Recensioni

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Partiamo dal presupposto che, allo stato attuale, gli U2 è questo ciò che dovrebbero unicamente fare, rimestare nel loro immenso repertorio e magari dargli un senso aggiornato. Del resto, finché ricacceranno fuori il vecchio materiale riproponendolo pari pari o reinterpretato (come per esempio accaduto con il The Joshua Tree Tour 2017 e come accadrà in autunno con l’annunciata residency achtungbaby-ana a Las Vegas), nessuno potrà rimproverargli alcunché, e soprattutto loro eviteranno di esporsi a critiche come quelle che sono andati a cavarsi con gli ultimi due album di inediti, Songs Of Innocence e Songs Of Experience.

Una terza raccolta di Songs, stavolta of Surrender, della Resa, si guadagna ben altri favori, in primo luogo perché – sarà scontato o quello che vi pare – ma gli U2 in versione unplugged per un disco intero (anzi quattro: 40 canzoni suddivise in un poker di capitoli, ognuno dei quali intitolato col nome di un componente; ma esiste anche la versione Bignami da un solo CD e con meno tracce) non l’avevamo mai ascoltati.

Una volta era opinione diffusa che fossero una delle poche formazioni rock della loro generazione a non annoiare in veste musicalmente scarna. Di sicuro, spassosissimi erano i loro siparietti a metà concerto ai tempi dello ZOO TV o del Pop Mart Tour, quando all’ubriacatura multimediale della prima parte di spettacolo seguivano quei dieci-quindici minuti di salubre set a spina staccata in cui i quattro si rilassavano concedendosi qualche istante di libertà in show altrimenti ingessati dall’iper-produzione.

Proprio a metà anni ’90, dopo aver portato in giro per il mondo quel palco a metà tra una stazione televisiva e una raffineria di petrolio che era appunto la Zoo Television, si diceva che il loro passo successivo sarebbe stato suonare sulla Luna o, più probabilmente, de-pluggarsi come avevano appena fatto Eric Clapton e i Nirvana. Una seconda opzione così attesa che infatti gli U2, i quali all’epoca amavano stupire, non solo non staccarono la spina ma prima si concessero un’ampia divagazione da Passeggeri della musica elettronica e poi tirarono fuori un album e un tour se possibile ancora più assurdi e fantasmagorici di quelli del periodo 1991-93. Nel frattempo, la moda dell’unplugged era scemata e l’aspirazione naïf di molti di ascoltarli in acustico seguì di pari passo.

Ora finalmente Bono e soci ci provano, forse più per garantirsi uno “scivolo” il meno traumatico possibile verso la pensione in questi 20s del XXI Secolo che rappresentano per loro il quinto (e presumibilmente ultimo) decennio di carriera discografica (se la si intende a partire dal primo LP). The Edge, il vero direttore artistico del progetto tanto da averlo prodotto principalmente lui, nelle note di copertina ha parlato di «nostra nuova direzione». Probabilmente non si sentono più una rock band. «Il fatto che gran parte del nostro lavoro sia stato scritto e registrato quando eravamo giovani uomini – ha spiegato il chitarrista – vuol dire che oggi molte di quelle canzoni hanno un significato diverso per noi. La loro essenza ce l’abbiamo ancora dentro, però come riconnetterci con essa ora che la band è cresciuta e cambiata così tanto?». Per questo i quattro dublinesi li hanno stravolti, quei brani, fino a renderli quasi irriconoscibili in certi casi, anche se poi le canzoni degli U2 le conoscono tutti e bastano pochi secondi a indovinare quale si sta ascoltando.

Alcune presentano parti di testo cambiate, e nel caso di Walk On a cambiare è addirittura il titolo, con ovvia dedica all’Ucraina (chissà però se Bono quando ha parlato con Zelensky gli ha consigliato di surrender-si pure lui). La nuova direzione prende le mosse dalla recente autobiografia del cantante, Surrender: 40 songs, one story, e dal relativo tour in solitaria per i teatri statunitensi ed europei, Stories Of Surrender, ponendosi in continuità non solo grafica e promozionale ma anche concettuale con le pagine del volume (e il mood dello show teatrale) che a chi legge può dar l’impressione di sentir parlare un amico intimo. O magari, il tutto è solo un modo per iniziare a fare a meno del batterista, viste le recenti vicissitudini cliniche di Larry Mullen jr.

