Recensioni

In questi giorni al cinema c’è Napoli – New York, di Gabriele Salvatores. Un film che porta in vita un vecchio soggetto di Federico Fellini e Tullio Pinelli mai posto in essere. Dopo avere visto Il gladiatore II viene il sospetto che Ridley Scott abbia fatto qualcosa di simile ritrovandosi per le mani un progetto dei Monty Python rimasto nel cassetto. Comunque sia, la serie di sfondoni che rasentano la commedia involontaria – dovuta alla dabbenaggine di chi ha scritto il film – e la trama così simile al Il gladiatore da renderlo quasi un remake invece di un sequel, fanno di Il gladiatore II – dopo mesi di strombazzamento della potente macchina della propaganda che ululava “meraviglia!” – una delusione cocente.
Sullo schermo sono i tempi del latino: repetita iuvant, dunque: Il gladiatore II è la fotocopia sbiadita di Il gladiatore. Sbiadita perché per quanto Russell Crowe non fosse Marlon Brando (indimenticabile il Marco Antonio del Giulio Cesare diretto da Joseph Mankiewicz nel 1953), il carisma del valoroso condottiero romano gli cadeva bene come una corazza tailor-made. Paul Mescal avrà pure il fisico del gladiatore, ma il volto, le doti espressive, la “cazzimma”, sono da cine-novela di Gabriele Muccino. Lo stesso Pedro Pascal – i due quasi non si distinguono, perfino anagraficamente – che si trovi sulla tolda una quinquireme, a Roma che lo accoglie in trionfo, al palazzo imperiale, buttato nel Colosseo, sembra spaesato: la fisionomia più del senatore afflitto che del generale Marco Acacio (un nome più nobile non c’era?: sembra quello di una pianta grassa) mai esistito.
Sono dettagli? Un film, un quadro, una finale di Champions, un Oro olimpico passano alla storia o si vincono per i dettagli. Togliete la benda sull’occhio a Rooster Cogburn (True Grit), tagliate i capelli lunghi al Drugo (Il grande Lebowski) e di certo avremmo un ricordo ben diverso di due personaggi che restano negli annali. Dettagli. Annone (Paul Mescal) si busca una mazzata sulla collottola da frantumare la testa a un elefante, cade da 30 metri di mura in mare, ma si riprende con una leggera emicrania (forse neppure quella) e individua immediatamente, tra migliaia di cadaveri sballottati e mischiati dalle onde, il corpo della moglie morta a una bracciata da lui. Due soldati romani lo vedono e lo accompagnano a riva quasi scusandosi per il disturbo: manca solo gli allungassero l’accappatoio. Poi lo ficcano nella stiva di una nave insieme agli altri prigionieri: tutti privi di catene e liberi di muoversi come vogliono. Prossimi schiavi destinati a massacranti lavori – oltre che pericolosi nemici desiderosi di fuga e vendetta – oppure turisti Alpitour in crociera verso Roma? Il film è pieno di questi sfondoni. E se da un castello di carte cominci a toglierne, una, due, tre…

Ancora un dettaglio perché rappresenta uno snodo cruciale della trama: alle porte di Roma sosta una legione fedele ad Acacio pronta a entrare in città e spodestare gli imperatori inetti. Nel frattempo, il generale è imprigionato, poi costretto a combattere nell’arena, gli imperatori sono brutalmente trucidati, e Roma è in subbuglio. Tutti lo sanno, dal primo senatore all’ultimo questuante ai margini del Foro. Probabilmente la voce è giunta anche ai Parti dall’altra del mondo conosciuto. Ma nell’accampamento della legione fedele ad Acacio, a uno sputo di distanza, tutti si fanno i fatti loro: rammendano i calzini, risolvono le parole crocefisse, saltano la cavallina per mantenersi in forma.
Quando Ravi, una sorta di medico che cura i gladiatori, viene infine incaricato da Annone/Lucio di suonare la sveglia, di consegnare al secondo di Acacio la prova che è arrivato il momento di marciare su Roma, il cerusico attraversa al galoppo l’intero accampamento della legione (5000 uomini) e si fionda nella tenda del generale in seconda senza che anima pia lo fermi o provi a chiederne le credenziali; ma è ancora più stupidamente sorprendente come questi trovi la tenda del generale senza esitazione, come il bivacco legionario fosse dotato di cartellonistica del tipo “per il generale, di là”. Nemmeno in Asterix l’esercito romano è stato svilito in modo così risibile.
Il gladiatore II è la fotocopia sbiadita di Il gladiatore perché è la stessa identica storia. L’incipit di Il gladiatore mette i brividi: in venti minuti dispone una battaglia che offre l’idea della potenza della più letale e organizzata macchina bellica del mondo antico, girata in modo sublime e attendibile dal punto di vista della ricostruzione. Presenta Massimo Meridio – col fedele cane, splendido dettaglio – e sciorina tre/quattro battute che sono destinate a uscire dallo schermo per entrare nel gergo dell’immaginario collettivo: “Al mio segnale scatenate l’inferno”, “Forza e onore”, “Quello che fate in vita riecheggia nell’eternità”, “Se vi ritroverete soli a cavalcare su verdi praterie con il sole sulla faccia, non preoccupatevi troppo perché vi troverete nei campi Elisi e sarete già morti!” – alcune delle quali, David Scarpa incapace di inventare di meglio – vengono riprese nel II.

