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La tappa triestina nel cortile del Castello di San Giusto (“Ci sono voluti 35 anni per salire il monte, e sono molto emozionato”, dirà) è un evento unico all’interno del tour che Vinicio Capossela ha voluto caratterizzare con il titolo Sirene. Sono sirene gli esseri mitologici che cercavano di ghermire Ulisse legato all’albero della nave, ma sono sirene anche gli allarmi che questo mondo “sempre più disumanizzato” fa suonare per le follie della guerra, della reclusione nelle istituzioni totalitarie come il carcere e il manicomio. Corre quindi lungo la più classica delle ambiguità caposseliane la serata che nemmeno fulmini e tuoni sono riusciti a funestare. E allora via al rito apotropaico con una Bardamù che dà la carica al pubblico da praticamente tutto esaurito.
Capossela racconta l’allegoria ariostea nella quale il senno degli uomini sia conservato sulla Luna, in comode ampolle. Ma se tutto il senno è sulla Luna, ecco il titolo della serata, significa che qui, tra i terrestri, ne manca in abbondanza. Anzi, forse abbiamo colpevolmente lasciato che fluisse oltre il cielo, perché abbiamo deciso – come specie – di mettere da parte ciò che ci rende umani.
A contrastare almeno in parte questa tendenza ha provato un progetto presentato direttamente prima del live e intitolato Corrispondenze immaginarie, raccontato attraverso la proiezione del documentario omonimo firmato per la RAI Friuli Venezia Giulia da Piero Pieri (lo si può vedere in streaming su Raiplay). L’idea è nata dall’attività artistica di Mariangela Capossela (sì, c’è parentela: è la sorella) e da Valentina Milan di Hangar Teatri, realtà molto viva a Trieste: recuperare le lettere mai spedite dalle persone internate nei manicomi di Trieste, Gorizia e Venezia, e rimetterle in circolo, cercando destinatari nuovi che si prendessero l’impegno di rispondere. Ovviamente, come sottolineato da Mariangela Capossela stessa, il progetto non può raddrizzare un torto come la privazione della libertà e dei diritti civili, ma può aiutare la società a suturare le ferite: materiale cicatriziale prodotto da una forma di arte pubblica che mette in mostra invece che nascondere negli archivi.
Sul fronte di Vinicio, se la follia è sicuramente un tema che caratterizza molta della sua produzione musicale, durante il live è stato evidente anche un altro cardine della sua scrittura: il confronto continuo con il mito, antico o moderno che sia: tanto quello di Lord Jim, resa rutilante e sdrucciola dalla coesione della band (violino, violoncello, contrabbasso, chitarra elettrica, batteria ed effettistica varia, oltre a Capossela che si è alternato tra pianoforte, chitarra acustica e fisarmonica), I musicanti di Brema o una La belle dame sans merci (che rielabora una poesia di John Keats a proposito di una fanciulla figlia di una fata che, per dirla alla Vinicio, “ghosta” il suo amato cavaliere).
Ariosto è presente non solo nel titolo, ma anche in Ariosto governatore, una ballata ironica basata su un’idea di Italo Svevo. Quando uno Stato si arma per una guerra a venire, a rimetterci è il sostegno alla cultura. E allora il poeta viene mandato in una terra lontana e inospitale – la Garfagnana – a svolgere compiti da funzionario di periferia. Messaggio chiaro anche per i tempi che corrono, in cui per molte realtà culturale già solo (r)esistere è un risultato. Disumanità ariostea anche con la Gloria dell’archibugio: l’invenzione cinquecentesca di un’arma che permette di uccidere a distanza, senza nemmeno sapere bene chi si sta uccidendo, un’invenzione che ha avuto una certa fortuna e, nelle sue svariate evoluzioni, sta continuando a mostrare la propria efficacia in Ucraina, nella Striscia di Gaza e molte altre parti del mondo dove si è deciso di finanziare la guerra invece che la cultura.
Sotto la pioggia che si fa via via più intensa c’è spazio per il confronto con un altro mito, un “eterno contemporaneo”, cioè Michelangelo Buonarroti, di cui ricorre il 550esimo anniversario dalla nascita. Capossela ha musicato Fuggite, Amanti, Amor , un sonetto incompleto del celebre sculture che il cantautore celebrerà anche il prossimo 27 ottobre con un concerto/evento direttamente alle Gallerie dell’Accademia di Firenze, a fianco del David. È uno dei momenti più intensi della serata, con Capossela che esce dal binario rodato della ballata-che-racconta-una-storia e mostra di avere ancora energia. La stessa che si può sentire in Il ballo di San Vito, brano icona della prima fase della carriera e che qui fa uggiolare di gioia i fan. Oppure in S.S. dei naufragati, brano recitato/spoken word che riesce anche dal vivo a trasmettere un’inquietudine profonda, tra sacralità e profanità demoniache.
Chiude il bis Con i tasti che ci abbiamo un concerto che ha fatto contenti i fan che lo seguono da – diciamo – almeno Canzoni a manovella (che usciva esattamente 25 anni fa), con un Capossela-capo-banda e istrione da sagra che non si è tirato indietro, ma non ha però nemmeno lanciato la scintilla che lo avrebbe reso davvero un evento.
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