Verdena
I Verdena. Alberto, Luca e Roberta. Foto per la stampa di Paolo De Francesco

Crescere, cambiare… o forse no. Intervista ai Verdena

«Crescere e non crescere. Bambini e non bambini. Cinquanta per cento cambiamento e cinquanta per cento no». Alberto dei Verdena non parla in modo tanto minuzioso dei suoi dischi. E allo stesso tempo, è onesto e spontaneo anche oltre ogni limite razionale. Nelle interviste è informale, spesso tranchant, si esprime in toni dissacranti – nei confronti dell’interlocutore e del rito dell’intervista, ma anche di se stesso – e usa frasi che sembrano buttate lì. E invece sono piccole chiavi che ci permettono di capire come gira l’universo Verdena molto più di elaborate esegesi del metodo di lavoro del trio bergamasco. È Alberto quello che parla di più dei ragazzi dei Verdena. Questo senza nulla togliere a Roberta e Luca, compari e complici, tanto da battibeccare affettuosamente o di spalleggiare le sue battute. Se la loro alchimia funziona da venticinque anni un motivo evidentemente ci sarà – ed è lo stesso che li ha resi una delle band più apprezzate del panorama italiano odierno. L’attesa per il nuovo album è inversamente proporzionale alla scarna presenza sui social, e qualche volta anche sui media in generale dei tre – non più tanto – ragazzi, visto che sono padri e madri di famiglia e hanno superato il traguardo dei quaranta. Però concedeteci di chiamarli così, visto che sono miei coetanei e da ascoltatori di musica li abbiamo adottati vedendoli crescere…

Il crescere è una nota fondamentale di questo momento e di ciò che rappresenta Volevo magia. L’album segna il ritorno dopo sette anni da Endkadenz, debordante lavoro in due volumi che aveva dato libero sfogo a tutte le loro velleità e forse anche a una certa incontinenza, per la troppa voglia sperimentare e la troppa affezione verso i propri pezzi. Ma va bene anche così, ce li teniamo con la voglia di giocare fino in fondo e di non crescere del tutto – o di crescere con i loro modi. Che è poi quello che hanno fatto ora: hanno scremato e sfrondato tutto quello che si vuole, eppure in quattordici pezzi non c’è una melodia così dritta ciclica e lineare, sempre tragitti un po’ strani in cui la frase da cantare scompare e riappare in modo un po’ carsico, oppure cambia e si evolve, così come una dinamica si dissolve e ritorna e poi lascia campo libero a un’idea inaspettata. E tutto per quanto ci abbiano lavorato, dicono loro, nel modo stavolta più spontaneo e lasciando da parte quei pezzi la cui chiave – per usare una felice espressione di Luca – non si trovava subito in scioltezza.

Anche quando rispondono alle domande in modalità tavola rotonda – con più persone contemporaneamente a intervistarli – il loro parlare, che oscilla tra l’ermetismo, il nonsense e lo spiritoso cazzeggio, ha un modo laconico di arrivare dritto al punto che rende bene l’idea, anche se non contiene un discorso così forbito e dettagliato sulle loro scelte estetiche. Facciano come cavolo vogliono, anche sapendo che a volte esagerano, e senza il forse, come loro stessi hanno ammesso pensando alla superdose di un lavoro precedente che oggi sfoltirebbero un bel po’. Lasciamoli stare e teniamoceli come sono; che il caos imperversi dalle parti dello studio ex pollaio nella loro frazione di Albino, luogo delle loro avventure creative e meta di pellegrinaggio per i fan, oltre che location del video di Chaise Longue – che ha anticipato giusto di qualche giorno l’uscita del loro settimo disco. Tanto un filo esce sempre fuori. E il risultato è un disco che cresce di ascolto in ascolto. Qualche pezzo induce già a schiacciare il tasto repeat: Certi magazine, «un pezzo piattissimo, né nella batteria, né nel basso né nella voce succede un cazzo [a parte il falsetto vabbe’… ma questo lo diciamo noi, e quel ritmo sbarazzino che entra a un certo punto…, ndSA], però ci sono queste cose che entrano a destra e a sinistra e il pezzo secondo me è tutto lì», in quelle orchestrazioni, che comprendono i suoni di archi, il pianoforte: senza «sarebbe un pezzo palloso» per Alberto, e invece non lo è minimamente. Cielo super acceso gongola su un groove che potrebbe essere punk e potrebbe essere elettronico – ed è probabilmente entrambe le cose – ed è un pezzo che pur essendo claustrofobico e dissonante, ha un’anima prontamente pop. Highlights provvisori a cui potrebbero anche aggiungersene altri. Quindi sì, per rispondere a una nostra domanda, è un disco pop-rock ma si può leggere in altri modi.

