memoria delle nostre biografie? La prospettiva mi spaventa, lo ammetto, e cerco di convincermi che non sia così.
Mi piace pensare che là fuori ci sia ancora qualcuno curioso di scoprire per quale motivo, ad esempio, un cantautore come Alessandro Fiori (Mi sono perso nel bosco) si spartisce le prime posizioni della classifica che leggerete di seguito con una ragazza di Bologna che ci invidiano anche all’estero (la Laura Loriga di Vever). O magari di capire come possano convivere nei piani alti della chart artisti come Big Thief, The Smile e nomi nostrani come Comaneci, C’mon Tigre e Maisie (usciti rispettivamente con Dragon New Warm Mountain I Believe In You, A Light For Attracting Attention, Scenario, Anguille e 2013-2021 Dal diario di Luigi La Rocca…). O infine cosa accomuni un decano del folk come Micah P. Hinson (I Lie To You), Lucrecia Dalt (¡Ay!) e la bravissima e purtroppo sconosciutissima Bebawinigi (Stupor).
Quelle che abbiamo citato sono solo le prime dieci posizioni – le altre le trovate nella pagina con tutte le votazioni – di un anno di uscite discografiche intriganti ma forse non eclatanti, istantanee di un periodo che per me ha significato riprendere faticosamente a frequentare concerti (ancora pochi, ma che già contano qualche festival), rivedere volti noti che non frequentavo dagli inizi della pandemia e cercare di convincermi di non essere troppo vecchio per farmi stupire ancora dalla musica che esce. Mica poco, se ci pensate. Buona fine d’anno e buon 2023.
01. Laura Loriga – Vever
02. Alessandro Fiori – Mi sono perso nel bosco
03. Big Thief – Dragon New Warm Mountain I Believe In You
04. C’mon Tigre – SCENARIO
05. Comaneci – Anguille
06. Maisie – 2013-2021 Dal diario di Luigi La Rocca…
07. The Smile – A Light For Attracting Attention
08. Bebawinigi – Stupor
09. Lucrecia Dalt – ¡Ay!
10. Micah P. Hinson – I Lie To You