Recensioni

6.5

Di cosa parliamo oggi, anno 2022, quando parliamo dei Verdena, anche e soprattutto dopo i sette anni trascorsi dall’ultimo album (a parte la soundtrack di America latina, episodica anche se tutt’altro che disprezzabile)? Sette anni, ovvero il tempo medio di ricambio cellulare completo di un essere umano: un periodo durante il quale diventiamo letteralmente altri (altri corpi, altre menti). Tuttavia, proprio come un individuo rimane tale anche se nel frattempo tutto ciò che materialmente era è evaporato in una nuvola rosa (o di altro colore biologico), allo stesso modo una band persiste a essere se stessa malgrado debba inevitabilmente fare i conti con il tritacarne del tempo. 

Quindi: cosa ci dice il nuovo Volevo magia dei Verdena? Cos’è questo Volevo magia? Chiederselo è già un’attestazione di rilevanza: non stiamo parlando di una band qualunque. Partirei con un’opinione sui Verdena di cui mi assumo ogni responsabilità: in loro ho sempre avvertito una, come dire, poetica del ritardo. Una malinconia laterale, un disarmo. Esordirono nel settembre del 1999, quando tutto ciò a cui si rifaceva il loro immaginario aveva scollinato l’apice, un crogiolo di hardcore, noise, grunge, stoner, shoegaze, psych, freak, metal, il tutto impollinato da spore post- tanto inafferrabili dal punto di vista stilistico quanto scivolose da quello espressivo. 

All’epoca ero all’incirca trentenne e quei tre ragazzi all’incirca ventenni mi comunicavano un senso di spaesamento indolenzito, lo sconcerto vagamente rabbioso di una generazione che saliva al volo sull’ultima corsa di un tram che girava ormai a vuoto attorno all’odore del capolinea. Giovani e piuttosto scollegati, per quanto nell’orbita di sauri rock come Giorgio Canali e Manuel Agnelli (produttori del primo e del secondo album), i Verdena furono capaci di intercettare un pubblico di riferimento che nel tempo si è consolidato in zoccolo durissimo, disposto a vedere in loro un credibile corrispettivo nostrano della furia slogata e visionaria degli adorati Melvins e Motorpsycho, band che in quella cuspide tra vecchio e nuovo secolo non avevano certo esaurito gli assi nella manica ma, insomma, avevano ormai speso i loro lavori più significativi. 

Ecco quindi quel senso di presente differito, di bestia cavalcata quando il rodeo ha già scaricato a terra i più avventurosi, e il senso d’impotenza strisciante di chi non può farci nulla. Di chi non può farci nulla generazionalmente.

In quei loro testi così particolari – tra i principali motivi di irritazione e dileggio per i detrattori – ho sempre avvertito il rinculo di questa consapevolezza: versi evasivi, estemporanei, disarticolati, aleatori, sconnessi, in cui se c’era un filo stava tutto dentro la testa del loro autore. Sembravano voler comunicare proprio questo: c’è qualcosa che non vuole uscire, prendere forma evidente e compiuta, formattarsi secondo le regole della comunicazione. 

Del resto, perché conferire forma, senso, congruenza e linearità al significante quando i segni non hanno più abbastanza forza per attraversare la distanza tra i comunicanti? Perché alzare il volume della voce, scolpire sintagmi e rendere intelligibile la narrazione, quando comunque è questione di onde sonore che colpiscono membrane, una gazzarra pre-verbale di sensazioni spedite all’inseguimento di emozioni? 

Più che parole in libertà (qualcuno – non ricordo chi – azzardò a definirlo “dadaismo biascicato”), il linguaggio dei Verdena – e in particolare la voce di Alberto Ferrari – mi faceva pensare al mormorio autoriferito di chi non trova motivi per uscire dalla camera, dalla pagina del diario, dal guscio. Non per ignavia, ma per una specie di afasia indotta, contingente, addirittura epocale. Non posso dire che sentissi mio quel modo di (non) esprimersi, ma cazzo se lo capivo.

Quasi un quarto di secolo dopo, quella contingenza si è come minimo consumata, è filtrata attraverso strati successivi di nuovi disagi e spaesamenti, diventando altro. E in tutto ciò, i Verdena? In tutto ciò, i tre bergamaschi hanno circa dieci anni più di quanto avessi all’epoca in cui li conobbi. Nel frattempo hanno fatto altro, sono passati da versioni più destrutturate di sé, del proprio fare musica. Hanno sgranato la melagrana, ma hanno evitato di farne succo: si sono tenuti i semi in tasca, per così dire. Da qualche anno non è più questione di fare i conti col tempo: la simultaneità ha fatto misticanza di passato e contemporaneo, svuotando il futuro come concetto, desiderio, prospettiva. In qualche modo, i Verdena si sono trovati allo scoperto, costretti a uscire dal guscio. E lo hanno fatto bene sia con Wow che con i due volumi di Endkadenz, per mezzo dei quali hanno saputo sganciarsi con personalità da qualsiasi flusso e riflusso, archiviato la questione generazionale e puntato il perno sul rock disegnando strani cerchi come un compasso impazzito, con l’obiettivo (forse) di tracciare un perimetro attorno a un’attitudine musicale (ormai) sformata, scollata, scollegata. 