Verdena
I Verdena. Alberto, Luca e Roberta. Foto per la stampa di Paolo De Francesco

Sarà questa la famosa magia? Dopo la prima domanda, che serve giusto per rompere il ghiaccio e avere la risposta che aspettavamo, cioè che la lunga assenza è dovuta a una pausa tra gli impegni familiari di Roberta – nel frattempo diventata madre di tre bambine – e altri progetti paralleli pure artistici, la nostra chiacchierata in gruppo in un interno (una domanda a testa, e nel nostro turno siamo all’incirca sei persone) entra nel vivo quando si parla di una cosa solo apparentemente di routine, come il titolo del nuovo lavoro.

«La magia che cerchiamo – e qui parla Alberto – è a questo punto qualsiasi magia perché non ce n’è più tanta in nessun posto. È sempre meno magica la situation… quindi speriamo che arrivi qualcuno a salvarci». Più pragmatica Roberta: la scelta del nome del settimo album – contando, e sembrano farlo anche loro, i due volumi di Endkadenz come un’opera sola – si lega anche al brano omonimo, inusuale per il contesto del disco stesso ma anche diremmo per il canzoniere Verdena, per quel suo beat in stile hardcore anni ’80-’90 (pensiamo di primo acchito addirittura ai Discharge o ai Bad Religion): «Ci è piaciuto perché era un brano anomalo, diverso dalle solite nostre cose, che è nato in una versione più dilatata, con una ritmica molto più lenta e un minutaggio più lungo, ma che poi quasi per scherzo abbiamo fatto come lo sentite sul disco – e ci siamo tenuti quest’ultima versione che ci è piaciuta di più. Il titolo è arrivato alla fine: i testi sono stati scritti in ultimo come al solito e quando li abbiamo avuti completi, ho proposto un titolo, Sette, ma mi sembrava troppo banale e non mi convinceva. Qualcuno allora ha proposto Volevo magia, che era un buon titolo, dava senso a tutti gli altri brani, racchiudeva un po’ tutto il disco». «Sì, l’atmosfera in generale… – dice Alberto – …a me ricorda sempre un po’ il lamento di un bambino, questo titolo, o di adulto che dice “mmm volevo magia” come “mmm volevo la caramella”… gne gne [si mette a frignare per finta, ndSA] … insomma… crescere e non crescere… bambini e non bambini… magia forse non c’è più e quindi dico la volevo, però rassegnato al fatto che non ci sia più, però si va avanti comunque perché cerchiamo di crearne di nuova cazzo!!!»

Quelle atmosfere che segnano un distacco dal passato – anche dal più recente. Non un taglio così drastico: un passo lungo al di là di quello che in tre avevano rappresentato e fatto fin qui. Per lui «non c’è una grande spiegazione. È qualcosa che ci viene naturale così come ci viene naturale essere diversi perché sappiamo benissimo che se facciamo qualcosa di molto simile a qualcos’altro… di nostro, dagli altri invece possiamo copiare tutto [lo dice ridendo come ovvio, ndSA]… se ci accorgiamo che somiglia troppo a cose già fatte, quella cosa è scartata. Il momento in cui sembriamo i Verdena sono gli ultimi mesi in cui aggiungo la mia voce e di colpo diventa tutto Verdena, cazzo, possiamo tutto, il cambiamento della terra, ma non si sente più… Cambiate cantante ragazzi!»

L’invito sembrerebbe raccolto per scherzo mentre continua: «Cinquanta per cento sì e cinquanta per cento no, di cambiamento. È il nostro disco più positivo musicalmente, a livello di testi non lo so…». Questo probabilmente non lo può dire nessuno, è sempre tutto molto così, un po’ volante e sublimabile, nelle parole delle loro canzoni, e anche la musica, dice Roberta, è «un processo totalmente inconscio», però… c’è un però e non è di poco conto, «questo forse è il disco più allegro che abbiamo fatto e il meno psichedelico da Requiem a questa parte, mettiamola così». Ohibo’, e perché, gli si chiede o almeno si cerca di capire…

La spontaneità, a sentire Alberto e Luca, avrebbe avuto la meglio sull’analisi meticolosa e sulla ricerca aggiuntiva, diciamo. «A questo giro qualsiasi pezzo non ci riusciva in modo naturale lo mollavamo. Avevamo tante idee, tanti riff: ma i pezzi dove non succedeva niente li lasciavamo subito, anche se eran fighi eh, però no basta… Doveva essere che il pezzo usciva subito. Avevamo un’idea di spontaneità, provare anche meno i pezzi perché l’idea che avevamo in passato di lavorare così meticolosamente ci aveva stancato, certi pezzi sono così o li fai morire a studiarli troppo». Questo vuol dire anche tante idee accantonate, riff che magari un giorno potrebbero rivendere a dieci euro come dicono, naturalmente per scherzare – o come invece è successo davvero, diventare l’anima di altri progetti quali la musica del film America latina. Pure brani interi sono rimasti nel cassetto e addirittura «anche belli ma si vede che non avevamo trovato la chiave finale o un qualcosa», come puntualizza in modo icastico Luca mentre Alberto ribadisce: «Quando ci tirava troppo matti voleva dire che il pezzo non ci arrivava naturalmente e quindi bene, basta così». Non proprio come era successo nei due Endkadenz, per intenderci, una scelta che con la testa di oggi – gli chiede il collega e concittadino Luca Roncoroni – probabilmente farebbero ancora? Oppure scremerebbe un po’ di pezzi? «Scremeremmo, eccome se scremeremmo», gli risponde Alberto. Luca spiega meglio: «Faremmo un disco solo, un disco lungo magari». Alberto è molto meno onirico che nei suoi testi, quando ci spiega con il senno di poi la sua visione sul titano bifronte che hanno partorito nel 2015. [Con Endkadenz] «abbiamo un po’ pisciato fuori dal vaso perché eravamo affezionati a tutti quei pezzi e non eravamo consapevoli – io non sono consapevole nemmeno del disco che ho fatto adesso, figurati. Ci vuole sempre un po’ e poi ti accorgi anche della cazzata».

