Recensioni

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Anno domini 1977. Vinicio Capossela, irpino nato in quel di Hannover, Germania, il 14 dicembre 1965, poi trapiantato in provincia di Reggio Emilia, scopre il suo personale millenovecentosettantasette, che non sarà per nulla simile all’anno del punk di sexpistolsiana memoria, né avrà molto a che fare con il terrorismo brigatista che allora infuria per l’Italia, ma che avrà invece molto a che fare con… Tom, lo “zio” d’America. «Non avendo di che comprare i dischi», dirà un girono l’uomo che regalerà, suppergiù 23 anni dopo, alla canzone tricolore un disco “patafisico” del calibro di Canzoni a manovella, «me li facevo registrare su cassetta e spesso mi capitava di ricevere come “bonus” (sul lato B del nastro) cose a sorpresa davvero interessanti: una volta un amico mi buttò lì Foreign Affairs di Tom Waits…». La voce di Tom che gracchia dal mangianastri di Vinicio-l’adolescente è più feroce di quella di un orco, ma è anche capace di smuoverti qualcosa dentro, di scavarti a fondo, portando a galla quella parte di te che si nutre di malinconia e tristezza in parti uguali, e che poi, nel caso di Vinicio-l’aspirante-compositore, diventa anelito alla poesia; la canzone che più colpisce il giovane artista, quella che lo convincerà a lasciar perdere il rock e le chitarre elettriche per donarsi tutto all’accoppiata contrabbasso-sax, si intitola Burma Shave. Che poi era il nome di una crema da barba in tubetto: «Non so se la producano ancora. In realtà non ho mai conosciuto nessuno che la usasse; ma la Burma Shave aveva l’abitudine di mettere cartelli lungo le strade», scrive in un suo libro lo statunitense scrittore originario di Des Moines, Iowa, Bill Bryson.

La ballata dolceamara che colora quel disco di Tom Waits delimita con esattezza millimetrica il confine – ideale e anche reale – tra l’Emilia Paranoica (sì, quella settantassettina poi glorificata dai CCCP – Fedeli alla linea, ovverosia Giovanni Lindo Ferretti e soci, col loro epocale disco d’esordio: 1964-1985 Affinità-divergenze fra il compagno Togliatti e noi-Del conseguimento della maggiore età, 1986) e quella praticona-provinciale sopportata da Capossela. Ma c’è dell’altro, perché in Burma Shave prevale quell’immaginario da film noir visualizzato e riflesso nell’atto primo di Capossela: All’una e trentacinque circa. Data di pubblicazione: 12 ottobre 1990. Segni particolari: 11 canzoni, sospese fra Paolo Conte e Tom Waits, fra jazz notturno e cantautorato sublime, fra estasi del tormento e foga confessionale.

Angeli custodi del primo Capossela: Tom Waits, Louis Prima, Paolo Conte e qui scatta la domanda… «Cosa ti ha spinto a comporre canzoni agli inizi?», gli chiederanno anni dopo, ad apprendistato concluso. Al che, lui risponderà schiettamente: «Per invidia… Di chi le ha scritte bene, di chi ha scritto qualcosa di grande. Tu le guardi e muori di invidia, dici: “Ah potessi anch’io… potessi veder le stelle cadenti e prima che si sfracassino per terra esprimere un desiderio e dire: “Anch’io vorrei un giorno scrivere qualcosa”. Io ascoltavo canzoni straordinarie, ma sempre in un’altra lingua. Il mio desiderio è stato espresso, mi ricordo bene, a ventidue anni: guardando una stella che cadeva giù. Mentre si spiaccicava al suolo ho fatto in tempo a dirle: “Vorrei tanto riuscire, non tanto a trovare un produttore o a fare dei dischi, ma mi piacerebbe proprio riuscire a scrivere qualcosa che abbia qualcosa di quel grande soffio di vita e di mito che sento negli artisti che amo, e scriverlo così, umilmente, nella mia lingua”. È stato molto difficile, all’inizio, fino a che la vita non ha provveduto di suo: perché uno si sforza molto (in teoria) di scrivere… e cerca di essere pre-biografico, nel senso che prima di scrivere le cose dice: “Sì, vorrei essere un solitario”… e poi rimane davvero da solo; oppure: “Vorrei essere lasciato”… e viene lasciato veramente. Allora ho iniziato a scrivere, ma non mi venivano le parole».

