Recensioni

Il turbine Sons Of Kemet, con il suo stantuffare jazz e afrofuturismi in un impasto radioso e fumigante, pare essersi ormai estinto. In attesa di capire se mai avremo la ventura di ascoltare altre perturbazioni contrassegnate da quella ragione sociale (pare proprio di no), la New Wave of British Experimental Jazz non sembra essersi rassegnata alla bonaccia o a una qualsiasi ipotesi di esaurimento. Anzi, ha dimostrato di poter rilanciare, ad esempio con i formidabili Comet Is Coming, sempre nel segno di Shabaka Hutchings e delle sue ance visionarie, chiamate in causa anche in questo esordio da bandleader di Tom Skinner, anch’egli già Sons Of Kemet in qualità di batterista e percussionista, nonché membro dei The Smile assieme a Thom Yorke e Jonny Greenwood.
Costituito un quintetto abbastanza peculiare – Nubya Garcia a flauto e sassofono tenore, Kareem Dayes al violoncello, Tom Herbert al basso acustico, oltre a Hutchings a clarinetto basso e sassofono tenore -, Skinner dirige la barra verso un jazz che guarda alla tensione spirituale dei Sessanta, le strutture sul punto di farsi risucchiare dalle vertigini del free ma disposte ad avventurarsi in territori funk e a farsi impollinare da suggestioni etniche, sfiorando a tratti le derive atmosferiche del post-bop.
Non si può parlare quindi di sperimentazione perché i codici utilizzati e riarticolati hanno già attraversato da un pezzo la fase sperimentale, trovando qui la giusta dimensione e combinazione per suonare caldi, ipnotici, impetuosi. È un po’ la caratteristica – la magia – del jazz, questo scavarsi dentro posture nuove, flagranti, pur senza presentare sostanziali elementi di novità. Il punto è la capacità dei musicisti di addentellare il suono in modo che s’incastri con la meccanica del qui e ora, di fondersi in un processo che risulti mimetico e al tempo stesso antagonista alle dinamiche coperte e scoperte del presente.
Il pezzo d’apertura è la quasi-title track Bishara, termine arabo traducibile con “buone notizie” o per traslato “ambasciatore di buone notizie”, e vede il sax di Hutchings squillare con solennità quasi biblica, con un ostinato di violoncello a fare da pedana e le percussioni che accartocciano lo sfondo, ricordando per afflato ascensionale sua maestà Coltrane – altezza Africa/Brass – e per la tenacia esplorativa l’Albert Ayler meno furibondo, ed è un po’ come preparare il terreno per ciò che seguirà.
La vena free è palpabile, ma si stempera nelle tracce successive andando a rovistare nel baule del cinematico (i languori trepidi e stratificati di The Day After Tomorrow, la stanza delle ombre di Red 2, col flauto di Garcia a spennellare inquietudini sull’ostinato letargico del violoncello) e di un pungolo latino intinto in una mistura Tuareg (la flemma esotica e gommosa di The Journey), quando non sgrana funky ipnotico come in Voices (Of the Past), che sembra esalare da un On The Corner che ha barattato la frenesia urbana con lo sconcerto degli stradari vaporizzati.
Proprio al controverso capolavoro di Miles Davis rimanda il “metodo” di lavoro denunciato da Skinner, che alle sessioni live in studio ha fatto seguire un lavoro di taglia e cuci alla Teo Macero, da cui la sensazione di tracce fragranti ma ridisegnate, portatrici sane di un’intelligenza anomala che scivola tra i target e le consuetudini, si sottrae alla dinamica delle conferme e sceglie perciò un codice poco irruento, una calligrafia misurata sul filo di una vecchia e già tradizionale – jazzisticamente parlando – avanguardia, in grado comunque di insinuare diavolerie visionarie nel cuore delle aspettative. In questo senso, la conclusiva Quiet As It’s Kept è una specie di chiave poetica, un suggello che schiude e rimette in circolo.
Disco ispirato, arguto, generoso, atmosferico, inafferrabile. Un “tentativo di mettere qualcosa di veritiero nel mondo”, di diffondere “la luce dove c’è crescente oscurità”, attraverso un interplay denso e radioso, disciplinato e aperto, che testimonia il senso del collaborare come ricerca e superamento, come libertà.
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