Recensioni

La prima volta che ho stretto in mano Il mondo è come te lo metti in testa di Giovanni Truppi era il 2013, avevo venticinque anni e scrivevo su una (allora) piccola webzine romana. Le etichette ci mandavano ancora i supporti fisici, pratica che già allora mi sembrava tanto obsoleta quanto affascinante. Quel disco finì dritto nella mia top 3 di quell’anno, insieme a Il bello e il cattivo tempo di Elio Petri e un altro che non dirò.
Tra quella copertina à la Unknown Pleasures ma fatta di parole e quel flusso martellante di lemmi che provavano a raccontare una storia collettiva, piazzai Truppi, molto frettolosamente, nella schiera dei geni. Una posizione affascinante quanto bugiarda, che per anni mi mise al riparo dal confronto con un artista che, piuttosto che l’iperuranio, ama raccontare la realtà. Con un salto di qualche anno arriviamo a stasera, in una Sala Sinopoli dell’Auditorium Parco della Musica tirata a lucido che accoglie Tutto l’universo, tour che celebra l’uscita dell’omonimo disco del cantautore napoletano.
Se è vero che nemo propheta in patria Truppi esordisce in solitaria, ringraziando prima la città che per tanti anni l’ha adottato per poi scaldare la lingua con Conversazione con Marco sui destini dell’umanità, più di settecento parole per uno dei suoi migliori trattatelli socio-politici. Ancora solo, tocca a Respiro sciogliere per la prima volta la platea con quella sua profonda leggerezza infantile. Sulla scorta della nutrita band, che invero sembra più un’orchestra, fanno poi il loro ingresso in sala i decibel del punk (Il mondo è come te lo metti in testa, Hai messo incinta una scema, Superman), le ballad profondissime (Mia, Scomparire, Tuo padre, mia madre o Lucia) e due personaggi diversissimi: Francesco Motta (su La domenica) e Niccolò Fabi (su Conoscersi in una situazione di difficoltà).
Se ne stanno in disparte, cantano quello che devono e non rubano un centimetro al vero centro della scena. Complice la FFP2, il respiro si spezza in più momenti, come ogni volta che il Nostro prova a parlare con il pubblico (è lui stesso all’inizio ad affermare di non aver mai percorso tale pratica negli anni ma di voler cominciare a farlo), quell’impaccio restituisce l’immagine cristallina di un artista che il pubblico ama proprio per essere rimasto così malinconico, spigoloso, naïf. La standing ovation finale e quel «Ti vogliamo bene Giovanni», sollevatosi dalla platea nel silenzio, ne sono la migliore conferma.
Nessun genio quindi, nessuna creatura inarrivabile. Truppi è, ad oggi, tra i migliori rappresentanti del cantautorato della sua generazione. Oltre le soventi pappe pronte musicali, gli stantii meccanismi commerciali e la semplificazione estrema, esiste un modo nuovo di raccontarsi e di raccontare, in particolare riuscendo nell’impresa di elicitare il significato dell’abusata parola “politica”. Truppi lo fa quasi di nascosto, senza retoriche o ideologie, partendo dalla sua radice più profonda: rapporti umani e partecipazione. Le parole di Niccolò Fabi pronunciate stasera risultano più che mai vere: «La musica italiana ha bisogno di te, delle tue metriche, di tutto ciò che ti rappresenta». Dopo un live del genere, impossibile non essere d’accordo.
In capa mia ci sta tutto l’Universo e le galassie, e le costellazioni, stelle e pianeti a milioni di milioni
(Giovanni Truppi, Tutto l’universo)
Amazon
