Recensioni

TOP

A distanza di soli due anni da Asteroid City, e pochi mesi dopo la vittoria agli Oscar per il corto La meravigliosa storia di Henry Sugar, Wes Anderson fa ritorno con La trama fenicia, che non solo conferma quello stallo stilistico-creativo in cui pare essere bloccato il suo autore, ma rivela anche molto di più rispetto alle sue precedenti uscite.

Il regista richiama il suo incredibile e numerosissimo cast di fedelissimi per una nuova suggestione, una storia molto più lineare rispetto alle precedenti uscite e decisamente una delle più divertite e meno intricate degli ultimi anni della sua ormai vasta filmografia. Sta proprio qui il punto, il luogo in cui Wes Anderson si trova a questo punto della sua carriera è in realtà un non-luogo, quello stesso ambiente nel quale sono ambientate le sue trame più recenti. Partito da un contesto suburbano nel quale giustapporre con precisione chirurgica personaggi ai margini, squinternati, folli, stravaganti… in una parola unici – lo vediamo fin dall’esordio in Bottle Rocket, che nel successivo Rushmore – già con I Tenenbamum, storia e personaggi non possono prescindere dalla loro collocazione newyorkese, in un discorso autoriale volto a rileggere la contemporaneità secondo uno stile e uno schema ben precisi.

La trama fenicia, Benicio Del Toro, Mia Threapleton e Michael Cera in una scena

Questo schema, sebbene già intaccato da Moonrise Kingdom, si evolve decisamente con l’uscita di Grand Budapest Hotel, in cui Wes Anderson arriva a inventarsi di sana pianta un’intera nazione dove poter far muovere i propri personaggi come delle pedine cariche di sentimento pronte a esplodere o implodere in qualsiasi momento. La pellicola è una summa di tutta la sua poetica dominata da figure genitoriali quasi infantili e bambini troppo cresciuti e maturi per la loro età anagrafica, un cinema malinconico in cui il mondo descritto viene trasfigurato in modo tale da assomigliare a quello reale, benché la differenza tra luogo e non-luogo non potrebbe essere più visibile.

Se, però, quei luoghi così distanti dal mondo reale e nel quale Anderson calava sapientemente i suoi personaggi sembravano esternare un bisogno profondo di fuga dalla realtà per ribadire una fiducia innata nell’umanità, una genuina volontà di conoscere le pieghe sempre più ambigue e celate delle passioni che muovono le dinamiche inter-personali e il dialogo tra generazioni, adesso pare aver assunto pienamente i tratti di un rifugio anti-atomico dal quale è lo stesso autore il primo a non voler più uscire. Tanto nel pamphlet ultra-citazionista The French Dispatch quanto nel pirandelliano Asteroid City, lo scollamento tra la mente di Anderson e il mondo reale è totale ed esibita, sintomo di una confort zone che difficilmente verrà abbandonata in futuro (uno dei mantra del protagonista è – forse non del tutto casualmente – “Myself I feel very safe”).

La trama fenicia, Benicio Del Toro e Mia Threapleton in una scena

In questa sua favola anticapitalista, in cui il magnate dell’industria Zsa-zsa Korda è costretto ad accelerare i piani per la realizzazione del suo progetto più ambizioso in quanto perseguitato dagli attentati dei suoi rivali in affari, La trama fenicia è il solito spettacolo visivo, fatto di scenografie curate nel minimo dettaglio e costumi che assumono la stessa importanza dei personaggi che li indossano (Benicio Del Toro si conferma eccezionale in un ruolo che torna a esaltare le sue doti comiche), ma allo stesso tempo sembra che tutto questo esploda sempre con meno potenza, sia in termini di briosità che di narrazione pura.

È sicuramente un film più cupo rispetto ai precedenti nel momento in cui diventa chiaro che questa insistenza a non abbandonare un certo modo di fare cinema rende esplicita una verità sconsolante e agghiacciante: Wes Anderson non è affatto stanco dei film – che continua a infarcire di omaggi più o meno evidenti che si rifanno direttamente alle sue passioni – sembra un po’ stanco del mondo.

Amazon
SentireAscoltare

Ti potrebbe interessare