Recensioni

Ascoltare Giovanni Truppi partendo da questo secondo lavoro potrebbe essere un’esperienza fuorviante, perché, nonostante le apparenze, non ci troviamo di fronte all’ennesimo songwriter fai da te partorito dall’indie nostrano. I toni volutamente sgraziati, la sovrabbondanza verbale non sempre rotonda, i riferimenti a un universo circoscritto e fondamentalmente autobiografico non sono frutto di una poetica acerba, bensì il risultato di un’evoluzione. C’era una volta il Truppi dell’esordio C’è un me dentro di me, cantautore ortodosso dalla scrittura solida e di imprinting fondamentalmente jazz-melodico; c’è ora il Truppi di Il mondo è come te lo metti in testa, musicista a metà strada tra punk e cantautorato (ma anche molto di più).
Trattasi di liberazione volontaria della parola, di involuzione formale ricercata, di riportare tutto a una base di immediatezza che paradossalmente conceda maggiore spazio alla creatività. E allora via gli arrangiamenti troppo rigidi e largo a chitarra elettrica, batteria (Marco Buccelli) e a qualche sporadico pianoforte, in un quadro surreale, volutamente incasinato e tutto da decifrare. Tanto che il Jonathan Richman citato tra gli ispiratori non ci pare, alla fine, poi così lontano dalla realtà di un musicista che mastica l’ironia senza troppe remore (Come una cacca secca).
Oltre la superficie spettinata rimane un ottimo autore di canzoni, anche se non tutto pare perfettamente a fuoco: brani come la filastrocca-title track, Cambio sesso per un po’, Ti voglio bene Sabino e La domenica conquistano per una quadratura riuscita e niente affatto banale; altri come la Quante volte voce e cellulare, I cinesi, Amici nello spazio o Nessuno sembrano mostrare qualche incertezza in più. Fatto salvo che, rispetto all’esordio, si guadagna comunque in energia profusa, ironia e onestà intellettuale percepita, e questo è un dato di fatto.
L’equilibrio di un disco come Il mondo è come te lo metti in testa è comunque cosa assai delicata, che si parli di credibilità o di genere musicale frequentato, e il rischio è quello di venir rinchiusi nel giro dell’indie sghembo noto alle cronache più per un immaginario di “costume” che per la musica in sé. Lasciatecelo dire, sarebbe un errore gravissimo, perché di pretenzioso qui non c’è nulla e sotto la scorza ruspante si coglie un’anima da fine compositore. Apprezziamo e non poco, stonature comprese.
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