Recensioni

Riprende da dove aveva lasciato con Your Queen Is A Reptile, il quartetto di Shabaka “prezzemolino” Hutchings. Ovvero da quello che era l’album più politico di questa formazione a forte trazione ritmica – due batterie, quelle di Edward Wakili-Hick e Tom Skinner, più la tuba di Theon Cross e il sassofono del titolare – il cui impianto ideologico qui viene ripreso e reiterato, forse anche estremizzato alla luce di ciò che è successo (nei tre anni che ci separano dall’album precedente) e che sta succedendo (praticamente senza soluzione di continuità) alla comunità nera americana (BLM ma non solo).
E la continuità con il lavoro precedente non è solo dettata dall’arguto titolo o dalla bellissima copertina, entrambi in linea con una concezione, anche estetica, evocatrice e pungente, militante tanto quanto lo è tutta la musica di questo come degli altri progetti dell’universo-Shabaka; ma si nota anche nella reiterazione, e possibilmente nella esasperazione, delle sonorità e del groove, al punto che Black To The Future sembra un ininterrotto flusso di (in)coscienza groove-funkjazzdubinmyheadman, tanto per giocare con titoli famosi.
Sì perché l’album – sia chiaro, al netto dei suoi saliscendi umorali e delle sue variazioni di tono e cromie – ha quel senso di coerenza organica, quasi tattile, che lo fa apparire proprio come un’opera monolitica, un blocco unico, apparentemente inscalfibile e in cui è il mood a far da guida: evocativa, per ciò che riguarda le tematiche affrontate, data la sottolineatura di come sia il contesto culturale dell’ascoltatore a dare forma a ciò che si ascolta (una metaforica chiamata alle armi?), e sonora, nello snodarsi ora più ritmato, ora più dilatato, ora più cavernoso o (stortamente, ovvio) ballabile.
Aperto e chiuso dal misto di rabbia e frustrazione dei due (semi)spoken word dell’attivista, musicista e poeta Joshua Idehen (Field Negus e Black), l’album è nelle parole del suo ideatore principale, «a sonic poem for the invocation of power, remembrance and healing» ed è innervato dalla presenza di una pletora di ospiti tutti a vario titolo “engagé” (da Steve Williamson ad Angel Bat Dawid, da Moor Mother a MC D Double E). Ospiti che quindi non solo aggiungono sfumature personali al sound del quartetto, ma dimostrano l’unità di intenti, nella ovvia diversità prospettica, di questo “nuovo jazz” (come definirlo altrimenti?) che prende e fagocita new thing e dub, funkettone groovoso e accenni world, standard jazz e incedere quasi da big brass band funerea, mettendo sempre tutto al servizio del messaggio.
Militanza, appartenenza, riconoscimento, radicalità. Tutto si ritrova in un disco che non è che l’ennesimo puntino da unire in un percorso, quello delle musiche nere più coraggiose, riottose, politicamente impegnate, che va avanti più o meno carsicamente da più di mezzo secolo. E che non ha affatto intenzione di fermarsi, perché, sempre nelle parole del responsabile Shabaka, «for humanity to progress we must consider what it means to be black to the future».
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