Recensioni

Il Tenco alla carriera nel 2017 ha certificato uno status conquistato sul campo da un pezzo: Capossela è un’istituzione, un totem, una figura di riferimento per… Chi? Cosa? Che coss’è Capossela? C’è una frase detta da qualcuno un tempo che potrebbe aiutare a dipanare l’interrogativo: «se voglio sapere cosa succede, mi rivolgo a un giornalista, ma se voglio sapere cosa succede davvero, mi rivolgo a un poeta». Poeta nel senso più vasto, di colui cioè che sa intercettare le frequenze invisibili, i processi sotterranei, quello che non produce utile ma determina le condizioni di esistenza, il colore dei giorni e delle vite, il sapore delle parole e il tono dei pensieri. E di trasformare tutto ciò in espressione. Ecco. Del Vinicio Capossela in possesso di quello sguardo, di quella voce, c’era (ci sarebbe, c’è) bisogno per arrivare al cuore di ciò che succede davvero, al volto vero del presente.
«Lasciare il reale ed entrare nel vero» è il motto – più che il sottotitolo – di questo Ballate per uomini e bestie, laddove il “reale” si rifà sempre più ai codici del web, coi suoi precetti di ultra-condivisione, intimo cannibalizzato, etica declinata secondo dove ti porta il clickbait, verità stritolata negli ingranaggi della produzione della verità di turno. Mentre il “vero” è invece l’irriproducibile, il non-condivisibile, ciò che accade davvero mentre sei impegnato a vivere ma di cui fatichi sempre più ad accorgerti, perché “fuori dal tempo”, umile e non utile, lento. Con l’undicesimo album di inediti quindi, a tre anni da Canzoni della cupa, Capossela sembra mosso da un’urgenza inedita, direi quasi da una missione: rendere evidente questa discrepanza tra “reale” e “vero”, innescare nell’ascoltatore un allarme che da esistenziale possa farsi civile. Insomma, forse mai un disco di Capossela è stato tanto dichiaratamente “impegnato”. Considerazione, aggiungo, che potrebbe estendersi al quadro generale: si tratta di uno dei dischi più impegnati prodotti negli ultimi anni da un musicista italiano del suo livello, almeno dal punto di vista della visibilità.
Una volontà che lo ha portato evidentemente a precise scelte musicali: i carotaggi traditional nel cuore cupo del sentire popolare (dalla taranta al rebetiko, passando per la morna e il flamenco), non sono del tutto messi da parte ma quasi, al più echeggiano sottopelle di queste canzoni strutturate su valzer bandistici, punk-folk a nervi sbucciati, isterie raï, ibridi tra saltarello e bluegrass, madrigali lunari, scenari Morricone e via discorrendo. Canzoni unite da una caratteristica che mancava quasi del tutto negli ultimi lavori: sono esplosive, suggestive, ammaliano, aggrediscono. Si sporgono verso l’ascoltatore, vogliono catturarlo. Delle quattordici tracce in programma, almeno cinque mi sembrano in possesso di requisiti che mi spingerei a definire persino radiofonici.
Il bello è che questa fragranza è stata raggiunta ricorrendo alle sapienti e niente affatto banali competenze di musicisti del calibro di Teho Teardo, Alessandro “Asso” Stefana, Vincenzo Vasi, Massimo Zamboni, l’ormai sodale Marc Ribot, Daniele Sepe, Jim White, Georgos Xylouris e – last but not least – l’Orchestra Nazionale della Radio Bulgara. Gli arrangiamenti sono quindi e indiscutibilmente un punto di forza: archi e synth, bouzuki e fisarmoniche, bassotuba e chitarre di ogni risma, pianoforte e percussioni varie… Ne risulta un rollercoaster tra atmosfere e dinamiche, tra “luoghi” sonori che attraversi non senza avvertire un senso di vertigine. Tutto ciò è bene, naturalmente. Ma, ahimé, non benissimo. L’ascolto procura una sensazione duplice: un po’ come se, nel momento stesso in cui queste canzoni-ordigni ti ammaliano, non riuscissero a farti dimenticare la cartapesta della scenografia. Fanno quasi pensare cioè che la scelta di coinvolgere tutti quei musicisti, di giocarsela quindi a un livello alto da un punto di vista di ricercatezza, ampiezza, varietà e profondità musicali, sia stata dettata proprio dal bisogno di compensare l’impegno “frontale” e persino esplicito su temi di carattere civile. Come se una tessitura sonora tanto ricca, brillante, suggestiva, ubriacante e insomma ad altissimo peso specifico, fosse il necessario contrappeso alla retorica così volutamente diretta – e a tratti vagamente frusta – dei testi. Una strategia che funziona, ma solo in parte.