Poi le parole vennero, e finirono tutte nelle 11 canzoni di questo disco d’esordio. Prima, però, c’è il rito di passaggio della classica cassettina demo tape; si narra che il nastro finisca nientemeno che nelle mani di Francesco Guccini. Poi da quelle di Guccini a quelle sapienti di Renzo Fantini. Uomo di cui nutrire stima, questo Fantini, perché è l’uomo di fiducia di Paolo Conte ed è produttore dello stesso nonché di Claudio Lolli. Le cose pare siano andate così: Francesco era a Bologna, almeno per un poco. In quella sua casa a Pàvana, sull’Appennino tosco-emiliano, non ci aveva lasciato nessuno. E a Bologna Francesco ricevette un nastro, quel nastro: «Non mi dispiace mica», pare abbia bofonchiato il prof fra sé e sé. «Me ne arrivano a migliaia, di queste cassettine. E prima che riesca ad ascoltarle tutte… campa cavallo». Però questo Capossela… qualcosa ce l’ha, qualcosa smuove dentro. Suona bene, non c’è che dirgli, e anche il canto ha un suo perché. Il telefono se ne sta là afono, fra la poltrona, il televisore e le pareti affollate di libri… Guccini va avanti a ragionare. Forse non sarà inoppugnabile (dal punto di vista lessicale) ma è molto probabile (dal punto di vista sostanziale) che le cose siano andate in questo modo:

Va’ là, ’spetta che gli telefono, che se no chissà mi passi via di mente: pronto, Renzo, allora come va? Tutto bene? Ma no, non dirmi… Sì, sì, e ci hai ragione sì… Salut e bezi e teimp da spàndri”… < sottotitolato: “Salute e soldi e tempo, ce n’è sempre per spenderli” > … ma senti un po’ qui: c’è uno che mi ha spedito, una cassettina. Io ho ascoltato, eh? Lo sai anche tu, Renzo, che mica c’ho tanto tempo, io, per queste cose… la prèscia bisàgna lassèrla al levri… < sottotitolato: “La fretta bisogna lasciarla alla lepre” > Senti un po’ qui: lui si chiama Capossela Vinicio. A me non mi dispiace mica, sai? Mi sembra intrigante, il tipo: gli vuoi parlare, lo vuoi sentire?

E Renzo disse sì. Non che lo facesse con tutti: al contrario, lui non ne voleva mezzo, sempre a lamentarsi che ne aveva già troppo, di lavoro, e che qui e che lì, e che davvero non poteva, e che si scusava ma proprio non era il caso. Ma stavolta no: tutto l’opposto. E Renzo chiama Vinicio: «È uscito in quel modo, Capossela», ridacchierà sotto i baffi, anni dopo, Francesco Guccini. «In quel modo», fra un ascolto distratto, una cassettina buttata lì e un produttore che (come dicono a Parma) gli piace di lavorère cmé ’n nigòr: lavorare come un negro, lavorare sodo e bene. Guccini si dimenticherà, col tempo, di questa sua scoperta. Fantini invece no. Ancora per molto accompagnerà Vinicio e soprattutto gli darà una mano per mettere a fuoco il disco d’esordio: All’una e trentacinque circa. La canzone principe di tutto il lavoro, quella che lo intitola, è uno dei classici del Capossela agli esordi: resiste ancora oggi e resta un cavallo di battaglia di quei suoi proteiformi spettacoli dal vivo, è uno shuffle degno del Louis Prima d’annata (“cantante natalizio per eccellenza”, senza mai aver registrato una sola canzone di Natale) e dei suoi dischi targati Brunswick. In particolare, qui saltano fuori i legami con un pezzo dal titolo 5 Months, 2 Weeks, 2 Days. Il testo è l’epitome del “viver alcolico e notturno” caposseliano che abbiamo sbirciato fin qui; e Vinicio è un menestrello che fa cantare il vino, che racconta l’alcol di chi sbronzo si racconta. Tante storie. Interessanti, fatte di:

«[…] Risate in mezzo ai denti / Di amori messi sotto spirito ad affogar / Di vecchi camionisti Un po’ arrivisti, un po’ alcolisti / Con la moglie lasciata a casa ad ingrassar / Avventurieri di frontiera Che non san passare il sabato sera / Senza finire ad ubriacarsi dentro un bar […]».

