U2
U2 nella metro di Kiev (still 2022)

Gli U2 nella metropolitana di Kiev prendono la linea Zelensky

Una volta si diceva fare una cosa alla U2Ecco, gli U2 – o per meglio dire Bono e The Edge – hanno appena fatto una cosa alla U2: sono andati a Kiev, capitale di quell’Ucraina da più di due mesi martoriata dalla guerra mossagli dai russi, per tenere un mini-concerto in una stazione della metropolitana cittadina a sostegno del popolo ucraino (loro non nuovi a spettacoli tra banchine e scale mobili del trasporto pubblico sotterraneo). Ieri, il cantante e il chitarrista della formazione irlandese si sono infatti esibiti a sorpresa, su invito del presidente ucraino Zelensky (di recente paragonato dal vocalist nientemeno che a San Patrizio), nei corridoi della fermata di Khreshchatyk eseguendo tre classici della band – Sunday Bloody Sunday, Desire e With Or Without You – e unendosi infine ad alcuni musicisti ora arruolati nell’esercito, tra i quali c’era anche Taras Topolia, del gruppo rock ucraino Antytila, per suonare Stand By Me, trasformata ovviamente in Stand For Ukraine per l’occasione. Di seguito, sotto al tweet con cui gli U2 hanno dato l’annuncio del loro arrivo in città, potete vedere uno stralcio della performance.

Gli U2 che portano, per quanto possono, un po’ di sollievo alle popolazioni stremate dalle bombe, dalla devastazione, dai morti: era successo a Sarajevo nel 1997. Oppure Bono che partecipa al singolo benefico Do They It’s Christmas? della Band Aid: era successo nel 1984. O ancora, gli U2 che scrivono un brano ispirato alla leader birmana Aung San Suu Kyi: era successo nel 2000 con Walk On. Oppure gli U2 che denunciano gli orrori del regime di Videla facendo sfilare le madri dei desaparecidos sul palco insieme a loro: era successo a Buenos Aires nel 1998. Insomma, sono innumerevoli le cose alla U2 che gli U2 hanno fatto in carriera e la puntata a Kiev si innesta nel filone, chiaro.

Del resto la quasi totalità dell’informazione ci dice che c’è un aggressore e un aggredito e che bisogna aiutare l’aggredito, quindi se è così, c’è poco da obiettare, specie per una band che da una ventina d’anni non fa certo mistero del proprio atlantismo. Eppure agli U2 il concetto di complessità dovrebbe suonare familiare. Cresciuta nella squassata e sanguinolenta terra d’Irlanda la band si è più volte occupata del tema dei Troubles. Anche lì c’era un aggressore e un aggredito, però la situazione era così intricata che spesso le parti si confondevano e gli U2, schierati genericamente per la non violenza, non mancarono di condannare anche la fazione teoricamente “loro”, ossia i repubblicani – cattolici – che volevano l’indipendenza dalla Gran Bretagna e la rivendicavano a suon di bombe.

Non a caso i quattro dublinesi non si sono mai schierati apertamente né con l’una né con l’altra parte (nonostante Bono, a quattordici anni, quasi ci restava secco pure lui per un’autobomba piazzata dagli unionisti nordirlandesi che fece 33 morti) e a eccezione della summenzionata Sunday, Bloody Sunday – che parlava di un eccidio dell’esercito britannico ai danni di civili nordirlandesi (avvenimento il cui cinquantennale è stato recentemente ricordato dagli stessi Bono e The Edge), quindi di una mostruosità oggettivamente da esecrare come aveva già fatto lo stesso John Lennon – non hanno mai davvero preso posizione sul tema come fecero invece altre band locali molto più politicizzate.

Sposare una determinata versione, fino circa al 2000, non è mai stata una cosa alla U2. Proprio alla fine dello scorso secolo, la band condannò il bombardamento di Belgrado da parte della NATO più o meno negli stessi giorni in cui Liga, Jova e Pelù cantavano Il Mio Nome è Mai Più, loro (di sicuro Pelù ma probabilmente anche gli altri) che adesso ci dicono di spegnere il condizionatore per sconfiggere Putin. Lo stesso può dirsi riguardo al succitato concerto di Sarajevo: quella di venticinque anni fa fu una festa di popolo, allo stadio, davanti a migliaia di serbi, croati e bosniaci che si abbracciarono sulle note degli U2; qui invece la solidarietà agli ucraini si è sostanziata in un’esibizione per pochi intimi a uso e consumo della TV e su invito di un capo di governo.

