Migliori album 2025. La classifica di SENTIREASCOLTARE
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- 24 Dicembre 2025
Il 2025 non ha avuto un suono dominante né un centro riconoscibile, ma è stato un anno di resistenze sonore e di linguaggi che si contaminano, si piegano, si rimescolano. Artisti e artiste hanno confermato traiettorie già forti raccogliendo i frutti di una sperimentazione incessante, spesso spingendosi oltre i confini che loro stessi avevano tracciato. Nessuna geografia prevalente, nessuna scena egemone: molti di questi nomi sono apolidi, tanto nella vita reale quanto nello spazio digitale che abitiamo. Femminismi e classicismi, barre e strofe, dilatazioni e contrazioni febbrili convivono in un panorama frammentato ma vitale, dove la musica continua a essere luogo di attrito, dialogo e, perché no, immaginazione politica.
In un post dedicato trovate la nostra classifica completa dei migliori album del 2025 (300 posizioni in totale) e quelle stilate da redazione e staff. Di seguito, vi presentiamo i primi cinquanta classificati.

50. Clipse – Let God Sort Them Out
Il ritorno dei Clipse con Let God Sort Them Out, orchestrato da un ineccepibile Pharrel Williams, è il fenomeno culturale più rilevante dell’hip hop di quest’anno. Torna in voga un coke rap che alle strade affianca i confessionali, alle irresistibili metriche una nuova maturità, ai featuring stellari un senso di rinascita, purificazione e onnipotenza. Virginia torna a brillare sotto Pusha T e Malice, due fratelli da hall of fame in una delle performance più convincenti in carriera.

49. The Ex – If Your Mirror Breaks
Fluviali, ribelli, graffianti: i The Ex tornano con If Your Mirror Breaks, disco politico e visionario che riflette un presente alienato. Tra noise, punk e poesia, dieci brani come novelle sonore esplorano crisi individuali e collettive. Dedicato a Steve Albini, un manifesto contro l’oblio.

48. Rafael Toral – Traveling Light
Con Traveling Light, Rafael Toral trasforma sei standard jazz degli anni ’30 e ’40 in paesaggi sonori sospesi fra sogno, cinema e improvvisazione elettroacustica. Gli accordi originali emergono deformati da riverberi e pedali, fra distorsioni e silenzi. L’album ridefinisce jazz e ambient in un ibrido elegante e frammentario, unico nel suo genere.

47. Claire Rousay – a little death
Con a little death, Claire Rousay conclude l’American Ambient Trilogy e torna alla sua pratica solitaria, fatta di field recordings, voce e strumenti trattati come frammenti di realtà. Ogni suono diventa vibrazione, eco del quotidiano che si dissolve tra i crepuscoli di Los Angeles. Il disco, sospeso tra sound art e intimità, ridefinisce l’idea di emo-ambient come forma di esistenza consapevole, un ascolto che respira, vive e si fa spazio nel silenzio.

46. Hekla – Turnar
Dopo Xiuxiuejar, Hekla pubblica Turnar, quarto album in sette anni di attività, in cui il suo theremin si intreccia a violoncello, voce e all’organo sacro di Kristján Hrannar. Registrato in parte in un’antica torre medievale francese – da cui prende il nome – il disco si muove tra passato e futuro, evocando un universo sonoro di ritualità corale e fantascienza crepuscolare. Come in 2001: Odissea nello spazio o Solaris, anche nella poetica della musicista islandese lo spazio si manifesta come un luogo ostile, enigmatico e insondabile.

45. caroline – caroline 2
Con caroline 2, il gruppo britannico prosegue l’esplorazione dell’esordio del 2022: melodie struggenti e ripetitive si intrecciano a deflagrazioni caotiche e droni, tra minimalismo, post-rock e emo midwest. Frammenti sovrapposti e cover improvvise creano un gioco sonoro complesso e intenso, capace di evocare pathos e sperimentazione emotiva.

