Da “Angie” a “Chaise Longue”, le migliori ballate firmate Verdena
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Davide Cantire
- 23 Settembre 2022
La notizia del ritorno dei Verdena è accolta sempre con un grande entusiasmo, se non altro perché – oltre alle qualità indiscusse che hanno accompagnato la loro ormai più che ventennale discografia – l’approccio adottato dalla band bergamasca verso il marketing ha sempre avuto un ché di enigmatico ed errante. Con un nuovo singolo uscito a sorpresa (e per giunta di lunedì, in netta controtendenza all’abituale venerdì) e a pochissimi giorni dall’arrivo del settimo lavoro in studio (se consideriamo, come fa la stessa band, le due parti di Endkadenz come un lavoro unico).
Chiaramente, se parliamo di Verdena è impossibile non associare al gruppo di Alberto Ferrari, Luca Ferrari e Roberta Sammarelli quell’anima rock che – almeno agli esordi – affondava a piene mani nel panorama internazionale di matrice anglosassone come Melvins, Motorpsycho, Smashing Pumpkins e Nirvana. Tuttavia, questo non ha mai impedito al gruppo di sperimentare ballate più tradizionali o riadattate alle loro peculiari sonorità che hanno più lentamente fatto breccia nel cuore degli appassionati fino a diventare negli anni dei veri cavalli di battaglia con cui fare emozionare le folle ai concerti, tra una sessione e l’altra di pogo sfrenato (come nel mezzo di Don Calisto e Muori Delay). Alcune di queste sono addirittura tra i brani più celebri dei Verdena, che mai si azzarderebbero a escludere dalla scaletta live, magari con un lavoro certosino di alternanza tra una data e l’altra.
Vera (Verdena, 1999)
Le ballate nella discografia dei Verdena ci sono sempre state, e la prova è Vera, quinta traccia dell’eponimo album di debutto uscito nel lontano 1999. Piazzata non a caso in mezzo a due forze della natura quali L’infinita gioia di Herny Bahus e Dentro Sharon, il brano è un canto sofferto che sfrutta da subito una delle armi migliori di Alberto Ferrari, ovvero l’utilizzo di un testo ai confini dell’ermetismo, di non facile comprensione se non per il suo autore. Si tratta ovviamente di un tratto ancora molto acerbo, che con gli anni arriverà a una vera (perdonate il gioco di parole) maturazione.
Nel mio letto (Solo un grande sasso, 2001)
Anche questo brano, il secondo singolo estratto da Solo un grande sasso, è ricco di fascino. Vuoi per la sua capacità di segnare uno stacco dalla tracklist del disco, caratterizzata da una varietà di ritmo e stili che negli anni ha portato a una maggior considerazione del secondo affondo lungo dei Verdena, tanto che oggi è uno dei loro lavori più apprezzati e difesi a spada tratta dai fan più indomiti. Impreziosita dal pianoforte di Manuel Agnelli, la ballata divide la sua anima tra il Lennon più etereo e certe atmosfere altezza Sparklehorse in cui è dolce sprofondare.
Morbida (Miami Safari EP, 2002)
Pochi mesi dopo l’ottimo riscontro ottenuto dal secondo lavoro in studio, i Verdena pubblicano – come continueranno a fare almeno fino al 2007 – un EP traghettatore in grado di sfruttare l’ultimo singolo di successo e arricchirlo di alcune chicche inedite. Oltre a Miami Safari, quindi, due suite che riprendono il nome dell’album precedente, una cover dei Melvins (Creepy Smell) e Morbida. Brano praticamente semi-sconosciuto, si districa tra il sottile equilibrio creato da chitarra acustica, mellotron e basso (tutti suonati da Alberto Ferrari) con la batteria di Luca Ferrari a sostenerne leggermente il ritmo. Nel testo si nota il contrasto tra il tormento del soggetto protagonista e la calma dell’incedere sonoro («Ma sono in ogni oscurità/La tregua che non c’è/Mi uccide l’anima»).
Glamodrama (Il suicidio dei samurai, 2004)
Più che una ballad, Glamodrama è un oggetto multiforme, un po’ come il senso ultimo del testo sembra suggerire a più riprese. Parte come ballad per poi dar sfogo allo sferzare elettrico delle chitarre nel ritornello, tornare alla ballata e, infine, concedersi un epilogo dal sapore sognante, psichedelico, etereo, quasi come a volersi fondere con l’immaginazione di chi sta ancora ascoltando. Da qui in avanti, la produzione è affidata agli stessi Verdena e non mancano di sottolinearlo brani dalla natura sfuggente come questo.
Angie (Requiem, 2007)
Si tratta probabilmente della più celebre ballata dei Verdena. Angie, scritta nel corso di un campeggio in Spagna da Alberto Ferrari, è sorretta sia dal pizzicare delle corde di una chitarra acustica che dal mellotron, suonato per l’occasione da Mauro Pagani, fondatore ed ex membro della PFM, il quale è anche produttore del brano. Angie esterna le maggiori influenze del leader dei Verdena del periodo, dai Love ai Blonde Redhead, così come è celebre nel testo l’omaggio a Kurt Cobain, per mezzo della frase «Dio è gay», presente nel brano dei Nirvana Stay Away, decima traccia di Nevermind. Della citazione, Alberto dirà in seguito: «È una questione di sonorità. Non penso neanche che esista Dio e non c’è neanche il problema dei gay di mezzo. È solo che suonava bene in quel punto lì. E poi per me era più una dedica ai Nirvana» e ancora «Negli anni ’90 appunto era abbastanza forte come cosa. Qui in Italia magari lo è ancora perché c’è la Chiesa che deve seguire una certa coerenza, però per me non è una frase che fa scalpore».