Il gladiatore ha una colonna sonora (Hans Zimmer + Lisa Gerrard ex Dead Can Dance) di estrema levatura. Anch’essa rimasta imbrigliata nelle spire del tempo, continua a riecheggiare (come il meglio che viene registrato in vita) nelle teste e nell’immaginario. Una grande colonna sonora non è un dettaglio e rende un grande film eterno. La musica per un film è un dettaglio nelle opere minori. E l’unica musica che si nota in II è la ripresa del tema de Il gladiatore.
La battaglia iniziale del sequel è una buona sequenza che passa senza emozionare e al cambio di scenario è già scordata – le navi della flotta romana una accanto all’altra, così facili da colpire dai difendenti, così pericolosamente a rischio di entrare in collisione tra di loro: dettagli. Da lì in avanti tutto già visto: Annone fatto schiavo arriva a Roma, dimostra quanto glie mena, viene comprato dallo scout dall’occhio lungo e affidato alle cure del rude allenatore pronto a trasformarlo nel gladiatore imbattibile che i compagni venerano e i romani che stanno sempre abbarbicati al Colosseo – non c’hanno una mazza da fare tutto il giorno – adorano.
Roma – non ne possiamo più di questa sciatta, irritante, stupida, ricostruzione – è divisa in due. Da una parte un popolo di ludopatici col culo saldato ai gradoni del Colosseo per vedere i giochi. Ma anche quando fuori dal Colosseo, l’unica attività della folla che si assiepa lungo le vie della capitale è inneggiare o inveire contro i gladiatori che vengono scortati nell’arena. Dall’altra parte ci sono nobili, ricchi e potenti corrotti fino al midollo spinale; debosciati, pervertiti, ma soprattutto imbecilli. Che però, per quanto stupidi, riescono comunque – Il gladiatore e Il gladiatore II – a uccellare, per mezzo del più evidente dei voltagabbana che individuerebbe un bambino.

Le legioni (come già detto in parte), sostano sempre alle porte della città e nelle mani di generali rincoglioniti se dalla parte dei buoni; se cattivi si presentano con outfit più da truppe di Darth Vader che da fanti/centurioni/pretoriani al servizio dell’Imperatore. Imperatore che deve essere mezzo-scemo, mezzo-pazzo, sadico, e il cui unico scopo – come per il popolo – è la totale dedizione ai giochi, quando non impegnato a gozzovigliare o protagonista di festini e sollazzi H24 (direbbero i leghisti che al tempo sono ancora sotto i Galli).
Quasi scordavo i senatori. La maggioranza teppaglia corrotta più interessata alle scommesse sui gladiatori che al presente o futuro di Roma, oppure tremebondi lacchè senza gloria. I pochi onesti però devono essere imbecilli, ci mancherebbe, perché si fanno beccare a tramare per il bene di Roma e finiscono nell’arena. Ci si domanda chi sia stato a mettere in piedi e mantenere sfarzosamente in vita per secoli la Città Eterna, uno dei luoghi che ancora oggi, dopo 2000 anni, non solo raccoglie tesori artistici come nessun altro luogo sulla Terra, ma anche meraviglie di ingegneria civile – poi esportate in tutti i territori conquistati, pace compresa dove spesso erano guerre infinite tra tribù, e non solo morte e schiavitù come proclama Annone. Che siano stati gli alieni che hanno costruito le piramidi?
Annone, (attenzione spoiler!: ma è il segreto di pulcinella), si rivelerà essere il frutto dell’amore tra Massimo Meridio e di Lucilla figlia dell’imperatore Marco Aurelio, messo in fuga dalla madre quando aveva 12 anni perché come erede al ruolo di Imperatore era in odore di complotto e omicidio. Ma come lo smemorato di Collegno, Annone/Lucio non ricorda niente tranne alcuni versi di Virgilio. Eppure dimenticare 12 anni di mamma, un nonno imperatore, Roma e il Colosseo… ce ne vuole. Chi si arricchisce con il mercato dei gladiatori questa volta è Macrino, interpretato da Denzel Washington che nonostante la sceneggiatura zoppicante si prende la scena (senza troppa fatica, data la concorrenza).