44. Laura Agnusdei – Flowers Are Blooming In Antarctica
Laura Agnusdei riprende la metafora floreale dell’esordio Laurisilva, intrecciando fiati ed elettronica in dialogo libero e creativo. Tra jazz spirituale, etno e riferimenti solar-punk, il disco esplora eco-sistemi, cambiamenti climatici e collassi imminenti, con stratificazioni sonore complesse e suggestioni futuriste, evocando un universo musicale e concettuale denso e affascinante.

43. Dave – The Boy Who Played the Harp
Dave scava in sè stesso interrogandosi su spiritualità, cultura, società e individuo. Le basi, fluttuanti nel loro sacrale minimalismo, quasi sussurrano, lasciando a un malinconico, ferito e autoconsapevole lirismo, il giusto spazio. Supportato da James Blake e featuring come Jim Legxacy, Kano, Tems… Dave supera sè stesso ancora una volta, imponendosi come splendido autore del rap UK.

42. JJJJJerome Ellis – Vesper Sparrow
Il secondo disco di JJJJerome Ellis è un invito a abitare quegli spazi temporali che, attraverso la propria balbuzie, rivendica in un presente e in una società che prescrive una temporalità rigida e ipernormata (produci, consuma, crepa, qualcuno diceva). Vesper Sparrow invita a un ascolto radicale, a trovare il sacro nell’attesa e nell’errore. Ricordandoci che la musica è prima di tutto messaggio, cura, e – perché no – comunità.

41. Wednesday – Bleeds
Con Bleeds, i Wednesday confermano il loro ruolo nel rilancio dell’indie rock anni ’90. Karly Hartzman esplora cuore spezzato, rimorsi e conflitti interpersonali, tra dettagli macabri e immaginari intensi. Tra grunge, Americana e indie rock, la band fonde riferimenti Pavement, Pixies e Breeders con prosa bedroom, countrygaze e bluegrass, in un lavoro preciso e diretto.

40. KeiyaA – hooke’s law
Dopo il debutto acclamato da Pitchfork nel 2020, KeiyaA riemerge con Hooke’s Law, seconda prova pubblicata da XL Recordings. Tra soul, jazz e sperimentazione, l’artista di Chicago rilegge la legge di Hooke come metafora della condizione nera e femminile: tensione, resistenza, desiderio e sopravvivenza si fondono in un linguaggio sonoro fluido, fatto di voci stratificate, ritmi spezzati e un’ipnosi che vibra tra club e meditazione.

39. Rosalia – Lux
Con Lux, Rosalía abbandona i ritmi di Motomami per un progetto orchestrale con la London Symphony Orchestra diretta da Daníel Bjarnason. Opera in quattro movimenti e otto lingue, tra archi, coro e pianoforte, oppone santità e desiderio. Tra Björk, Yves Tumor e Charlotte Gainsbourg, il disco è un Homogenic latino, mistico e barocco.

38. Jeff Tweedy – Twilight Override
Jeff Tweedy torna a cinque anni da Love Is The King con Twilight Override, triplo album solista registrato al Loft di Chicago. Tra quadretti impressionisti e collaborazioni familiari, il disco esplora smarrimento storico ed emotivo, tra luce e tenebra. Brani come Enough, One Tiny Flower e Out in the Dark mostrano resistenza, introspezione e country rock raffinato, confermando Tweedy come cantautore di razza.

37. Billy Woods – GOLLIWOG
GOLLIWOG unisce Fanon, Stephen King e MF DOOM in uno sbilenco romanzo horror terzomondista. Nel suo timbro cavernoso e cinico intellettualismo, Billy Woods è un pittore in pieno potere di sè, in grado di raccontare la faccia nascosta della storia, i mutilati nell’ipocrisia dell’occidente, il fango nel retro dell’American Dream. Assieme ai migliori producer e rapper del più torbido undeground, il rapper senza volto firma forse il suo disco più vivido e viscerale, dove politica, società, violenza e vizi si intersecano in una splendida matassa di art-rap.

