Recensioni

7.3

Urgere: incalzare, spingere fuori. Ma anche: stringere, varcare. L’etimologia a volte aiuta e a volte non aiuta. In ogni caso, l’urgenza è un parametro delicato, applicato alla canzone significa quasi sempre stabilire una connessione forte con il (suo) presente, quindi storicizzarla, vincolarla al flusso degli eventi. La delicatezza, il rischio, sta nel senso che questo vincolo determina rispetto al contesto, a come cioè la negoziazione culturale e politica del presente invada forma e sostanza della canzone. Che non sempre ha la forza per resistere a questo processo di, come dire, megafonizzazione, che tende appunto a renderla megafono di una qualche istanza prima che… Cosa? 

Bisogna chiedersi a questo punto cosa sia davvero una canzone. Esistono risposte esaurienti o che comunque vadano vicino a esserlo? Non mi sembra. Nel caso specifico, intendo questo disco, a un certo punto sentiamo Vinicio Capossela cantare: “Questa è la libertà: azione e responsabilità”. Ecco, forse potremmo ipotizzare che per Tredici canzoni ugenti il cantautore di Hannover abbia sentito il bisogno (l’urgenza) di sovrapporre il senso del fare musica (canzoni) col senso stesso della libertà, finendo quindi per pensare la canzone come un esercizio di “azione e responsabilità”. Che per un artista, ovviamente, significa innanzitutto “forma e sostanza”.

Il rischio è appunto come te le giochi, la forma e la sostanza. Il rischio è che l’invasione dell’urgenza possa sovrastarle (forma, sostanza e canzone) e farne il megafono di messaggi o, peggio ancora, di cause. Quanto alla canzone, chissà cos’è (anzi: chissà coss’è), ma di certo è un manufatto fragile, materia volatile, basta un soffio appena troppo forte o contrario a pregiudicarne la forza, a svuotarla da quel po’ di magia che sta nel non dicibile se non sotto forma – appunto – di canzone.

E Vinicio cosa fa? Emerge dalla Cùpa (anche questa, chissà davvero coss’è) per uscire allo scoperto, salire su un palco bene illuminato e mettere in scena lo spettacolo d’arte varia di uno innamorato comunque della vita, smanioso di elaborare l’allarme scattato per fuga di senso, di verità, di valori, di futuro, presente e – peggio – passato (“Il mondo cade a pezzi”). L’urgenza è il tema, il sibilo muto sullo sfondo che forza il disco in direzione del concept lasciando però ad ogni canzone-sfaccettatura una perfetta autonomia. 

L’effetto collaterale è il rischio di cui sopra: i temi in ballo – la guerra, il consumismo, la crisi della politica e dell’informazione, il sessismo e il femminicidio, la condizione carceraria, il revisionismo (l’oblio) storico, l’ossessione salutista, la liberalizzazione delle armi… – tendono inevitabilmente a didascalizzare, conferiscono le canzoni a un fine che quindi le impacchetta in un perimetro, le imbozzola in una confezione. 

E come ne esce, Vinicio? Tutto sommato bene, grazie alla sua innocenza raffazzonata ma – perciò – credibile, grazie alla parziale intangibilità che gli proviene dalla nuvolaglia patafisica – un po’ banditesca e un po’ bislacca – che lo riveste, grazie a quello sguardo che sa sprofondare prima e riemergere dopo la filiera ideologica standard ed è quindi capace di sottrarsi alle pantomime istituzionali (sacrosante o meno) per mirare dritto al cuore delle questioni.

Drittezza che nel caso specifico significa immediatezza, un livello di radiofonia potenziale che forse mai in un album di Capossela avevamo percepito, in virtù di melodie ora accattivanti e ora commoventi dentro a strutture ora atmosferiche e ora esuberanti, soprattutto capaci quasi sempre di rimanere al di qua della linea di demarcazione tra piacevolezza e piacionismo. Insomma, se c’è mestiere – e ce n’è a iosa – è di quello che regola pressione, convergenza e alesaggio, lubrifica gli ingranaggi e in definitiva fa cantare il motore. E se c’è impegno, è di quello che non si accontenta di prendere a noleggio posizioni, concetti e slogan, ma cerca parole e percorsi inediti, le chiavi per aprire spiragli e pazienza se sono stretti, angusti, ambigui, scomodi.

