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6.8

Settimo album per i Weather Station, progetto guidato dalla talentuosa Tamara Lindeman da Toronto. Humanhood arriva a tre anni di distanza da How Is It That I Should Look at the Stars e segna un distacco deciso dal minimalismo folk che caratterizzava quest’ultimo lavoro. Per questa nuova fatica, Lindeman ha scelto di collaborare con una nutrita schiera di artisti provenienti da ambiti ed esperienze diverse, tra cui Joseph Shabason, noto per le sue sperimentazioni ambient, o l’artista specializzata in improvvisazione Karen Ng. Il risultato è un disco dagli arrangiamenti gustosi e stratificati, che richiama le atmosfere cupe e jazzate dell’acclamato Ignorance del 2021 (recensito su SA da Beatrice Pagni), ma con un diverso approccio tematico (e una maggiore solarità).

Humanhood si presenta come un’opera profondamente confessionale, dove Lindeman esplora i recessi bui della propria interiorità, segnata da una diagnosi di disturbo di depersonalizzazione. Si allontanano le tematiche politiche di Ignorance (il cambiamento climatico, la crisi del capitalismo) per lasciare spazio a una riflessione più intima: un canto delle fragilità, un’indagine sulla fatica di Sisifo che comporta il possedere una coscienza (da qui il titolo). Gli arrangiamenti, raffinati e intrisi di echi rétro, fra sax, piano, banjo, richiamano il pop-jazz elegante di Destroyer e della prima Fiona Apple, pur privo della componente drammaticamente blues di quest’ultima e arricchito invece da un gusto vintage che guarda al passato.

Nei momenti più ispirati, come la disarticolata Ribbon (con un notevole intreccio fra voce e pianoforte) o la oceanica (nel senso delle profondità vertiginose di Blue) Lonely, Humanhood tenta di avvicinarsi alle vette compositive della Joni Mitchell degli anni ’70, con sofisticatezza armonica e arrangiamenti di spessore. La voce di Lindeman si muove con agilità tra diverse sfumature: ora sorniona, ora fragile, quasi evanescente, creando un’atmosfera di profonda empatia. Si veda la title track, dove il cantato è contemporaneamente affannoso, allusivo, nudo, sopra una base sparsa di banjo e breakbeat.

Tuttavia, non mancano episodi meno incisivi. Un brano come Neon Signs, seppure sorretto da una linea di piano sospesa e minacciosa, non si sposta da quell’innocuo pop urbano anni ’80 (si veda alla voce The Blue Nile) già ampiamente esplorato in Ignorance (in un pezzo come Tried to Tell You); altrove, come in Window, l’uso di soluzioni armoniche più classiche, virate sul blues, rischiano l’effetto-muzak come accaduto, per rimanere al recente passato, a Clairo. Questo dualismo tra brani di grande forza emotiva e episodi più leggeri caratterizza un album che, nel complesso, si distingue per il suo gusto elegante e la qualità dell’interpretazione vocale di Lindeman. A voler trovare dei riferimenti immediati, un disco che si avvicina, per sonorità e tematiche, all’ultima Weyes Blood (su SA trovate la recensione dell’ultimo disco a cura di Nino Ciglio). Un lavoro che continua a confermare la capacità dei Weather Station di reinventarsi e ampliare il proprio arsenale di soluzioni, senza tradire la propria essenza folk-pop.

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