36. Dwarfs Of East Agouza – Sasquatch Landslide
I Dwarfs Of East Agouza esordiscono su Constellation con un lavoro che incarna una vertigine sonora: un magma psych-trance free-form che unisce groove claudicanti, fiati onirici, elettronica e bordoni dub, dando vita a un unico flusso cangiante e ipnotico. Sette tracce che si fondono in un’entità multiforme, capace di trasportare l’ascoltatore in un altrove iridescente, tra trance estatica e labirinti sonori.

35. Smerz – Big City Life
Le Smerz fondono decenni di studi classici, club culture e DIY in un’elettronica pop sofisticata. Tra minimalismo neoclassico, post-R&B e riferimenti a Battles, Deerhoof e Sade, l’album crea un after silenzioso, tra beat trattenuti e vocalità intime, trasfigurando la città post-moderna in un luogo di possibilità emotive. Un lavoro malinconico, originale e incisivo.

34. The Necks – Disquiet
Disquiet dei Necks è un flusso sonoro monumentale che si sviluppa in tre ore e quattro suite, senza gerarchie. Tra jazz non accademico e minimalismo cangiante, Tony Buck, Chris Abrahams e Lloyd Swanton costruiscono architetture musicali fluide e avvolgenti, dove ogni strumento viene esplorato e reinventato, tra stasi ambientale, passaggi lounge e accenti davisiani. Un ascolto immersivo, senza inizio né fine, che conferma la maestria del trio australiano.

33. Water From Your Eyes – It’s a Beautiful Place
I Water From Your Eyes consolidano il successo dopo il passaggio a Matador. Nate Amos e Rachel Brown mescolano indie rock sbilenco, contaminazioni math-psichedeliche e groove acidi, destrutturando il formato canzone. Tra momenti dancey e riferimenti chitarristici a Frusciante, l’album resta anarchico, eclettico e radicale, tra caos, complessità ritmica e sperimentazione sonora.”

32. Florence + The Machine – Everybody Scream
Esce a Halloween Everybody Scream, nuovo album di Florence + The Machine, tra witchcraft, folk horror e mysticism. Tra title track teatrale, folk rock e collaborazioni con Aaron Dessner e Danny L. Harle, il disco esplora trauma, mortalità e femminilità, con cori stregoneschi e prosa lirica. Un lavoro intenso e catartico, che richiede ascolto silenzioso e riflessivo.

31. YHWH Nailgun – 45 Pounds
I YHWH Nailgun riconfigurano la band in un caos controllato tra punk, funk e hip-hop. Chitarre, synth e batteria si spingono ai limiti, tra rantoli-growl e tensione sonora. Ispirati a Battles, TV On The Radio e Gang Gang Dance, l’album restituisce l’information overload urbano, un avant-rock disorientante e irresistibile, radicale ed elettrico.

30. Debit – Desaceleradas
Delia Beatriz trasforma la cumbia rebajada in un clima mentale tra droni, synth e astrazioni ambient. Tra archeologia urbana e riferimenti a Basinski e The Caretaker, le tracce disarticolano ritmo e folklore, creando vertigini sonore e sedimenti viscosi. Un ascolto critico e intenso, che rallenta il presente e lo rende meditativo e disorientante.

29. Lucio Corsi – Volevo essere un duro
Lucio Corsi conferma la sua maturità artistica: nove brani tra autobiografia, citazioni letterarie e pop-rock anni ’70/’80. Dal glam delicato di Tu sei il mattino alle ballate folk di Nel cuore della notte, il disco mescola ironia, maestria melodica e arrangiamenti ricercati, trasformando esperienze personali e immaginario fantastico in un pop cantautorale originale e coinvolgente.

28. 30 Door Key – A Warning To The Curious
Il musicista elettronico Alessio Bosco esordisce con il moniker 30 Door Key per un monumentale doppio LP che suona come la colonna sonora di un immaginario telefilm di fantascienza. Un ispirato e riuscito tour de force che contiene una moltitudine di influenze e sa racchiudere ed evocare con precisione un immaginario meravigliosamente sintetico e spettrale, oltre i confini dell’hauntology.