Musicalmente, Volevo magia è una tappa tutto sommato coerente al loro percorso, tenuto conto degli anni che non fanno sconti a nessuno. Tredici canzoni come carcasse di ossessioni, relitti a cui aggrapparsi per galleggiare su un brodo inacidito, squarci di vulnerabilità problematica e vampe urticanti eruttate da un pozzo di rockismo disallineato. Ma comunque canzoni, nelle quali rovesciare quel po’ di forza e fiducia assieme a uno spaesamento che a questo punto direi genetico. Canzoni come approdi un po’ disperati ma tutto sommato ancora in grado di salvarti dalle correnti, quelle che minacciano di risucchiarti nelle bonacce cannibali della mezza età, o se preferite della fottuta, devastante normalità.

Si parte con la ballatina asprigna e strattonata blues di Chaise Longue, invito all’(auto)analisi onirica, sguardo nella cipolla di vetro psych-folk senza troppa speranza di esorcizzare i fantasmi, dai quali all’improvviso colano languori piuttosto toccanti. Dopodiché inizia il rollercoaster, tra granulomi hard-blues (Paul e Linda) casomai innervati arty (Paladini), rumbe con le traveggole cinematiche (Dialobik), funk-soul sbranati di elettricità (Sino a notte), math-rock a precipizio speronati psych (Crystal Ball) e metalcore a testa bassa (la title track). 

Energia che sgomita, che erompe con geometria opportunamente scabra, sfoderata col giusto equilibrio tra calcolo e mancanza di riguardo, intervallando il tutto con momenti più distesi, anche se non proprio quieti, comunque espressione del lato più cantautorale della band. Vedi una Certi Magazine che fa pensare addirittura a Riccardo Sinigallia, o quella Sui ghiacciai che inizia come un’uggia cristallina Neil Young prima d’imbarcarsi su un ruscello pop-soul acidulo e sfrangiato, o ancora la conclusiva Nei rami col suo vagheggiare Seventies tra refoli di archi e fatamorgane soul-psych, mentre Cielo super acceso si gioca bene la carta degli opposti – melodia indolenzita su nevrastenia elettrosintetica – con neanche troppo vago effetto Notwist.

Segni e sintomi insomma di un’irrequietezza vissuta con una certa disinvoltura, da cui la capacità di padroneggiare un codice complesso e per certi versi schizofrenico, a partire dalla refrattarietà per la radiofonia spicciola che tuttavia non impedisce loro di elaborare per gli airplay un verdenismo intrigante. Nel complesso la formula si conferma efficace, eppure c’è qualcosa che non va, oggi più di ieri. Pare infatti che queste canzoni si impegnino più che altro a delimitare un territorio, un luogo. A rimarcare uno scarto, un’alienazione premeditata. Sembra un modo insomma per scavare il fossato così da poter dire: “noi”. 

Una missione comprensibile anzi apprezzabile in un tempo che identifica il motore di ogni espressione (o sedicente tale) nelle connessioni, nelle condivisioni, nei featuring a pioggia, nei mille varchi con cui tutto sembra implicato con tutto. Ma questa urgenza di costruirsi un’alterità inespugnabile e al tempo stesso porosa non si consuma senza effetti indesiderati, a partire da uno strisciante squilibrio tra forma e sostanza. 

Queste canzoni infatti sono agglomerati di segni, spremute di nervi, concrezioni di attitudini. Fanno pensare a camere arredate da un designer piromane ma hanno tutta l’aria di essere disabitate, il che le rende abbastanza interessanti ma – appunto – solo abbastanza

Non aiutano certo ad aumentare il peso specifico della proposta – della sostanza – i testi e la voce, che sembrano rinculare al periodo anni Zero: la barra della narrazione sembra tornata in mano allo stesso adolescente di allora, quello che non ha intenzione di uscire dal piumone, più o meno soliti – mutatis mutandis – il disorientamento, la fragilità, le ossessioni, l’introversione ottundente, l’ermetismo onanista, la potenza volatile di quel simbolismo farraginoso. Se tutto questo aveva senso quasi un quarto di secolo fa, oggi assume (inevitabilmente) un retrogusto di innocuo, di ingenuo, di involuto. 

Il tempo, che notoriamente è un bastardo, sembra avere messo questi tre ex-ragazzi di fronte a uno specchio di cui non sanno elaborare del tutto il riflesso. Sono bravi, anzi sono sempre più bravi, capaci di plasmare la materia batterica, visionaria ed esplosiva del rock (compresi i contagi folk, soul, funk…) con ingegno, potenza, lucidità e sacrosanta noncuranza. Ma le loro canzoni non dovrebbero limitarsi a questo. Non possono essere solo ginnastica sonora per depistare il disagio, per rimarcare la cappa pastosa di una peraltro ambigua non appartenenza. Oppure sì, ma sarebbe un segnale ben triste per loro, per il rock, per tutti noi.

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