Recensioni

È da un po’ di tempo a questa parte che Yann Tiersen sta cercando di ridefinire i contorni del suo essere musicista e compositore. Oltre all’ovvio e riuscito tentativo di smarcarsi sempre più chiaramente dall’etichetta di essere “quello di Amelie”, negli ultimi anni lo abbiamo trovato in una chiara fase di reinvenzione. Vale esplicitamente per un disco come Portrait, in cui ripercorreva un venticinquennio di carriera con gli occhi, le orecchie e la testa di oggi. Ma valeva anche per ALL, un disco che mescolava il pianismo del bretone con field recording e una discreta elettronica analogica, creando un blend non certo sorprendente, ma sicuramente aperto a nuovi percorso creativi possibili. Quello che probabilmente mancava era una quadratura ottimale. Certo, Tiersen è uomo e musicista troppo intelligente per non averla cercata, ma ALL e il suo afflato concettuale ecologista sembravano un po’ forzati.
Qui le cose funzionano decisamente meglio. Della scaletta del precedente disco Tiersen privilegia le composizioni prive di cantato (che erano quelle che avevano convinto di più) e approfondisce il rapporto tra i suoi amati tasti del pianoforte e l’elettronica. Ma è sul piano più schiettamente intellettuale che c’è lo scarto che serviva, a nostro parere, alla musica del bretone: un definitivo (o quasi) abbraccio del lato più ambient, meno pop, della sua musica. E tutto funziona perché c’è una fortissima identità geografica che sottostà a tutte le composizioni, perché Kerber non è solamente l’ultimo prodotto del suo studio sull’isola di Ushant, ma proprio un omaggio a quel frammento di terra.
C’è un fortissimo sense of place, quasi da etnografo/antropologo che osserva e registra sul proprio taccuino musicale i luoghi che da oltre un decennio sono stati eletti a “casa”. Per farsene un’idea precisa si può ricorrere al video del brano Ker Yegu, che è un caleidoscopio di cartoline dell’isola e dei sui abitanti, in cui la musica di Tiersen entra con molto rispetto, in punta di piedi. Oppure prendersi il tempo di vedersi il film uscito il 26 agosto, in cui si può cogliere il musicista all’opera nel suo studio e in altre location dell’isola dove ha creato e registrato i brani (il film si intitola Kerber ed è disponibile in streaming su LIVENow).
Sul piano compositivo, Tiersen ha dichiarato che a differenza del passato non è più il pianoforte a essere al centro delle sue idee. Certo, il suo strumento d’elezione è sicuramente il protagonista delle sette composizioni, ma è solo l’ossatura melodica – o quasi – che gli viene affidata, mentre il resto passa per un armamentario di strumenti elettronici analogici che potremmo senza esitazione dire che svolgono il ruolo di una piccola orchestra. In questo senso, questo disco è forse più vicino alla produzione di Ólafur Arnalds (come meno grandeur) che a Nils Frahm. Basti sentire la fluidità del passaggio tra la parte centrale e la coda di Ker Yegu o il bilanciamento di Poull Bojer o le trasmutazioni quasi folk di Ker al Loch o della trasognata title track. Nel tanto cercare di questi anni, forse Tiersen ha trovato.
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