Recensioni

Cosa sta succedendo in casa U2? Qualcosa, stavolta, sembra davvero essere cambiato. A quaranta giorni da Days Of Ash, pubblicato a sorpresa il Mercoledì delle Ceneri (18 febbraio 2026), ecco arrivare altrettanto inaspettatamente un altro EP di sei canzoni nel giorno del Venerdì Santo (3 aprile), Easter Lily. Una simbologia che, al di là della autodichiarata estemporaneità (si tratta in realtà, ovviamente, di una strategia ben pianificata e curatissima, incluse le due nuove edizioni della storica ‘zine Propaganda), cela dietro di sé un preciso disegno autoriale, un intento artistico, una coerenza di contenuti; intenzioni in passato spesso sbandierate, ma mai portate fino in fondo e rimaste solo sulla carta, annacquate in lavori decisamente poco (se non per niente) riusciti, sacrificati sull’altare di una popolarità e pervasività divenute il peggiore dei boomerang.
Non sembra essere questo il caso: per quanto – stando a sentire i diretti interessati – un lavoro su lunga distanza sia lì da venire, queste due uscite di media durata, così ravvicinate, non solo promettono quanto mantengono in termini di contenuti e spirito ma riservano anche delle gradite sorprese; in più, stavolta non c’è nemmeno un feat. (come quello con Ed Sheeran) o qualcosa che voglia essere smaccatamente pop o rivolto al pubblico generalista. Ed è senz’altro un bene.
L’easter lily è un simbolo di candore, speranza e rinascita profondamente radicato nell’immaginario irlandese: oltre ad avere una forte connotazione cristiana legata alla resurrezione, fu un emblema della insurrezione irlandese nei giorni di Pasqua del 1916, indossato dalle donne appartenenti a Cumann na mBan (organizzazione paramilitare femminile legata ai repubblicani); se il gruppo di canzoni “delle ceneri” era una risposta in tempo reale agli avvenimenti di cronaca, dai fatti di Minneapolis a Gaza e Cisgiordania, quelle “del giglio” sembrano piuttosto andare più genericamente in direzione di quella spiritualità “militante” che ha sempre contraddistinto e mai del tutto abbandonato i dublinesi; semplificando, se quello guardava a War, questo guarda ad October.
Tutto con le dovute – e doverosissime – proporzioni, s’intende. Posto che nel tempo è diventato un esercizio retorico persino anacronistico, oltre che tedioso, quello di sparare a zero sugli U2, dopo che da almeno tre lustri sono stati toccati abissi mai raggiunti da alcuno del loro status, sia in termini discografici che di immagine (e non sono molti a vantare un record tanto negativo, tra backlash e character assassination autoinflitta – nel dubbio, citofonare Morrissey), bisognerebbe essere proprio in malafede per non riconoscere la sostanziale bontà di Song For Hal, peana in memoria del compianto produttore – e amico – Hal Willner, che con accordi volutamente semplici e figure di chitarra ascendenti sembra letteralmente librarsi in un volo che rimanda a Stay (e se era da tempo che non sentivate Bono cantare così, è perché in realtà si tratta di Edge in una rara, e riuscita, dissimulazione del collega).
Come in The Tears Of Things e altri momenti del lavoro precedente, si sente che sotto c’è qualcosa: anche quando i quattro girano ancora un po’ a vuoto (lo spigoloso post punk di Scars, riuscito solo a metà) o si avvitano in certe dinamiche compositive e liriche tipiche della loro fase tarda (In A Life segue un po’ troppo i passi di cose come City Of Blinding Lights – e un verso come “the shopping list of all you’ve missed, let’s go there” è, semplicemente, da corte marziale -, mentre Resurrection Song nonostante l’Irlanda delle chitarre e le sbruffonate con cui il capobanda pare sfidarci – “If I sound ridiculous, I’m not done yet”… -, finisce per indulgere nel solito rock da stadio invero tamarruccio), emerge carattere: qualcosa che latitava da tempo immemore, e che se accoppiato alla giusta ispirazione e cuore dà vita a quella cosa di cui solo questi signori ormai ultrasessantenni sono – stati, o sono ancora – capaci.
La prova di ciò arriva sul finale, con una Easter Parade divisa tra l’albero di Giosuè (One Tree Hill, diremmo) e i salmi di inizio ’80 (la distanza tra questo “kyrie eleison” e “gloria in te domine” è davvero breve), tra un groove di basso rubato un po’ a Revolver un po’ a Mani (anche se vorremmo dire i Ride di Seagull…), un’intro affidata ad arpeggi di synth e una chiusura atmosferica al piano; non stanno provando a ricreare quella cosa, la stanno proprio facendo.
COEXIST (I Will Bless The Lord At All Times?) fa ancora meglio: una lunga preghiera spoken word tra Patti Smith e Lou Reed, vocoder alla Laurie Anderson, su un tappeto sonoro creato da Brian Eno sulle orme di quello che fu l’episodio Passengers (o… MLK?), con un Bono che finalmente arriva dritto, senza retorica. Guizzi di ispirazione, e di carattere, innegabili. Non sappiamo se sia lecito sia chiedere di più, o di meglio, a questi U2. Intanto, se non è una resurrezione, non è comunque poco.
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