Intendiamoci: parliamo di un lavoro che va ben oltre la media delle produzioni italiane contemporanee, che può addirittura mettere nel mirino il livello raggiunto dal cantautorato di ricerca degli anni Novanta con album quali Lindbergh, Le Nuvole o Anime Salve. Rispetto però a un De André e ancor più a un Fossati, Capossela soffre l’ingombro del proprio ruolo/personaggio: Vinicio è in un certo senso obbligato a essere bardo/giullare, custode e testimone di tradizioni arcaiche che si rivelano ancora buone anzi buonissime per maramaldeggiare su una scena nazionale fin troppo pigra e formattata. Il suo linguaggio tende più a un riaffiorare di forme, a una stratificazione di tradizioni strappate all’oblio, che non a una sintesi. Ma dovendo (volendo) qui il buon Vinicio confrontarsi frontalmente con l’attualità, finisce per innescarsi una specie di cortocircuito: il bardo/giullare che s’incarica di raccontare i punti critici del presente (con al centro quella frizione tra “reale” e “vero” che dicevamo) non riesce a – forse neppure vuole – maneggiare il simbolico. Al contrario, spesso ricorre a un cronachismo nudo e crudo che ahilui paga pegno alla mancanza di elaborazione e astrazione, finendo a tratti per inciampare in un luogocomunismo da sermone sensazionalista o, peggio, in un vago impeto “combat” di stampo MCR.
Volendo ricorrere a un esempio (forzato come ogni esempio ha da essere), se qualche anno fa un verso come «che coss’è l’amor» funzionava benissimo per la sua capacità di alludere in virtù della sola pronuncia a tutta una dimensione sepolta ma viva – un romanticismo rimosso, una categoria del sentire lasciata a languire nel profondo dell’immaginario collettivo, una vena segreta che continuava a scorrere e che quel Vinicio/rabdomante faceva meravigliosamente riaffiorare – oggi invece il «let’s tweet again» di La Peste (un delirio da Tom Waits strafatto di social e ketamina) rimane tutto in superficie, sembra soffrire dello stesso sloganismo sensazionalistico che è essenza e carburante di ciò che vorrebbe denunciare (così come i vari correlativi oggettivi snocciolati: fake news, trojan, hashtag, foodporn…).
Si torna così al punto di partenza: molto di quello che Vinicio qui dice (anzi, appunto, denuncia), è già stato e viene detto (denunciato, analizzato) meglio da giornalisti e saggisti. Capossela insomma non riesce oggi dove invece ieri riuscivano De André e Fossati: raggiungere la dimensione del “cosa succede davvero“. Ci si avvicina soltanto, getta carte sul tavolo, solleva temi e smuove acque torbide (con fare un po’ grossolano), secondo un bestiario metaforico anche efficace – dal grado zero antropologico di Uro all’apologia della lentezza (del minuscolo, dell’umile) di La lumaca, dalle travolgenti Nuove tentazioni di Sant’Antonio e Il testamento del porco (si prevedono sfracelli dal vivo) alla febbricitante Loup garou – che però non sa andare oltre un macchiettismo divertito, trascinante sì, ma in fondo più consolatorio che altro, al massimo e a tratti liberatorio, laddove forse – vista l’ambizione del progetto – intendeva invece produrre (o al limite indicare) nell’ascoltatore un nuovo grado di consapevolezza.
Detto questo, e tuttavia, stiamo parlando di un disco dalle molte frecce e facce, alcune davvero azzeccate: come la ballatina per piano ed ectoplasma orchestrale di La belle dame sans merci, ispirata a Keats, o la altrettanto incantata (quasi felliniana) La giraffa di Imola, episodi che recuperano quel passo metaforico grazie al quale la canzone di Vinicio torna a farsi pienamente dimensione, quella del racconto che può essere raccontato soltanto così.
È in definitiva un buon disco. Probabilmente verrà ricordato come il titolo italiano più importante dell’anno, e non senza ragione. A Capossela vada il merito di non essersi seduto sugli allori, di aver radunato un ottimo gruppo di lavoro al servizio di un grande progetto (un vero e proprio “kolossal alternativo”). Di aver messo in gioco tutte le sue qualità a costo di portare alla luce qualche limite. Di aver rischiato il capolavoro sacrificandolo sull’altare di un’urgenza tutto sommato condivisibile.
Amazon
