Recensioni

Da circa un quarto di secolo Capossela celebra un rito, come dire, slogato dai percorsi standard: i concerti per le feste. Sono esibizioni particolari, indipendenti dalla sua produzione discografica, che appunto avvengono nella cornice pre-natalizia di fine anno, nella pancia un po’ magica e un po’ misteriosa di un meccanismo che sospende “il tempo dell’utile, il tempo del lutto, il tempo della morte e della rabbia”. Ed ecco che, a due mesi esatti dal Natale, esce il tredicesimo album in studio per il cantautore venuto al mondo ad Hannover, con tanto di anno di nascita nel titolo (il 1965) e costituito da una scaletta che a tre inediti affianca la rilettura di pezzi religiosi, della tradizione, del folklore, swing italo-americani, frammenti cinematici e – non ultimo – un tributo alla stella polare di Tom Waits.
Più che “rileggere”, è tipo un mettere nel mirino: del resto il titolo di cui sopra rimanda agli Schützenfest, i “festival di tiro” tra i quali quello di Hannover – appunto – è considerato il più grande del mondo coi suoi circa un milione e mezzo di visitatori ogni anno. Un festa popolare che deve avere marchiato a fuoco l’immaginario del piccolo Vinicio, quel suo fare i conti con le affinità e divergenze tra la cultura d’origine dei genitori (irpini) e la crapulosità sbevazzona germanica, nei cui meccanismi profondi si cela un simile bisogno di sospendere la presenza dell’oscuro, la mannaia del destino.
Questo “disco natalizio” di Vinicio – suonato assieme ai sodali Alessandro “Asso” Stefana, Giancarlo Bianchetti, Mirco Mariani, Teo Ciavarella, Glauco Zuppiroli, Michele Vignali e Achille Succi – è quindi una specie di negativo, la cartina al tornasole che fa emergere l’inganno nel momento stesso in cui ti solleva dall’angoscia, lo sguardo radente che rivela quanto fragile sia lo strato fantasmagorico dei dispositivi festaioli, quel loro danzare sul ghiaccio sottile che nasconde le acque cupe del consumarsi, del dolore.
Ma a dire il vero si tratta di un gioco scoperto: la traccia iniziale è infatti una versione trepida dell’inno evangelico Abide With Me, il cui testo è tradotto con una certa fedeltà forzando però l’invocazione del titolo in un più intenso Sopporta con me, quasi a voler inseguire il conforto della com-passione, rassegnandosi all’impossibilità di debellare il male, come lascia intendere anche il senso di rassegnazione che pervade Conforto e gioia (dalla carola inglese God Rest You Merry Gentlemen).
Il trio Bianco Natale (White Christmas), Campanelle (Jingle bells) e Santa Claus è arrivato in città (Santa Claus Is Coming To Town) quasi non avrebbero bisogno di chiosa: la band sgomita, starnazza, urla, pennella estro swing squillante e abrasivo, morde le caviglie all’emulsione festaiola nel tentativo di esorcizzarla dalla narcosi commerciale e liberare il fantasma nel suo cuore atavico. Forse, sia detto per inciso, con quel pizzico di mestiere di troppo. Finendo così per sembrare poco più che godibile (ma comunque godibile).
Va detto comunque che Capossela ha un dono: sa farsi tramite, espone con ingenuità gioiosa a livello del suolo. Se c’è un qualsivoglia messaggio è al tempo stesso evidente e differito, sta ad esempio nel sarcasmo cartoonesco di Voglio essere come te (dalla soundtrack del disneyano Il libro della giungla) e di Aggita (ovvero quella Agita di cui Nick Apollo Forte esegue una irresistibile versione in Broadway Danny Rose di Woody Allen), siparietti buffi saturi di nevrosi contemporanee. E quando invece bazzica territori più neutri – come l’irresistibile Il friscaletto e il croonerismo nostalgico di Dankeschoen – pare comunque voler indicare quello spaziotempo in cui tanto il nonsense che la sensualità popolare manovravano le leve di un immaginario ricco, stratificato, sfumato, irriverente. A cui non sappiamo più concedere cittadinanza.
Va detto quindi di una Charlie che è di fatto la traduzione piuttosto fedele della waitsiana Christmas Card From A Hooker In Minneapolis, dove Omaha diventa inevitabilmente Scandiano e in un pozzo di compromessi balenano scampoli di disperata sincerità. Infine, i tre inediti: Voodoo mambo mantiene tutto ciò che dice il titolo promette, né più né meno, mentre Il guastafeste è una marcetta ibrida tra guizzi mediterranei e brume mitteleuropee che assolve il compito di chiosa (“Sono il guastafeste/Nemico di ogni festa/La nuvola nera in testa”). Fa meglio la title track, francamente autobiografica, spettacolo d’arte varia prima agglutinato in un incanto infantile e quindi sferzato di allegria circense (se mi si consente l’azzardo, dire che questo pezzo sta a Vinicio come 1983 stava a Lucio Dalla).
In conclusione, album che ha sostanza e motivo di esistere, il cui punto di caduta è ben all’interno della zona di conforto caposseliana, della quale comunque ribadisce l’attitudine alla mossa imprevista, sfasata rispetto alle parabole cantautorali standard. In altre parole, è una strenna, certo, la cui natura anomala è misura di ciò che ti aspetti e che, in fondo, sei.
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