Recensioni

6.7

Tredici tracce divise in due lati, Girl So in Love e You Seem Pretty Sad: dall’ascesa dell’innamoramento al culmine della passione, quindi i primi dissidi, il progressivo logoramento e infine l’amarezza di un sentimento che si sgretola. Rodrigo ha definito questo disco il racconto del suo primo «amore da adulta».

L’album arriva dopo il clamore mondiale di Sour e Guts e dopo il trionfo di Glastonbury 2025, dove ha portato sul palco Robert Smith. L’endorsement del leader dei Cure sembra genuino e il gruppo inglese aleggia costantemente su questo terzo lavoro. Rodrigo non ha nascosto l’ispirazione, citandoli in ogni occasione possibile, nelle interviste come nelle canzoni. Al Primavera Sound ha presentato drop dead apertura del disco, cantando:  «You know all the words to ‘Just Like Heaven’, and I know why he wrote them now that you’re standing right here». Ma la canzone potrebbe tranquillamente essere stata scritta per Taylor Swift da Antonoff. Nel mondo di Rodrigo, quel ruolo continua a ricoprirlo Dan Nigro, suo collaboratore in scrittura e produzione fin dagli esordi. L’abito da popstar luccicante e vagamente Disney resta intatto anche in Stupid Song, così come torna quel cantato-rappato ostentatamente sbarazzino.

L’ombra di Smith riaffiora anche nel jangle-pop di u + me = <3. La scrittura, però, sembra quella di una colonna sonora preadolescenziale, da perfetta all-American girl. Il titolo e il ritornello («You plus me equals a heart, forever») giocano su quell’ironia e autoironia che Rodrigo, come molte coetanee del pop statunitense, ha imparato a maneggiare. Un’ironia però innocua, distante dalla tensione corrosiva di all-american bitch, una canzone che, interiorizzata dalla fanbase di una popstar nell’America di Trump, poteva persino risultare sovversiva.

Innocuo, e del tutto rassicurante sul piano armonico e melodico, è anche il ritornello di Maggots For Brains, costruita attorno a una chitarra elastica e saltellante. Il riff richiama Bad Decisions degli Strokes, mentre la batteria elettronica sembra uscita direttamente da The Adults Are Talking. Persino l’assolo finale di synth squadrati appare come un tributo alla neolingua del mainstream post-2020, quando gli Strokes e altri hanno riformulato certe intuizioni della new wave per una nuova generazione. Lo stesso idioma attraversa What’s Wrong With Me, il brano con Robert Smith presentato sempre al festival catalano: strofe svuotate, ritornello-catalogo di pene sentimentali e, naturalmente, altre chitarre.

Non è dunque la svolta completamente pop che molti si aspettavano. Le chitarre ci sono; anche in My Way ma anche lì le idee sono poche, come in tutta la prima metà del disco. Forse è l’effetto della cotta che lo attraversa. In fondo esiste un motivo se si dice «sei innamorat*?» a chi ha la testa fra le nuvole.

A partire da Purple — un bell’arpeggio, alcune soluzioni melodiche riuscite e un testo efficace sul modo in cui due persone finiscono inevitabilmente per mescolarsi, come il blu e il rosso che generano un inatteso viola — il disco cambia passo. La scrittura acquista profondità, così come le melodie. È il caso di The Cure, che porta l’omaggio a Smith fin dentro il titolo e si sviluppa attraverso un crescendo inusuale per un disco pop contemporaneo. La tensione raggiunge il suo apice fra archi intrecciati e armonie vocali angeliche che accompagnano la frase «I’m unraveled», «mi sto disfacendo».

Il salto di qualità riguarda soprattutto i brani che rallentano il passo e cercano una dimensione più intima e atmosferica. Succede con Begged, ballata acustica essenziale, e con Less, delicato piano e voce che mostra una maturità nuova. Il finale Cigarette Smoke si regge su quattro accordi sognanti scanditi da pennate dritte di chitarra, un concentrato di indie diventato linguaggio mainstream. Da salvare, anche se collocata nella prima metà del disco, c’è Honeybee; da dimenticare invece Expectations, maldestro tentativo di incursione elettronica.

Rodrigo ha scelto definitivamente la strada della popstar e, in quanto tale, sente il bisogno di fare musica da popstar. Eppure, quando smette per qualche istante di inseguire quel ruolo, le canzoni tornano a respirare. Accade soprattutto nei momenti orchestrali, dove riaffiora il talento che l’aveva fatta emergere dalla massa. Resta da capire se questo basti a innovare davvero il linguaggio del pop, come riuscì a fare Lorde, tanto da guadagnarsi l’ammirazione di Bowie. Smith sale sul palco con Rodrigo; Bowie avrebbe fatto lo stesso?

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