La scaletta si apre con Il bene rifugio, un valzerino tutto apprensione chiaroscurale in punta di pianoforte, tastiere (organo, Fender Rhodes) e fiati (trombone, clarinetto, flicorno) che ipotizza una rivincita del cuore sulla finanziarizzazione della vita, anche se il tono intimo e dimesso fa pensare a una guerra già perduta, mentre la successiva All You Can Eat scozza blues stomp e latinerie febbricitanti per una satira waitsiana sul consumismo frenetico/famelico (di cui l’ossessione per il cibo è un paradigma eclatante). 

Si capisce già come andranno le cose nel resto del programma: un carosello, una sarabanda, un rollercoaster che modulerà forme e registri con la grazia sgraziata di un saltimbanco proteiforme. Che è, d’accordo, un po’ il marchio della casa, qui però il pedale affonda sull’acceleratore col preciso scopo di farne strategia, di aggredire gli airplay e le playlist, di bussare alle porte dell’attenzione con la maggiore risonanza possibile. L’urgenza dei temi corrisponde insomma a quella progettuale (dal punto di vista stilistico e sonoro): la nota dominante è un trepido “adesso o mai più”.

Se La parte del torto beccheggia con ghigno desertico e cavernoso spremendo paradossi dall’attrito tra le post-ideologie, Minorità carezza con trasporto indolenzito il tema del carcere e della (mancata) rieducazione, mentre La crociata dei bambini (testo ispirato liberamente a La crociata dei ragazzi, un poema di Bertolt Brecht pubblicato nel 1939) è una struggente ballata in 3/4 sul bordo dell’apocalisse. Colpisce soprattutto l’apparente facilità con cui anche gli episodi meno intensi possono contare su intuizioni melodiche azzeccate, vedi il folk agrodolce di Ariosto Governatore e la mattoide Cha cha chaf della pozzanghera (notevole la variazione rumba del ritornello – o è uno special?), oppure vedi come la conclusiva Con i tasti che ci abbiamo si rivela in grado di allestire con pochi ingredienti un congedo tanto disarmante quanto accorato. 

Detto di una circense e rutilante Il tempo dei regali (forse la più apocalittica del lotto, a dispetto dell’aspetto) e di una madrigalesca Gloria all’archibugio (che pare essersi coagulata in qualche confraternita confinante con la taverna più alcolica della città), e sottolineata la nevrastenia oriental-post-punk (con escursione dub) di Sul divano occidentale (ospiti Raiz, Bunna e Sir Oliver Skardy), forse i due perni poetici del disco vanno individuati in Staffette in bicicletta (camerismo incalzante e cinematico in duetto con Mara Redeghieri) e La cattiva educazione (filastrocca in bilico tra incubo e rassegnazione, voce principale affidata a Margherita Vicario), la prima che rievoca il contributo eroico delle staffette partigiane e la seconda che dà voce alle vittime dei femminicidi, quest’ultima che si riflette nell’altra ovvero nel messaggio di libertà ed equità della Resistenza (“Questa mattina non mi son svegliata/e l’invasore ce l’avevo in casa”) drammaticamente disperso.

Disco composito quindi, attraversato da molti umori e (perché) abitato da tanti collaboratori – Alessandro “Asso” Stefana, Don Antonio, Marc Ribot, Enrico Gabrielli, Vincenzo Vasi… -, da cui la trama vivida, mutevole, quasi schizoide, tenuta assieme con padronanza e disinvoltura da un Capossela ispirato cerimoniere, a cui va riconosciuto tra le altre cose il merito di prediligere la generosità all’autorevolezza, il prodigarsi da artigiano – primus inter pares nella maestranza – alla sicumera da Maestro. Essendolo, comunque, nell’anima.     

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