27. Dania – Listless
Listless di Dania, artista irachena a Barcellona, è un diario sonoro tra droni, synth nebbiosi e riverberi dilatati. Ritmi delicati e loop vocali creano tensione senza esplosioni, mentre la voce sfuma come un soffio. Un lavoro fragile e potente che trasforma la stanchezza in materia creativa, sospeso tra veglia e dissoluzione.

26. Matmos – Metallic Life Review
Metallic Life Review dei Matmos è un album costruito interamente su suoni metallici, tra registrazioni d’archivio e oggetti di bronzo, rame e acciaio. Sei tracce che trasformano cancelli, padelle e porte stridenti in sculture sonore, tra improvvisazione controllata e dediche a Susan Alcorn e David Lynch, dove il metallo diventa narrazione e memoria vivente.

25. Panda Bear – Sinister Grift
L’ottavo album di Noah Lennox si muove tra miraggi Beach Boys e umori doo wop, unendo malinconia e fascinazione. Un’opera in cui il passato si riverbera come eco spettrale, tra illusioni sonore e inquietudini latenti, confermando Panda Bear come alchimista del tempo e della memoria.

24. Lucrecia Dalt – A Danger to Ourselves
Lucrecia Dalt firma il suo album più intimo e diretto. Con la produzione condivisa con David Sylvian, drum loop, archi, fiati e collaborazioni di Juana Molina e Camille Mandoki, esplora vulnerabilità ed emozione. Tra bolero deformati, collage bilingue e ritualismi sonori, la voce di Dalt trasforma appunti in materia sonora, tra fragilità e rischio estetico.

23. OvO – Gemma
Venticinque anni dopo l’esordio Assassine, gli OvO celebrano il loro percorso con un album-manifesto di trasformazione tra elettronica metal, industrial anni ’90 rivisitato e sperimentazioni sonore. Dal battito horror-sci-fi di Orocromo al black-sludge di Gemma, fino a nenie industrial-dance e litanie doom di Fossile, il duo dimostra fame di nuovi input pur restando riconoscibile.

22. Greg Freeman – Burnover
Dopo l’esordio, il cantautore americano Greg Freeman torna con un secondo album che mette insieme americana e indie al servizio un songwriting classico, avventuroso e dal forte impianto narrativo. Un disco in cui c’è ambizione, c’è ispirazione, c’è rispetto per i canoni classici tanto dell’indie quanto dell’americana, ma soprattutto c’è già una voce autoriale distinta, per una tra le più belle sorprese discografiche del 2025.

21. Earl Sweatshirt – Live Laugh Love
Earl Sweatshirt esce dalla sua bolla di traumi, spleen e cinismo urbano con Live Laugh Love, un collage fumoso e onirico di spiritualità, crescita, famiglia e ricerca di senso. Tra flow sghembi e beat instabili e astratti, il rapper riafferma la propria cifra visionaria, confermandosi l’erede più emblematico di MF DOOM e uno dei nomi più costanti della scena, oggi in una rinnovata pace con sé stesso.

20. Suede – Antidepressants
Al quarto decennio di carriera, i Suede trovano nuova linfa. Tra post-punk britannico anni ’70, riff taglienti, ballad teatrali e atmosfere oscure, anthem live e riferimenti ai Cure. Brett Anderson conferma urgenza esistenziale e capacità di reinventarsi senza perdere identità.

19. feeo – Goodness
La londinese Theodora Laird, in arte feeo, costruisce con Goodness un universo tra club evaporati e intimità domestica. Elettronica minimale, voce trattata come strumento, beat compressi e sospesi: un soul destrutturato che incontra ambient rituale. Tra tensione interna e folk fragile, il debutto vive di pause, scarti e una regia emotiva e alchemica.