Wow invece lo vede ancora «come un disco giusto», e qui Roberta lo interrompe. Forse si poteva anche togliere A cappello, mentre con Endkadenz, dice Alberto riprendendo la sua elegantissima metafora che forse hanno esagerato anche loro: «abbiamo proprio scagazzato fuori dalla tazza, cagato, pisciato, fatto un po’ tutto… Per me è anche troppo lungo Volevo magia. L’idea iniziale era 8-10 pezzi, alla Black Sabbath di una volta», insomma.

Verdena
I Verdena. Alberto, Luca e Roberta. Foto per la stampa di Paolo De Francesco

Otto-dieci pezzi che sono diventati quattordici. E non è andato tutto in maniera così lineare. Anche per agenti esterni imprevisti. Non c’è stato solo il lockdown a fermare le macchine, come si dice. Il registratore analogico tanto caro ai Nostri, che un po’ si definiscono e un po’ sono definiti degli outsider fuori dal tempo, ha pensato bene di fermarsi da solo. La conversione digitale è stata tutto sommato indolore e ha fatto anche bene al microclima dello studio. «Il nastro è bello» spiega Alberto «però che caldo che faceva lì dentro. Quando tornava indietro avevamo questo motore in una stanza superpiccola, col computer si sta belli freschi».

Invece sull’atmosfera generale dei pezzi il discorso è diverso e le differenze ci sono. «Credo che i pezzi più vecchi abbiamo una dimensione un po’ più eterea» – e sono probabilmente Chaise Longue o Certi Magazine, quelli con le orchestrazioni e più svasati. Quelli venuti dopo il Covid «sono molto meno psichedelici», quelli tra l’hard e il punk per intenderci, e «più giocherelloni». I più rumorosi, i più duri, «i più ignoranti. C’è molta ignoranza in questo disco», e qui la risata non può che scappare a tutti. Cosa voleva dire però Alberto si capisce benissimo. Il resto della chiacchierata di gruppo verte su due argomenti. Il primo è l’imminente ritorno sul palco con tanto di fatica psicologica annessa, soprattutto «adesso che hai perso un po’ il callo…». «C’è un’ora prima di salire sul palco che è un disastro». Se Luca saggiamente nota che si deve provare, provare e provare per farsi trovare il più possibile pronti, «perché così puoi divertirti e godere il più possibile», suo fratello chiude il discorso con una nota di ottimismo: «Ma tanto non ci si diverte lo stesso».

E poi c’è la grande questione generazionale. Piaceranno ai ragazzi di oggi? E loro ascoltano la musica nuova? Per quanto riguarda il pubblico giovane Roberta nota come è più facile che i ragazzi che li seguono dal vivo siano i figli dei loro fan del 1999 che vanno ai concerti con i genitori. Eppure ci sono dei dati clamorosi che riguardano i concerti già in programma, molti dei quali sold out (due date a Bologna e due a Milano già esaurite), che potrebbero nascondere delle sorprese. «A Milano nell’ultimo tour non avevamo avuto settemila persone a vederci. Qualcuno di nuovo c’è, chi sarà lo vedremo al concerto».

Verdena, still dal lyric video “Chaise Longue”

L’unico che ascolta musica recente in teoria dovrebbe essere Alberto, che segue un po’ gli ascolti di suo figlio, per cui da un mese a un altro sembrano passati anni luce: la trap («quel genere che non so bene che cos’è, hip hop con molta più melodia») e cose come Ghali («i primi suoi dischi sono divertenti»), Sfera ebbasta («il primo disco») e Chiello («un disco solo, il primo, gli altri non li conosco»). Sul fatto di aver scritto pezzi che possano piacere ai giovanissimi, giustamente non si pone il problema. Noi non ci poniamo il problema del bivio tra la famosa maturità e il senso del gioco che appartiene ancora ai bambini. I Verdena hanno pensato non tanto di girare attorno a quel bivio, ma di portarlo ancora più avanti. Ancora più in là, con l’età e con tutto.

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