Recensioni

4.5

Quando si spegne il fuoco dell’ispirazione non resta che cenere. Anni di cenere, nel caso degli U2. C’era un po’ di inquietudine al pensiero che, dopo quasi due lustri di silenzio discografico di fatto, Bono e compagni vomitassero fuori in un sol colpo tutto l’accumulo di loro non detti su questi tempi difficili in cui “reagire è un dovere”. La segreta speranza era che dopo tutto questo tempo tornassero alla ribalta con un lavoro personale, introspettivo, lontano dal rumore del mondo. E invece no, dovevano proprio esporcelo il loro punto di vista su quest’epoca di “sgomento”.

L’occasione è arrivata sotto forma di EP, e non album lungo, pubblicato a sorpresa e composto da sei canzoni inedite (o meglio, cinque canzoni più una poesia musicata), un formato inusuale i quattro irlandesi: EP fu il loro lavoro d’esordio, Three, ma poi due di quei tre brani finirono in Boy; EP fu anche Wide Awake In America, ma vi erano incise due sole tracce in studio (peraltro già date alle stampe in precedenza) più due live; ed EP doveva essere Zooropa, che poi divenne un disco vero e proprio. Ci sarebbero anche altri esempi minori ma tutti diversi da Days Of Ash, che è composto in toto da materiale concepito appositamente ed è – nelle dichiarazioni degli autori – un progetto a sé stante rispetto al nuovo album previsto entro la fine del 2026.

Una sestina di brani politici accomunati dal tema dei conflitti e della lotta per la libertà, la cui pubblicazione – a detta della band – era necessaria e urgente, visti i tempi correnti, non si poteva proprio aspettare. Come se la loro posizione sull’Ucraina aggredita, gli ayatollah boia e l’ICE che spara alla gente a sangue freddo non fosse presagibile e in parte già resa nota attraverso canali extra-musicali.

Il problema è che se questo è un antipasto del prossimo album degli U2, ben vengano altri cinque, dieci anni di silenzio. Fate con comodo, insomma. Per rendere l’idea le canzoni di Days Of Ash si potrebbero definire B-side, ma per almeno quattro di esse la definizione rischia di essere troppo generosa. Gli U2 nel corso della loro carriera hanno scritto molte eccellenti B-side, dunque per riferirsi alle canzoni qui in esame sarebbero più calzanti termini come “scarti”, “outtake”, “segatura”, se non fosse che il livello è praticamente lo stesso di tante tracce finite negli ultimi due lavori in studio e, quindi, per gli U2 di oggi, degno indistintamente di un album vero e proprio quanto di un progetto collaterale.

Non ha più senso chiedersi dove siano finiti i veri U2, visto che da un bel po’ sembrano essere stati sostituiti da cloni cognitivamente regrediti. La maggior parte di Days Of Ash fa rabbrividire se si tiene minimamente in conto la storia dei quattro dublinesi, la cui veste battagliera da resistenti civili qui assunta finisce per conferirgli solo geriatrica tenerezza. Da parecchi anni, ormai, gli U2 sono meglio quando celebrano il loro passato, sia dal vivo che in studio, piuttosto che quando scrivono canzoni nuove, e a ribadirlo – nel caso non fosse già chiaro – è appunto quest’ultima uscita.

Da segnalare la produzione ri-affidata a Jacknife Lee, curatore anche degli arrangiamenti musicali nel recente tour teatrale di Bono, e il rientro a pieni ranghi in organico di Larry Mullen jr., assente durante la recente residency a Las Vegas (benché presente nelle registrazioni di Atomic City) per celebrare Achtung Baby a causa dei suoi noti problemi clinici. E se in termini musicali il ritorno del batterista storico è poco più che accessorio, c’è da dire che non è comunque lui il principale responsabile del piattume generale.

American Obituary, che ricorda la morte di Renée Good a Minneapolis, è un rockazzo power garage le cui sonorità sporche che possono ricordare – si perdoni il paragone – la pur non memorabile Holy Joe (B-side del singolo Discothèque) sono in parte candeggiate da un riff di The Edge così telefonato da sembrare scritto per un tutorial di chitarra (vedi alla voce Cedarwood Road). Probabilmente dal chitarrista era lecito aspettarsi qualcosa in più, e non da oggi; idem per Bono, la cui voce appare in buona forma ma che sul piano compositivo e dei testi ha certamente fatto di meglio in passato.

Quando si diceva che il livello è più o meno lo stesso degli ultimi due album in studio, il riferimento era anche a Song Of The Future, dedicata invece a Sarina Esmailzadeh, vittima del movimento Woman, Life, Freedom in Iran, che ha un mood sbarazzino nella strofa, sorretta da una calda chitarra acustica, ma combat nel ritornello il cui incedere war-iano (ri-perdonateci l’accostamento) riporta a una This Is Where You Can Reach Me Now. E comunque meglio stenderci sopra un velo pietoso. Come sicuramente non resterà negli annali One Life At A Time, che ricorda Awdah Hathaleen, padre palestinese ucciso nel 2025, una lagna degna delle peggiori cose da Songs Of Experience e che sembra buttata lì tanto per.

E se Wildpeace altro non è che una poesia di Yehuda Amichai letta da Adeola delle Les Amazones d’Afrique su base musicale di Jacknife Lee, va a finire che gli unici due episodi appena passabili (ma senza esagerare) del lotto siano The Tears Of Things, calda ballata in pieno stile U2-ico che, prendendo spunto dagli scritti di Richard Rohr, si sviluppa come un dialogo immaginario tra il David di Michelangelo e il suo creatore, e la conclusiva Yours Eternally, un contagioso pop-ettino dlin dlon alla stregua di una Get Out Of Your Own Way e arricchito dalle voci di Ed Sheeran (co-autore del testo insieme a Bono, The Edge e Simon Carmody) e Taras Topolia della rock band Antytila (più i cori in cui figurano anche Bob Geldof e gli altri membri del gruppo di Topolia).

Curioso il caso di questo quintetto di musicisti/soldati ucraini i quali, dopo l’invasione russa del 2022, si sono arruolati come volontari nell’esercito del loro paese e a maggio dello stesso anno suonarono con Bono e The Edge in una stazione della metropolitana di Kiev, sfoggiando l’uniforme militare. La stessa mise guerresca la indossavano i soldati che durante l’ultima edizione del Festival di Cannes hanno accompagnato il leader degli U2 sul Red Carpet per la presentazione del suo documentario autobiografico. “Io come loro sono sempre in lotta, sono nato con i pugni alzati”, disse il cantante dopo aver posato per le foto sulla celebre scalinata con i militari in mimetica al suo fianco. Tanto perché il titolo del suo film era Stories Of Surrender…

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