18. Tropical Fuck Storm – Fairyland Codex
Nel quarto album, i Tropical Fuck Storm esplorano un’anarchia sonora fatta di post-punk, psichedelia e sperimentazione. Tra blues acido, noise funk e pop deviato, la band australiana – Liddiard, Kitschin, Dunn e Hammel – crea una girandola imprevedibile di intrecci acustici, espansioni siderali e post-country, confermando il proprio stile unico e istintivo.

17. Voice Actor & Squu – Lust [1]
L’album dei (non più) misteriosi Voice Actor – insieme al misterioso Squu – arriva sulla sempre ottima Stroom a confermare quanto di buono dicevamo ai tempi del mastodontico esordio Sent from my Telephone: electro ambient dub ammantato da una voce al confine tra l’impersonale, l’hypnagogico e il confessionale, capace di essere morbido anche nei momenti più cupi.

16. Širom – In the Wind of Night, Hard-Fallen Incantations Whisper
I Širom tornano con il quinto album In the Wind of Night, Hard-Fallen Incantations Whisper, un viaggio avant-folk tra improvvisazioni e strutture anticonvenzionali. Strumenti acustici antichi e auto-costruiti guidano composizioni lunghe e suggestive, tra melodie ariose, folate sperimentali, ritmi jazzati e atmosfere pacificanti, oscillando tra drammaticità e morbidezza incantata.

15. Agriculture – The Spiritual Sound
Il secondo album degli Agriculture è un ecstasy black/feel-good metal che mescola blastbeat e blackgaze a momenti riflessivi, distorsioni shoegaze e furia post-crust. Dan Meyer e Leah B. Levinson ampliano la palette sonora, oscillando tra caos e spettralità, punk hardcore e avanguardia noise.

14. John Glacier – Like A Ribbon
Il talento dell’artista di East London, di origini giamaicane, sboccia appieno con questo album di debutto uscito su Young. Il disco unisce post-punk, experimental pop, dark flow, nu-R&B e immaginario urban connesso comunque sia alla natura in brani palpitanti e concisi, con collaborazioni prestigiose e produzioni moderne.

13. I Cani – Post mortem
Dopo nove anni di silenzio, I Cani tornano con un disco che incarna il buco nero del presente: corrosivo, nevrotico, a tratti apocalittico. Niente più frizioni pop: Contessa smaschera le illusioni, brucia il passato e firma il suo capolavoro, un post-itpop nudo e lucido come mai prima.

12. Nazar – Demilitarize
Dopo aver raccontato la ferocia del passato in Guerrilla, Nazar depone le armi e costruisce universi emotivi sospesi tra sogno e memoria. Demilitarize è un’opera di radicale introspezione sonora, in cui la forza non sta più nell’attacco, ma nell’evocazione.

11. Backxwash – Only Dust Remains
Il quarto album della rapper zambiano-canadese Backxwash è il più suggestivo e sorprendente della sua carriera. Un magniloquente requiem sulla morte come esasperato cinismo e speranza di salvezza. Le grida dei dischi precedenti lasciano spazio a un flusso senza soluzione di continuità tra lamenti, psych-rock, shoegaze, gospel, rap. Addolorata, forse perché la morte non è solo quel tipico feticcio da metalhead ma una presenza quasi tangibile, e tremendamente vicina, Backxwash sfida traumi e disillusione con una fragilità e un onnovorismo da non credere. E nei suoi 40 minuti di lugubre sinfonia, Only Dust Remains è uno dei dischi più intensi degli ultimi anni.

10. Paolo Angeli – Lema
Quattordicesimo lavoro in studio per Paolo Angeli, per l’occasione alle prese con una nuova chitarra “preparata”. Lema è un album che esplora le risonanze profonde tra tradizioni ataviche ed evoluzioni sonore, mettendo a punto un livello di sintesi ulteriore tra folk-psych, free jazz, post-punk, musica etnica e ambient.

