Recensioni

Lying, the telling of beautiful untrue things, is the proper aim of Art.
Oscar Wilde – The Decay of Lying
Da troppo, troppo tempo, ad ogni occasione – e non sono poche – si finisce solo per parlare della maschera che Morrissey si è incollato addosso. Non che a lui dispiaccia, immaginiamo (la venerazione nei suoi confronti si basa, volente o nolente, anche su quello, da sempre), ma è innegabile che il personaggio abbia ampiamente divorato l’artista, a discapito di quella che dovrebbe essere la sostanza del discorso – il discorso di qualcuno che, un po’ di tempo fa, scriveva canzoni con lo scopo di salvare la vita, non lo dimentichiamo. E se invece fosse proprio quello, il punto? Se, per dirla come l’amato Oscar Wilde, fosse la maschera a dire la verità?
Una facile suggestione resa ancor più evidente dal titolo di questo Make-Up Is a Lie, quattordicesimo album di inediti che arriva dopo un esilio discografico durato sei anni in una telenovela interminabile, passata per la mancata pubblicazione di altri due dischi (Bonfire Of Teenagers, rifiutato e poi archiviato, e Without Music The World Dies, previsto per il 2023 e, pare, ancora inedito, al netto di alcuni brani confluiti in questo nuovo lavoro).
Location (Francia, ben presente anche nei testi), produttore (l’ormai fidato Joe Chiccarelli, al quinto giro di consolle) e collaboratori (Jesse Tobias, Camila Grey, Gustavo Manzur e, in una traccia, lo storico Alain Whyte) restano quelli del precedente I Am Not A Dog On A Chain (2020), a garantire continuità e una certa solidità di suono, in un pop moderno e ben levigato con venature di funk (The Night Pop Dropped), disco (Notre Dame), ombre di elettronica (le ritmiche campionate di Make-Up Is a Lie), indie 00s (You’re Right It’s Time) e meno chitarre del solito, eccetto nei pochi ma inevitabili richiami alla band madre (The Monsters Of Pig Alley).
Una professionalità indubbia che tuttavia, sposata a un’ispirazione a corrente alternata e certi cliché lirici e vocali da parte del protagonista, si traduce in una medietà di fondo (ad una frizzante Zoom Zoom The Little Boy controbilancia il patetismo melodrammatico e involontariamente parodistico di Boulevard o l’insignificanza quasi irritante di Headache).
Resta però il punto di cui sopra. Se, come recita teatralmente la title track, “il trucco è una bugia”, chi è oggi il “vero” Morrissey? Quello delle dichiarazioni shock e delle polemiche che, negli anni, hanno alienato anche una discreta parte delle persone a cui aveva salvato la vita con le summenzionate canzoni? Quello dei tristi dissapori con Marr circa la mancata reunion, destinato a farsi deprecare – e deprecarsi – in eterno per l’occasione di riscatto persa per sempre? Quello dei concerti cancellati all’ultimo minuto, delle amicizie infrante (gli Sparks, una volta idoli e oggi definiti “selvaggi”) delle collaborazioni saltate (Nick Cave, che qui avrebbe dovuto duettare in Many Icebergs Ago)? Quello che ha reso profondissimo il solco già tracciato in una opinione pubblica storicamente polarizzata, le cui imprese interessano ormai soltanto ai non molti fedelissimi e ai tanti detrattori armati di coltello? Quello che in apertura di disco rivendica il diritto di parlare liberamente e non venire censurato (“I wanna speak up and to not be trapped by censorship”), salvo poi indulgere nel complottismo irricevibile, ignobile e volutamente controverso del singolo Notre Dame (i cui contenuti vi risparmiamo per humana pietas)?
O l’uomo di sessantasei anni che, con sincera onestà, vuole emergere da queste nuove canzoni prendendosi gioco della sua mortalità con la solita, gustosa ironia (“Till gentle doctors tell me why I now must die”); che ancora una volta chiede solo di essere amato come in How Soon Is Now (“I wanna let somebody love me if they can”); che custodisce dentro di sé il giovane nerd che leggeva gli scritti di Village Voice su New York Dolls e Roxy Music immaginando di esserne il leggendario autore (Lester Bangs); che senza timore reverenziale omaggia proprio Bryan Ferry & co. in una coraggiosa rilettura di Amazona; che si chiede quando tutto è andato a rotoli con il consueto umorismo (Kerching Kerching); che regala un insperato picco di ispirazione nel folk quasi apocalittico ed evocativo proprio della citata Many Icebergs Ago?
Come avrete già capito: entrambi. Che si tratti di un cammino ancora impervio verso orizzonti più ispirati o della sostanziale conferma di un lento e lungo declino nello sforzo di restare rilevanti, sta a noi scegliere a chi credere: alla maschera, o a chi sta dietro.
Amazon