C’è da pagare. C’è sempre qualcosa da pagare. Anche se qui, in All’una e trentacinque circa, i tributi da espiare sono doverosi. Altre citazioni con cui trastullarsi? La “bionda” – birra e donna – dell’incipit («Un’altra volta bionda / La serata sta finendo / E servi la mia birra dietro al bar…») e poi quel “circa” nel titolo che rimanda all’esattezza cronologica (tutta italica) di quell’altro “circa” (“All’una e trentatrè… circa”) cantato in Che bambola!. Tutti omaggi al duo Leo Chiosso/Fred Buscaglione. Ma il brano di Vinicio rimane comunque modello perfetto per chi vuole qualche prova dell’accoppiata Capossela/swing prima maniera. Sia come sia, questo album – che oltre alla produzione di Fantini e agli arrangiamenti di prim’ordine di Antonio Marangolo, conta anche su una serie impressionante di musicisti fuoriclasse, oltre alla voce strappacuore e al piano strappalacrime di Vinicio, tipo: Jimmy Villotti alla chitarra, Massimo Pitzianti alla fisarmonica, Peppe Consolmagno alle percussioni, Ellade Bandini alla batteria, Mimmo Turone all’organo Hammond, Enrico Lazzarini al contrabbasso, Emanuele Rossi e Massimo Barbierato al violino, Daniele Pagella alla viola, Luciano Girardengo al violoncello, Marco Tamburini alla tromba e al flicorno – è davvero puro succo di cantautorato caposselliano prima maniera (dirà a questo riguardo il nostro uomo: «Certe cose riguardo a Paolo Conte sono dovute al fatto che, quando feci il mio primo disco, Renzo Fantini mi fece lavorare insieme a musicisti che avevano lavorato a lungo con lui: quindi il tipo di suono, l’arrangiamento… ha creato dei malintesi. Però, se devo essere sincero, non mi sono mai veramente ispirato a lui. Invece un autore di cui ho ascoltato i dischi è Luigi Tenco»); a cominciare dalla dolceamara Scivola vai via (ossia la song sul famigerato demo che maggiormente convince Renzo Fantini e che così fa: «Senza età / Il vento soffia / La sua immagine nel vetro / Dietro il bar / Gocce di pioggia / Bufere d’amore / Ogni cosa passa e lascia […]»), proseguendo poi con la maliconia da sollucchero Una giornata senza pretese, Suite delle quattro ruote, Pongo sbronzo o I vecchi amori perché, come diceva quel marpione di scrittore fuori dagli schemi che fu Céline, «un cantante d’amore vale il suo peso in sperma», alludendo neanche tanto velatamente alle fregole spicciole che suscita all’ascolto sui più.

Ecco, Capossela è e non è quel prototipo di cantante céliniano, giacché riesce a trascendere qualsiasi genere musicali affronti (e si cimentarà con tonnellate di stili di versi nel resto della sua ormai lunga carriera) senza mai ripeterle pedissequamente, ma finendo sempre con l’arricchirle di quel certo non-so-che che alla fin fine ha fatto la fortuna di questo suo disco desordio, presso il pubblico italiano ma anche presso la giuria del rinomato premio Tenco; infatti, l’anno dopo l’uscita, All’una e trentacinque circa si porta a casa la Targa Tenco per la miglior opera prima (sezione cantautori) del 1990 (in realtà l’opera prima più votata risulta Passa la bellezza di Mauro Pagani, al suo primo album da cantautore, ma Amilcare Rambaldi in persona, in qualità di presidente della giuria, decide di assegnarla ex aequo a Vinicio per indicare un vero esordiente accanto a un musicista pur sempre veterano come l’ex PFM). Dirà poi il patron dell’evento: «Personalmente io avevo già conosciuto Vinicio in precedenza, perché era venuto a cantare nella mia città, Verona, in un music-club che si chiamava Il Posto (ora non c’è più) e a cui Vinicio è rimasto molto legato. Giravano pochissimi soldi e so che per risparmiare l’albergo Vinicio dormì in macchina. Io quindi riuscii ad ascoltarlo dal vivo anziché in cassetta e piacque pure a me; così, in una lettera ad Amilcare dell’aprile 1990, glielo segnalo come un debuttante meritevole di invito al Tenco. Quello che sicuramente stuzzicò Amilcare e tutti noi fu che Vinicio seguiva stilisticamente una strada che noi amavamo moltissimo: quella di Tom Waits e Paolo Conte. Più avanti l’hanno fatto in centinaia di cantautori, fino alla nausea, ma allora non lo faceva nessuno. Ci colpì il fatto che quel modo di scrivere e cantare – che sembrava così personale, caratterizzante, esclusivo di Waits e Conte – avesse trovato un continuatore».

Sì, quel continuatore c’è. E si chiama Vinicio Capossela. E All’una e trentacinque circa è il primo (di tanti) suoi futuri capolavori. Decenni sono passati da quando è uscito, e ancora oggi riascoltarlo significa rituffarsi in un mondo di emozioni profonde, che emergono in superficie, come bolle di gas intrappolate nelle profondità del terreno, dall’anima di Capossela a noi, suoi ammirati e riconoscenti ascoltatori. Grazie Vinicio. Ci hai fatto davvero un bel regalo. E noi, te ne saremo per sempre grati.

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