Vero che nella situazione attuale era impossibile fare altrimenti, però la cosa dà un po’ la misura – se ce ne fosse bisogno – di quanto siano cambiate le cose in casa U2, ma forse anche di com’è cambiata la trattazione degli eventi di portata mondiale, si tratti di guerra o pandemia. Proprio gli U2 denunciavano lo strapotere delle immagini ormai una vita fa, perché in fondo è di immagini che stiamo parlando. Non solo. Bono che canta insieme a un soldato ucraino di cui non sa nulla il quale si presenta con indosso l’immancabile kit militare, quando negli anni ’90 era lui, Bono, che per esigenze di spettacolo indossava sul palco giacchette o pantaloni mimetici però in chiave antimilitarista, di denuncia.

Per non parlare degli strali contro la diffusione delle armi proferiti sempre a mezzo concerto. L’approccio critico, peraltro, faceva nascere negli U2 anche la scintilla dell’ispirazione in sede di scrittura dei brani: Bullet The Blue Sky, tanto per dire, era antiamericana fino al midollo proprio perché Bono era stato in Nicaragua durante la guerra civile e si era reso conto di persona di chi fossero quelli sostenuti e foraggiati da Reagan; Mothers Of The Disappeared, invece, era chiaramente ispirata alle persone fatte sparire dai regimi militari in Sud America, quegli stessi regimi creati e insediati dagli USA; così come Red Hill Mining Town era anti-Thatcher perché parlava dello sciopero dei minatori gallesi in risposta alla decisione del governo inglese di chiudere molte miniere, lo ZOO TV Tour ispirato al bombardamento mediatico della prima guerra in Iraq, voluta da Bush padre, e il Pop Mart Tour una metafora e al contempo una critica della globalizzazione. La fortuna della loro carriera, gli U2, l’hanno fatta nella prima metà della stessa andando, diciamo così, controvento rispetto al senso comune percepito (senza esagerare, ovviamente). Gli anni ’80 erano quelli dell’edonismo e del divertimento? E loro si facevano le foto nel deserto vestiti da straccioni. Gli anni ’90 erano quelli dell’understatement? E loro se ne andavano in giro con un palco che sembrava una raffineria di petrolio o con un limone di 12 metri e un’oliva gigante infilzata su uno stecchino di 40.

Comprensibile la scelta di Bono oggi, a 61 anni suonati. E certo simpatia per Putin il leader degli U2 non l’ha mai avuta. Del resto, in Russia la band ha suonato una sola volta e proprio nel mezzo della pausa dalla presidenza che lo “Zar” s’era concesso lasciando lo scranno più alto a Medvedev, incontrato dal frontman alla vigilia dello show. Come precedentemente argomentato, il Bono di ieri avrebbe avuto un punto di vista più articolato, affrontato perlomeno la complessità della situazione, un po’ come ha fatto di recente Zerocalcare a proposito del dilemma di questa guerra. Perché non si tratta di parteggiare per una parte o per l’altra, o sostenere un punto di vista filorusso, anti-atlantico, ecc.. Si tratta di articolare un pensiero, anche mostrando il fianco a critiche, come ha tentato di fare Roger Waters partendo dalla Dichiarazione dei Diritti dell’Uomo e proponendo un’Ucraina neutrale.

Ricordiamo che, riguardo agli U2, notizie recenti danno in preparazione una serie targata Netflix. Su SA trovate un corposo monografico sulla band, che come attività musicale è ferma praticamente al 2019. In questi ultimi anni di pandemia (e di guerra), la band irlandese si è segnalata solo per sparute condivisioni di brani inediti tipo Let Your Love Be Known, dedicato da Bono agli italiani in quarantena per il Coronavirus, We Are The People, l’inno degli Europei di calcio 2020 (disputati nel 2021) interpretato dallo stesso frontman e da The Edge assieme al DJ olandese Martin Garrix, e Your Song Saved My Life per il film d’animazione Sing 2.

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