Recensioni

6.5

Piace l’artista che al sesto album ancora avverte la necessità di mettersi in discussione: segno che a muoverne le scelte c’è un vissuto che impedisce di pubblicare dischi con atteggiamento impiegatizio. Nello specifico, lungo i due anni trascorsi a preparare Dust Lane Yann ha perduto la madre e un caro amico, incupendo un lavoro iniziato in acustica solitudine e poi arricchito di sintetizzatori vintage, archi e cori con l’aiuto in fase produttiva di Ken Thomas (Sigur Rós, Dave Gahan). Arduo affermare se sia da imputare a costui o al musicista bretone l’esito, teatro interlocutorio dove tortuosità compositive e arrangiamenti sopra le righe spesso soffocano la magia.

La quale torna solo in un’ombrosa Chapter 19,chanson preziosa dell’ospite Matt Elliott e, in misura minore, nella filastrocca pop Fuck Me (da gogna però il testo: “Fuck me, fuck me… make me come again”) e nel David Axelrod apocrifo della title-track. Altrove ci si smarrisce dentro romanticismi ai confini del prog (Dark Stuff) e inutili lungaggini (Till The End), in belle idee risolte male (Ashes) e discreti inchini agli ultimi Flaming Lips (Palestine, Amy). Il futuro dirà se si tratta di un momentaneo appannamento o del sofferto cambio di pelle: per ora, l’unica certezza resta la novità negativa di una grandeur a briglia troppo sciolta.

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