Trovami un modo semplice per uscirne (Requiem, 2007)
È, se vogliamo, un brano complementare al precedente Angie, che vede ancora Mauro Pagani come produttore, e la seconda ballata per popolarità della band (solitamente, i Verdena opteranno per inserire uno solo dei due brani nelle scalette dei propri eventi live, proprio a causa delle enormi similarità tra i brani e non risultare quindi ripetitivi). In linea con le atmosfere di Requiem, il brano trae forza dal suo testo sconsolato e quasi privo di speranza, un vuoto di cui il soggetto narratore sembra nutrirsi come unica ancora di sopravvivenza.
Razzi arpia inferno e fiamme (Wow, 2011)
Primo singolo estratto dall’acclamato Wow, considerato dai più il capolavoro della band bergamasca, Razzi arpia inferno e fiamme propone una curiosa variazione sul tema delle ballad fin qui orchestrate dai Verdena. Con un testo scritto a quattro mani da Alberto Ferrari e Roberto Longaretti, il brano si muove al ritmo di un folk dal sapore tribale, contornato da onde psichedeliche presenti in larga parte in tutto il (doppio) disco del 2011. Fu la prima canzone scritta dopo la fine del lungo tour di Requiem, sancendo di fatto una nuova svolta artistica per il trio.
Castelli per aria (Wow, 2011)
Ancora una volta al centro di una delle ballate più romantiche dei Verdena c’è l’inafferabile, quel mistero che mai saremo in grado di carpire (della vita, delle relazioni, scegliete voi). Il soggetto, del resto, non può far altro che “immaginare” con gli strumenti che ha a disposizione, con quello che sceglie di vedere e di celare alla propria vista. Acustica, percussioni, mellotron, piano: la ricetta già ampiamente consolidata per la ballata ideale.
Tu e me / Letto di mosche (Wow, 2011)
Atmosfere a metà strada tra Love e Beatles si respirano anche in questa coppia di brani inseriti strategicamente nella seconda parte di scaletta dell’album (non si fa fatica a definirlo il White Album verdeniano visti anche i molti riferimenti espliciti al celebre disco del 1968). Curiosità: in entrambi i brani compare la parola film, a dimostrazione delle sensazioni immediatamente visive affidate all’intero progetto Wow: «In un film/Distorto ormai», nella prima; «Sul serio, non è un film», nella seconda.
Nevischio (Endkadenz Vol. 1, 2015)
Un approccio più grezzo e meno lavorato è quanto è stato adoperato per tutto il progetto Endkadenz, sia nel primo che nel secondo volume. Nevischio è caratteristico in tal senso. Pochi e misurati effetti di distorsione non distraggono invece dal ritmo scandito costantemente dalla chitarra e dal piano (suonati entrambi da Alberto Ferrari), mentre la voce risuona più chiara e limpida che in passato. Il titolo originale era inizialmente Macca, perché in quel periodo Paul McCartney era tra gli autori maggiormente ascoltarti da Alberto.
Diluvio (Endkadenz Vol. 1, 2015)
Settima traccia del primo Endkadenz, si caratterizza per la tipica atmosfera malinconica e sognante del testo, che ancora una volta non esplicita mai veramente se siamo all’interno, appunto, di un sogno, o di un momento di sconforto del soggetto che vede la propria relazione disgregarsi. Da appuntare sul taccuino delle prelibatezze verdeniane l’espressione: «Domo un mai/dissolvo un che». Il brano verrà poi riarrangiato da Iosonouncane nel suo stile e inserito nell’EP condiviso Split del 2016.
Nera visione (Endkadenz Vol. 2, 2015)
Simile nello stile alle due precedenti ballad del primo volume, a proposito di Nera visione parlavamo in sede di recensione di una «eterogeneità di stili e di influenze evidente, altro esempio della vena cantautorale di Ferrari, qui debitore verso Paul McCartney».
Chaise Lounge (Volevo magia, 2022)
E finalmente il ritorno, ben sette anni dall’ultima volta (con in mezzo una pandemia, una guerra che ancora persiste e una crisi energetica appena cominciata). Come già scritto nell’area videoclip, «il pezzo è una ballatina asprigna, un impianto acustico folk-rock croccante, quasi bucolico, su cui formicolano pennellate di chitarra elettrica e tastiera dal retrogusto decisamente Seventies, il tutto in un’atmosfera da cipolla di vetro onirica, da qualche parte tra flusso di coscienza, lettera mai spedita e seduta psicoanalitica. Ricorda per certi versi i puzzle agrodolci e irrequieti dei Gomez, impollinati di grana melodica Battisti (versione roots) e solleticati da un prurito agreste freak folk».
