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Giunto al suo 41esimo film da regista, con questo Giurato numero 2 Clint Eastwood non cessa di parlare al suo paese, gli Stati Uniti d’America, e ai suoi compaesani, gli americani, che giusto un paio di settimane fa si sono risvegliati con la notizia del prossimo mandato alla Casa Bianca, il secondo, di Donald J. Trump. Un paese dilaniato e ideologicamente spaccato, dopo anni, decenni probabilmente, di politiche sbagliate sia sul fronte interno (l’enorme divario tra ricchi e poveri sempre più arduo da assottigliare) sia estero (lo strenuo supporto all’Ucraina e ad Israele, vista da più parti come un tacito consenso a un vero e proprio genocidio che si sta perpetrando perfino in queste ore).

Come era già accaduto con i personaggi di due dei suoi ultimi film, il Chesley Sullenberger, detto Sully, interpretato da Tom Hanks e il Richard Jewell dell’eponimo con Paul Walter Hauser, il suo nuovo protagonista si trova a un bivio ed è sia rappresentabile come l’eroe della narrazione che come il suo esatto contrario, ovvero un mostro pronto a incarnare gli incubi peggiori del sistema, in questo caso specifico il sistema giudiziario a stelle e strisce. Con una scelta drammaturgica coraggiosissima, la sceneggiatura di Jonathan Abrams ci rivela da subito che il Justin Kemp di Nicholas Hoult è il vero responsabile dell’omicidio al centro della vicenda di Giurato numero 2, ma il dilemma morale che mette in campo e che Eastwood dirige con raffinatezza e attenzione al dettaglio è il suo vero asso nella manica, poiché costringe lo spettatore ad adottare il punto di vista del colpevole e ad assistere impassibile allo spettacolo ferale di un processo/farsa in cui sono alla gogna non solo la credibilità di un intero sistema di potere, ma anche e soprattutto la ricerca stessa della verità.

Toni Collette e Nicholas Hoult in Giurato numero 2 (Clint Eastwood, 2024)

Proprio come in Sully e successivamente in Richard Jewell, Eastwood non è interessato alla verità, quella la conosciamo bene fin dalle prime battute del film, ma alla sua ricerca, alle zone d’ombra, alle sfumature e, infine, alla terribile facilità  – causa il pregiudizio e l’arrivismo – con cui tutto può essere accantonato e rinarrato in altro modo. Come un uomo, di estrazione sociale popolare, con un passato violento, che ha un battibecco con la ragazza mentre sono entrambi ubriachi in un bar e viene ripreso dai presenti senza possibilità di fuga, senza una via d’uscita che possa scagionarlo all’occhio delle telecamere. Il passante inconsapevole e ignaro (o un gruppo di giurati desideroso di tornare a casa il prima possibile) ha già deciso: colpevole.

Un passato in egual misura oscuro tormenta anche il nostro protagonista, un Nicholas Hoult magistrale che ricorda vagamente l’eroe hitchcockiano impersonato a più riprese da James Stewart: è il nuovo volto dell’America aggiornato ai tempi. Il suo è un percorso encomiabile, se non fosse per quell’incidente che ha messo fine a una vita e ne sta condannando un’altra al carcere a vita. La macchina da presa di Eastwood insiste più volte sull’immagine della dea bendata che sovrasta il capo di Justin Kemp, in una dichiarazione che è molto più politica di quanto non possa sembrare a un primo sguardo. Anche lui, in qualità di narratore per immagini, ha già deciso: ecco l’ennesimo maschio bianco benestante, che ha sì commesso degli errori ma è stato aiutato a ricominciare, con il potere di decidere di condannare un innocente.

Lo scacco matto di Eastwood è, però, un altro: risiede nella fatidica domanda rivolta allo spettatore, “Cosa avreste fatto voi al suo posto?“. Non è una domanda semplice e richiederebbe una risposta altrettanto complessa in grado di mettere in discussione tutto un intero sistema di valori. La scelta giusta è già davanti ai nostri occhi dal minuto 1, ma ciò che conta è il coraggio di prenderla, un coraggio che il regista, dall’alto dei suoi 94 anni, non ritrova più in questi Stati Uniti (e non solo). In quella che potrebbe anche essere la sua ultima opera, Clint Eastwood va dritto al punto e continua ad essere un fiume in piena di idee e suggestioni, pur non avendo più nulla da dimostrare, ma dichiarandosi ancora una volta (dopo lo struggente Gran Torino) come l’elettore più a sinistra tra quelli di destra che il panorama cinematografico mondiale ci ha offerto negli ultimi 50 anni di storia.

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