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La faccia della terra fa da complemento all'ultimo disco in studio di Vinicio Capossela, quel Da solo che lo vedeva due anni fa tirare i remi sulla barca del proprio mondo interiore dopo le fantasmagorie fin troppo caciarone di Ovunque proteggi. Ne spiega in primis la genesi, su e giù fra l'Italia e gli Stati Uniti, all'Isola di San Giulio sul Lago d'Orta per registrare il pianoforte Tallone come a casa dei Calexico a Tucson; e soprattutto ne chiarifica il retroterra culturale e d'immaginario, a dir poco fondamentale per la comprensione di un disco che solo all'apparenza è una semplice raccolta di ballad confidenziali.

Nel bel documentario di Gianfranco Firriolo, lavorato su piani stretti e colori in contrasto (evitando così tutta la retorica del making of), vediamo un Capossela quotidiano, abituale, che si esalta di fronte ai Side Show dei luna park americani e rimane incantato dal suono degli ormai famosi strumenti inconsistenti. Le immagini si lasciano guidare dalla sua voce narrante – che alle storie delle canzoni aggiunge altre vicende tratte dalla pagina scritta, quasi in un esperimento di video-poesia – e raccontano i luoghi prima ancora delle persone, siano essi le vicinanze innevate della Stazione Centrale di Milano o gli spazi sconfinati della provincia americana interrotti solo da qualche distributore di benzina o da un mall solitario.

A fare da ulteriore compendio un libretto in cui i diversi protagonisti dell'operazione danno il loro contributo raccontando la lavorazione del documentario e approfondendo la storia di alcuni dei protagonisti inanimati. Tutte da leggere le pagine dedicate ai concerti a New York ed Austin e il racconto della registrazione del Mighty Wurlitzer per Il gigante e il mago: piccoli stralci di una poetica sempre in bilico fra epopea e disperazione che è il marchio inconfondibile del songwriting caposseliano.

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