Recensioni

È un cinema dell’eccesso quello di Coralie Fargeat in The Substance, opera seconda della regista di Revenge che potremmo tranquillamente riassumere con: Barbie incontra Cronenberg incontra John Waters. Perché è un film che parla di donne ma anche dell’ossessione, quella per la bellezza, la giovinezza e le seconde possibilità. Un tema, quest’ultimo, che spesso al cinema assume i toni dell’eroismo e della rivincita (in particolar modo ad Hollywood), e invece qui si riveste di orrore e tragedia.

La pellicola, vincitrice del premio per la migliore sceneggiatura al Festival di Cannes 2024, vede protagonista Demi Moore nel ruolo di Elisabeth Sparkle, una star della tv in declino che, un giorno, assume una sostanza che le permette di “partorire” una versione più giovane e bella di sé, con le fattezze di Margaret Qualley. Questa nuova “creatura” assume una nuova identità, Sue. Forse è un caso, o forse no, che il suo nome ricalca quello della “Mary Sue”, che in gergo pop rappresenta un prototipo di personaggio femminile, solitamente una ragazza giovane e bellissima, tanto irrealistica da risultare piatta e un cliché. La prima ad usare questo nome fu Paula Smith, che in un racconto parodistico degli anni Settanta sulle fanfiction di Star Trek faceva ironia, appunto, sui personaggi femminili diffusi nei racconti pubblicati nelle fanzine dai seguaci della serie. Anche The Substance è un film fortemente satirico, e lo è inserendosi in una tradizione cinematografica lunga e ben consolidata: quella del body horror.

Fargeat, infatti, non si risparmia nei dettagli e nell’enfasi sui corpi, non solo quella delle protagoniste, ma anche dei personaggi di contorno, come il magnate della tv interpretato da Dennis Quaid, che vediamo ripetutamente in primo piano mentre parla, mangia, urina (e, guarda caso, si chiamo Harvey. Più chiaro di così). Sono inquadrature che soffocano, quelle di The Substance, dove non solo i corpi ma anche tutto il resto, a partire dalla scenografia, sembra finto e irreale. Barbieland, appunto. La composizione dell’immagine – che ricorda tanto quella di Yorgos Lanthimos – evoca una sorta di distopia che respinge lo spettatore ma al tempo stesso è focalizzata e puntuale sul presente. Se da un lato le due donne sono protagoniste di un tipo di show ormai datato (quelli degli allenamenti ginnici), dall’altro il tema che solleva è più attuale che mai, alla luce soprattutto delle nuove ondate femministe che spingono a riflettere su cosa sia davvero libera scelta o no nel sistema capitalistico contemporaneo.

Qui la lente è tutta sulla chirurgia plastica: se è vero che una donna (così come un uomo) è libera di poter eseguire tutti i “ritocchini” che vuole sul proprio corpo, senza essere giudicata, è anche vero che, nonostante l’avvento della body positivity, gli standard di bellezza rappresentano ancora un peso, in particolare quando si parla di invecchiamento. La giovinezza è la matrice, la sostanza è la pillola rossa (tra l’altro, il modo in cui Elisabeth si approccia al misterioso liquido che darà il via al tutto ricorda un po’ quello di Neo nel film delle sorelle Wachowski).

I corpi femminili sono, insomma, ancora campi di battaglia politici. Ma ridurre tutto The Substance a questo livello non significa fare un favore a Fargeat. In effetti, The Substance è prima di tutto eccesso e quindi divertimento, vuole sconvolgere prima che far riflettere. Mentre in sala c’è, contemporaneamente, un film in cui la giovinezza è estasi e mistero divino (Parthenope di Paolo Sorrentino), qui è sangue, corpi deformi e psicosi. Contiene già dentro di sé il seme della vecchiaia da rifuggire con violenza. È perdita di sé e rifiuto di sé, come vediamo nella già iconica scena di Demi Moore allo specchio che si trucca sempre più fino a diventare quasi una maschera e poi togliere tutto via. Ma nel suo essere metafora dell’ossessione sui canoni di bellezza, The Substance non raggiunge la profondità delle chiavi di lettura proposte da Cronenberg. E va bene così: gore per il gusto del gore, si potrebbe dire.

Se The Substance ha un difetto, è quello di essere ridondante in certi punti, ma del resto Fargeat cerca di inserirsi in una tradizione di film che ha fatto dell’enfasi sul grottesco, anche dilatando il tempo, il suo tratto distintivo. Per citarne due: Seconds di John Frankenheimer (in cui il protagonista inscena la propria morte e cambia aspetto) e l’intramontabile Possession di Żulawski. Per fortuna, il film scivola in una spirale di psicosi che tiene alta l’attenzione dello spettatore, anche se chi mastica già un po’ di body horror può ben immaginare dove il film vada a parare.

Lode anche alla costume designer Emmanuelle Youchnowski che con gli abiti di scena parla più di mille parole.

The Substance è sicuramente uno dei film dell’anno. Non è un film di rottura, sia chiaro, non è l’analisi sociologica della vita. Ma vederlo in sala vale la pena anche solo per l’esperienza collettiva del disgusto sapientemente mescolato alla satira.

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