Recensioni

Una volta partita la stagione delle festività, è impossibile fermarla e volenti o nolenti ci si ritroverà almeno una volta davanti a uno dei tanti film delle feste che il mondo avrà da offrirci in gran quantità ogni anno. Ebbene, se proprio non sopportate o mal digerite tutta quella zuccherosità tipica dei classici film per tutta la famiglia, allora Piccole cose come queste può costituire una valida alternativa, volta a diffondere un messaggio schietto e diretto senza troppi giri di parole ne sovrastrutture, ma rimanendo fedeli a una propria idea di cinema che unisce morale e denuncia.

All’interno di un panorama cinematografico che si sforza di consegnare la sua ennesima provocazione risultando al contrario via via sempre più sterile (qualcuno ha detto The Substance?) o innervositi dalla mediocre fattura con cui sempre più blockbuster si presentano nelle sale (vedi Il Gladiatore II o Uno Rosso), tornare a un’impostazione più classica e senza pretese costituisce una vera e propria boccata d’aria fresca e non lo diciamo affatto per sminuire il lavoro di Tim Mielants, che anzi imbastisce una storia nella maniera più onesta e immediata possibile, sfruttando l’impalcatura dickensiana del romanzo di Claire Keegan, qui adattato da Enda Walsh, nonché il corpo e il volto scavatissimo e traumatizzato di Cillian Murphy, alla sua prima prova cinematografica dopo l’Oscar ottenuto con la sua interpretazione in Oppenheimer e qui anche produttore (lui e Mielants avevano già lavorato insieme sul set della serie Peaky Blinders).

Piccole cose come queste, Cillian Murphy in una immagine dal film

Murphy interpreta Bill Furlong, un onesto appartenente alla working class nell’Irlanda degli anni ’80, vessato dalla crisi economica e sempre più insofferente all’ossequioso silenzio che la comunità in cui vive riserva alla congrega di suore che da decenni gestisce un famigerato convento in cui vengono rinchiuse quelle donne considerate “immorali”. L’ombra del convento sembra allungarsi su tutta la cittadina, tant’è che Furlong è costretto più di una volta a guardare dall’altra parte per non mettere in pericolo la sua stessa famiglia (una moglie e ben cinque figlie) e la propria, precaria, stabilità economica, e viene spinto a più riprese a lasciare le piccole cose come queste al loro posto, dove sono sempre state.

Mielants dirige con mestiere e segue pedissequamente il lento spostarsi a piedi di Furlong, un uomo di poche parole e dallo sguardo perennemente rivolto a terra, vittima tuttavia di un trauma irrisolto che lo dilania sempre più inesorabilmente. Ancora più che nella precedente prova di Christopher Nolan, qui il volto di Murphy è capace di esprimere con pochissimi tic e sguardi il dolore di un uomo semplice, il suo passato – che lo spettatore dovrà ricostruire per mezzo di alcune scene flashback davvero poco riuscite – e quella preoccupazione per le sorti della sua famiglia che non lo abbandonerà mai del tutto.

Un semplice atto può cambiare il corso della storia e Mielants ne è perfettamente consapevole, dato che sceglie mirabilmente di troncare la sua storia nel momento di maggiore tensione, evitando in questo modo di scadere nei soliti cliché dei film di denuncia ed elevando in questo modo il senso ultimo e il peso, spesso invisibile, che ogni sacrificio porta con sé. Tracciando un parallelo con un’altra storia dal potente impatto moralista uscita in queste settimane – Giurato numero 2 di Clint Eastwood – potremmo quasi dire che il ruolo di Murphy è l’esatto opposto di quello di Nicholas Hoult, è il classico personaggio che oltre ad inquadrare bene quale sia la scelta giusta la compie anche, ed è quello che manca – sembra voler dire Piccole cose come queste – in una società odierna sempre più fagocitata da egoismo e menefreghismo per le sorti altrui.

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