BOtanique 2026, Bologna si fa festival: «La musica deve restare accessibile»
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Edoardo Bridda
- 17 Giugno 2026
Quindici anni dopo la nascita, BOtanique cambia pelle. Non per scelta, almeno inizialmente, ma per necessità. La storica sede del festival, il giardino della Palazzina della Viola, è infatti interessata da lavori di riqualificazione che hanno costretto gli organizzatori a ripensare completamente la manifestazione.
Nasce così BOtanique 2026, un’edizione diffusa che dal 16 giugno al 17 luglio attraverserà Bologna toccando cinque diverse location: Làbas, DumBO, Estragon Garden, Piazza Verdi e il Rione San Nicolò. Una trasformazione che modifica profondamente il rapporto tra festival e città, senza rinunciare ai principi che hanno guidato la rassegna sin dalla sua nascita.
«La scelta è stata dettata più dalla necessità che dalla volontà di cambiare», spiega Lele Roveri. «Ci siamo trovati nella condizione di ripensare completamente il festival, trasformando una difficoltà in un’opportunità. Se negli anni passati il festival aveva un unico cuore pulsante, oggi quel cuore si moltiplica e si espande nella città».
L’edizione 2026 si apre il 16 giugno con gli Just Mustard con l’ottimo We Were Just Here e prosegue con una programmazione trasversale: dai Nothing alla scozzese Kathryn Joseph, dalla bolognese Laura Agnusdei ai giapponesi Moja, dai Julie’s Haircut agli islandesi Múm, passando per i Gazebo Penguins, Pierpaolo Capovilla, i Gaznevada, i Savana Funk, i Too Many Zooz e i Matmos, protagonisti della chiusura del 17 luglio.
Una line-up che attraversa vari generi – shoegaze, elettronica, folk, post-hardcore, jazz, funk – senza inseguire una coerenza stilistica apparente. Una scelta che per BOtanique rappresenta da sempre una precisa dichiarazione d’intenti.
«Da quindici anni il nostro obiettivo è celebrare la musica indipendente in tutte le sue forme», raccontano gli organizzatori. «Ci interessa costruire una programmazione che sia capace di mettere in dialogo artisti molto diversi tra loro. Uno dei ruoli più importanti di un festival è accompagnare il pubblico verso territori musicali che magari non conosce ancora».
Non è un caso che ogni luogo sembri associarsi a una diversa sfumatura del programma. Làbas ospita la parte più rumorista e radicale della rassegna; DumBO accoglie nomi internazionali come Múm; Estragon Garden si apre a proposte più trasversali e popolari; Piazza Verdi diventa il palcoscenico della storia musicale cittadina con i Gaznevada; il Rione San Nicolò accoglie infine la chiusura sperimentale dei Matmos.
«Quest’anno mantenere un’identità riconoscibile pur attraversando cinque location molto diverse tra loro rappresenta probabilmente la sfida più grande del festival», spiegano. «Non si tratta semplicemente di ospitare concerti in luoghi diversi, ma di costruire esperienze che nascono dall’incontro tra un artista, un pubblico e un contesto specifico».
Se il formato cambia, resta invece immutata una delle scelte più distintive del festival: l’abbonamento unico a dieci euro che permette l’accesso all’intera programmazione. Una posizione controcorrente in un periodo in cui il costo dei concerti è diventato uno dei temi più discussi del settore.
«Vogliamo continuare a difendere l’idea che la cultura e la musica dal vivo debbano essere accessibili e non trasformarsi in un privilegio per pochi», affermano gli organizzatori. «Non pretendiamo di cambiare il mercato, ma vogliamo dimostrare che esistono modelli alternativi, in cui il valore culturale viene prima del profitto».
Una visione che, sottolineano, affonda le radici nella storia stessa di Estragon prima ancora che in quella di BOtanique. «L’idea di comunità che ci interessa costruire è quella di un pubblico eterogeneo, curioso e aperto. La musica dovrebbe essere un luogo di incontro, non un lusso».
In un panorama schiacciato da grandi eventi e dalle logiche di concentrazione del mercato, BOtanique continua a rivendicare un’altra idea di festival: diffuso, accessibile e profondamente legato al tessuto urbano che lo ospita. Quest’anno più che mai.