9. Geese – Getting Killed
Nel terzo album Getting Killed i Geese raggiungono la maturità artistica. Prodotto da Kenny Beats, il disco scompone rock anni ’70 e krautrock in una psichedelia abbacinante. I testi di Cameron Winter, flusso di coscienza surreale, raccontano paranoia e angoscia contemporanee, riflettendo una musica tesa e controllatamente schizofrenica. Un disordine ormai pienamente riconoscibile.

8. Andrea Laszlo De Simone – Una Lunghissima Ombra
Col terzo album di canzoni Andrea Laszlo De Simone compie una ricognizione suggestiva e abbacinata in un immaginario canzonettistico più spettrale che retrò, disimpegnandosi tra giocolerie da juke box anni Sessanta, psichedelia, folk-prog ed elettronica variamente spacey. Un modo per ribadire l’inafferrabile concretezza dell’esserci, malgrado l’affollata fugacità del presente.

7. Stereolab – Instant Holograms On Metal Film
Il ritorno degli Stereolab suona naturale e sorprendente insieme. Tim Gane e Laetitia Sadier riprendono l’avant-psych-pop del collettivo, espandendolo in un doppio album fluido e enciclopedico tra kraut, jazz, lounge e elettronica vintage. Un caleidoscopio politico e umano, fedele e cangiante, che ribadisce l’unicità del “Groop”.

6. Läuten der Seele – Unterhaltungen mit Larven und Überresten
Läuten der Seele trasforma la decomposizione in linguaggio. Christian Schoppik costruisce un mondo di nastri consunti, voci perdute e droni lattiginosi che respirano tra sogno e rovina. Ogni suono conserva la cicatrice della sua registrazione e diventa segno di vita residua.

5. Amanda Mur – Neu Om
Amanda Mur firma un debutto di rara personalità: un intreccio di radici cantabriche, vocalità mistica, suggestioni gregoriane ed elettronica materica. Tra avant-folk, dark ambient e lampi di club music ridotta all’osso, Mur compone un paesaggio sonoro boschivo, coeso e ipnotico, che la impone subito tra le nuove voci più interessanti dell’area iberica.

4. SANAM – Sametou Sawtan
Entrano nel roster Constellation Records i SANAM, con un album che affina l’incontro tra folk arabo, kraut, psichedelia e sperimentazione. Registrato tra Beirut e Parigi, il lavoro mette a fuoco la forma canzone senza rinunciare ad audacia e tensione, costruendo un dialogo vivo tra tradizione e avanguardia, analogico ed elettronico, musica e presente politico.

3. Blood Orange – Essex Honey
Il quinto album di Blood Orange segna il ritorno di Dev Hynes dopo sei anni ed è attraversato dal lutto per la morte della madre e dal rientro in Inghilterra. Tra riverberi eterei e strumentazione notturna, il disco compone un epicedio intimo e nostalgico: melodie tardo-estive, dolcezza malinconica e ricordi adolescenziali sospesi.

2. Pulp – More
Dopo ventiquattro anni i Pulp tornano con un album sorprendentemente vitale che trasforma il tempo accumulato in nuova linfa. Jarvis Cocker canta crescita, sentimenti e mortalità con ironia e empatia, sostenuto da un suono ricco e classico. Non nostalgia, ma maturità: uno dei migliori ritorni possibili, e forse uno dei loro dischi più riusciti.

1. aya – hexed!
Con hexed! aya compie una svolta netta rispetto all’esordio im hole, rileggendo l’estetica post-club e IDM alla luce di una presa di coscienza personale e politica. Lontano dall’escapismo chimico del passato, il disco affronta astinenza, vulnerabilità e identità queer con un suono ancora più estremo: nu metal, deathcore, gabber e industrial convivono con momenti di sospensione ambient e lirismo spettrale. Tra sarcasmo, caos e introspezione, aya firma un lavoro breve ma densissimo, che confonde e commuove, trasformando l’“illeggibilità” in gesto radicale e condivisibile.