Il problema è che Macrino è realmente esistito e fu prefetto del pretorio, cioè il secondo responsabile – dopo l’imperatore – della guardia del corpo del reggente dell’impero. Non ha mai avuto a che fare con schiavi o gladiatori. In più è stato a sua volta imperatore proprio dopo l’omicidio di Caracalla – per un anno e due mesi e il primo imperatore a non avere fatto parte dell’Ordine senatorio, mentre nel film si afferma il contrario (l’elezione a senatore). Macrino fu a sua volta sconfitto e ucciso dalle truppe di Eliogabalo, nipote quattordicenne di Caracalla che prese il suo posto. Un pischello che ha affascinato il mondo del rock, se è vero che sono stati registrati L’Eliogabalo (1977) di Emilio Locurcio (con la partecipazione di Lucio Dalla, Claudio Lolli, Rosalino Cellamare e Teresa De Sio), Eliogabalus (1990) della misteriosa prog band Devil Doll, e Six Litanies For Heliogabalus (2007) di John Zorn (con l’ausilio di Mike Patton, Ikue Mori, Joey Baron, Trevor Dunn, Jamie Saft). Dettagli.
Caracalla era tutt’altro che uno smidollato che si aggirava per Roma vestito come a un pigiama party e con una improbabile scimmietta in groppa (forse David Scarpa, lo sceneggiatore, in quanto a letture si è fermato a L’isola del tesoro e Long John Silver col pappagallo appollaiato sulla spalla; o forse era un inossidabile fan di Captain Sensible, chissà). Tanto da essere stimato dai legionari perché condivideva con loro i pasti e in battaglia era pronto a lanciarsi nella mischia senza esitazione. Infatti fu ucciso in Persia per mano di un suo soldato, Marziale – su trama ordita da Macrino – mentre stava preparando la guerra contro i Parti. E non mentre piagnucolava nella reggia imperiale come vorrebbe Il gladiatore II.
Mentre nel film si aggirano gaudenti in perfetta simbiosi, tra Caracalla e il fratello Geta non c’era alcuna alchimia, al punto che i due vivevano in quartieri separati del colle Palatino. Fino a quando Caracalla ucciderà Geta di suo pugno (a differenza di quanto raccontato nel film Macrino era da tutt’altra parte) ferendo la madre che tentava di difendere il secondo. Per completare l’opera, imponendo la damnatio memoriae Caracalla fece fondere le monete con la effige di Geta, cancellarne citazioni e volto da tutti i monumenti, e ne vietò perfino la pronuncia del nome. Altro che scimmietta sulla spalla: il vero Caracalla avrebbe staccato la testa a morsi a un orango.
Infine, passi il rinoceronte nel Colosseo – peraltro ammaestrato e montato come un cavallo: sic! –, passi la battaglia navale con contorno di squali, per quanto dall’esito risaputo e prevedibile – ma basta con la sesquipedale fandonia del pollice verso, una bufala storica – insieme a quella del saluto romano – ampiamente e definitivamente smentita dagli storici. Che si aggiornino il povero Scarpa e l’appannato Scott. Che devono avere fatto loro la filosofia di Antoine, ricordate il cantante francese che nel 1967 trovò l’America in Italia sbancando con Pietre (una scopiazzatura/adattamento di Rainy Day Women No. 12 & 35 di Bob Dylan)? Perché se per Antoine tutti, belli e brutti, sono destinati a diventare bersaglio del lancio di pietre, per gli autori di Il gladiatore II tutti sono destinati a finire nell’arena: “sei il generale traditore e finisci nell’arena / sei Lucilla e finisci nell’arena / sei il senatore Gracco e finisci nell’arena /sei Annone della Numibia e finisci nell’arena”, e così via. Scambiando, nella loro indisponente ignoranza sulla storia dell’antica Roma, il Colosseo con la Cloaca massima.
Resta una sola carta da giocare, per i sostenitori di Il gladiatore II. Per risultare lo straordinario film che ci hanno raccontato essere, basta il fatto che Ridley Scott sia un grande regista? A ricordare l’ineccepibile I duellanti – impeccabile esordio costruito sulla penna di uno “sceneggiatore” fuoriclasse come Joseph Conrad –, i capolavori Alien e Blade Runner (ma anche Black Rain, Chi protegge il testimone, Thelma e Louise, Black Hawk Down, American Gangster…), sembra che oramai il fuoco sacro, il tocco magico, siano andati sbiaditi. Per questioni anagrafiche? Probabilmente a favore del ruolo di produttore – c’è di mezzo la Scott Free Productions – interessato più al portafoglio che al risultato artistico. Difficile spiegare certe scelte in altro modo. E poiché Lucio/Annone (attenzione: spoiler!) se la cava riportando la momentanea pace a Roma, tra queste ipotesi/scelte scommetto 1000 sesterzi sulla messa in cantiere di Il gladiatore III.
Ché al Colosseo ci sono da portare ancora struzzi e draghi di komodo e panda giganti e grizzly, no? Tutti bramosi di azzannare generali o nobili rampolli eroici, un po’ coglioni, caduti in disgrazia però pronti a risorgere nell’arena. Per poi morire. O forse no. Dipende dai sassolini nella sceneggiatura di Scarpa.
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