Tuttavia, la ratio dell’operazione, il recupero di brani scritti trenta o quarant’anni fa per saggiarne l’effetto alla luce dell’odierna sensibilità del gruppo, stride con il fatto che su quaranta pezzi, ben 9 fanno parte della produzione dell’ultimo decennio. E addirittura il doppio, 18, sono quelli pubblicati originariamente dal 2000 in poi, da quando cioè l’aggettivo giovani davanti a uomini riferito ai Nostri è iniziato a diventare fuori luogo e la differenza tra allora e oggi non è poi così tanta. Che poi, anche negli ultimi vent’anni gli U2 hanno fatto alcune cose egregie ma qui si sono ben guardati dal riprenderle in esame (del resto i loro criteri di scelta in merito a tracklist e scalette dal vivo sono da sempre opinabili).

Per esempio, sarebbe stato curioso ascoltare in acustico qualche brano da No Line On The Horizon, l’album di converso più sperimentale tra gli ultimi cinque. Oppure, andando a ritroso e sempre in tema di opere “strambe”, trovare qualcos’altro da Zooropa, altro test da laboratorio elettronico, il più spinto in assoluto della casa, in rappresentanza anche del suo imminente trentennale. Nel complesso, quest’antologia monstre mette tristezza, ma una tristezza pacifica, contemplativa, e se l’effetto era cercato, chapeau. Gli U2 incartati su se stessi in una specie di auto-elogio funebre. Arresi, ma al tempo che passa, e non è detto sia uno sbaglio, perché all’operazione, quantomeno, tocca riconoscere l’onestà, una volta tanto.

Scendendo nello specifico, non sono molte le pièce che migliorano nelle nuove declinazioni, in certi casi senza costrutto, in altri addirittura gravate da sciatteria. Come a dire: l’ispirazione langue, per nuova musica ripassate fra qualche anno e intanto pigliatevi quello che passa il convento. Beninteso, sempre meglio delle già conosciute versioni rrruock di The Miracle (of Joey Ramone) o Cedarwood Road, pur(troppo) presenti su questa raccolta al pari di altre “perle” degli ultimi due lustri tra cui Every Breaking Wave (che oltretutto già conoscevamo in chiave piano/voce perché live ce l’hanno sempre propinata così). Ma lo scenario non è del tutto deprimente. La gioia che dà l’ascolto di una Who’s Gonna Ride Your Wild Horses o di una Stay è seconda solo alla loro bellezza; Where The Streets Have No Name è lounge quasi da centro benessere, con l’organo ambient a sottintendere il brano per l’intera durata e non solo per l’intro; Beautiful Day è straniante; With Or Without You è “celticheggiante” (simile a quella che Bono ha presentato in TV da Fabio Fazio); Bad è eterea.

Per chi scrive, il più stuzzicante tra i quattro dischi è il terzo (Adam), ma più per i titoli scelti che per la resa degli arrangiamenti. Al netto di una Vertigo più cafona dell’originale e di una I Still Haven’t Found What I’m Looking For che pure lei in variante disadorna aveva già dato, ci si trovano cose tipo The Fly, Until The End Of The World e All I Want Is You, oltre a primizie affatto scontate come Electrical Storm, Peace On Earth e quella If God Will Send His Angels dal tanto bistrattato Pop che poi, non si sa bene per quale motivo, è anche il lavoro a cui le foto di tre dei quattro U2 che campeggiano in copertina fanno riferimento, trattandosi di scatti risalenti grosso modo al 1997 (a eccezione di quello di Bono datato più o meno metà anni ’80, lo stesso che fa mostra di sé sulla cover della succitata autobiografia).

Pure il secondo lotto (Larry) è suggestivo, stavolta più per gli accostamenti tematici. Red Hill Mining Town e Dirty Day, due brani pubblicati originariamente a sei anni di distanza l’uno dall’altro, contengono entrambi nel testo la medesima frase: from father to son. E al padre di Bono sono dedicate Sometimes You Can’t Make It On Your Own (uscita inizialmente nel 2004) e Invisible (2014), pure presenti nella decina in questione.

L’ultimo disco è invece quello più Bono-personale (naturalmente è intitolato al leader), tra dediche alla madre (I Will Follow), al quartiere di origine (Cedarwood Road) e a sua moglie (With Or Without You, Two Hearts Beat As One). A concluderlo, però, non poteva che essere 40, brano ispirato all’omonimo salmo biblico, che di anni ne ha giusto quaranta e che negli 80s chiudeva i concerti della band. Nel testo presenta una promessa ma anche una domanda retorica. La promessa: canterò una nuova canzone; la domanda retorica: per quanto tempo dovrò cantare questa canzone, il che, detto nell’ennesima raccolta di brani vecchi, suona ironico.

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