Recensioni

7.4

Ai tempi di Rob A Bank avanzammo qualche riflessione critica a proposito della svolta stilistica dei Comaneci, trasformatisi con quel disco in un’entità certamente più ricca musicalmente, con l’ingresso di Simone Cavina alla batteria, ma forse anche più istituzionale nella scrittura. Per quanto l’album fosse un’apprezzabile declinazione dell’idea musicale minimale ed elegante che la band portava avanti già da anni, infatti, lasciava anche intendere la voglia di affrancarsi dalle secche folk che avevano segnato nel profondo dischi-capolavoro come You A Lie, per abbracciare un universo stilistico che fosse una sommatoria più articolata di elementi musicali, nonché il risultato di un suono meno rurale e isolazionista, e più “sociale” e collettivo (indie?).

Col senno di poi e con questo Anguille nelle orecchie, potremmo ipotizzare che Rob A Bank sia stato una sorta di prova generale delle possibilità ricombinatorie che la nuova line-up riservava alla band di Francesca Amati e Glauco Salvo. Cosa ce lo fa pensare? Il fatto che il registro musicale del nuovo album dei Comaneci viva di sofisticazioni intriganti e decisamente più a fuoco dal punto di vista arrangiativo rispetto a quanto ascoltato nel lavoro precedente – pensiamo ad esempio al tappeto di percussioni della splendida Loss Of Gravity, – e riesca in qualche modo a “riportare tutto a casa” partendo da nuovi presupposti.

C’è una sorta di seduzione intima e suadente che germoglia per sottrazione in queste undici tracce, qualcosa di simile al “dirompente minimalismo” dei dischi folk della band ma figlia della bravura dei musicisti nell’isolare dettagli sonori e colori nuovi dando loro il giusto peso – ascoltatevi la parte introduttiva o magari certi sintetizzatori sullo sfondo di una Hidden Place che sembra accennare ad alcune soluzioni stilistiche di Peter Gabriel. Il tutto senza scardinare gli equilibri di un immaginario comunque riconoscibile. In quest’ottica crediamo debbano essere lette piccole gemme luccicanti come The Tongue (il punto di contatto più plausibile tra i Comaneci e Laurie Anderson), una Hillhouse che con pochi accordi di synth costruisce un viaggio esemplare tra chiaroscuri malinconici e una leggera psichedelia, una Little Girl e una The Stray (da una poesia musicata di Charles Simic) che accarezzano certe chitarre post-rock senza concedersi del tutto, ma anche le più “classiche” Every Midnight (lo Springsteen di Nebraska, ma nebbioso come un’alba invernale e silenzioso come la notte) o la Cat Power di Jaws.

Che sia stata la pandemia ad agire da catalizzatore per questo album – come si accenna nel comunicato stampa che lo accompagna – o che la responsabilità del risultato finale sia in parte anche degli ospiti chiamati a collaborare (Luca Cavina, il produttore del disco Mattia Coletti, Tray Mytea, Tim Rutili dei Califone), è certo che ci troviamo davanti a uno dei migliori dischi della storia dei Comaneci. Roba da mandare in loop più e più volte, per apprezzarne ogni piccola, intrigante sfumatura. 

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