Recensioni

Quando, nel gennaio del 1946, Billie Holiday registrò Good Morning Heartache, Joni Mitchell era solo una bambina di tre anni, che giocava spensierata nella neve del Canada. Non sapeva ancora nulla di rotture, solitudini e amori infranti. Eppure quella sensazione di male al cuore, di incrinature cardiache, di devastante dolore che Lady Day cantò con la sua inconfondibile distorsione, l’avrebbero fatta diventare – qualche anno più tardi – principessa di confessionali intimissimi. Quando Elizabeth Wurtzel, in Prozac Nation, scrisse che “il dolore e il terrore di certe opere d’arte – Guernica di Picasso, Billie Holiday che canta Good Morning Heartache al Monterey Jazz Festival del 1957, la poesia Tulips di Sylvia Plath, La Strada di Fellini – non sembrano mai mitigati dall’esposizione. Il loro potere è amplificato con ogni nuova visione, ascolto o lettura, e trovo solo nuovi elementi della tragedia su cui concentrarmi, nuove ragioni per cui essere empatico”, potrebbe essersi dimenticata di Blue di Joni Mitchell. Un disco, che ancora oggi svela il crepacuore, l’ardore del sussulto che si appresta a mettere il punto ai giorni blu.
Pensare di poter aggiungere qualcosa a quanto già detto, scritto, immaginato su Blue, disco capolavoro di Joni Mitchell è un’impresa ardua. Specialmente se fra le penne che ne hanno scritto c’è quella di Ellen Willis, femminista, giornalista, storica del pop mentre il pop stava accadendo, sguardo incendiario e penna romanticamente anomala. Willis, prima critica musicale del New Yorker, una che ci ha fatto capire cosa significa essere moderni, scrive di Blue nel marzo del 1973, due anni dopo l’uscita del disco. Prendendosi il tempo di diventare fan di Mitchell, di conoscere in profondità i suoi brani fino a non provare più quella resistenza-distacco che perfettamente racconta così all’inizio del suo saggio dal programmatico titolo Still Traveling, “l’immagine di Joni tendeva a mettersi tra me e la sua musica”. E se la Willis, nitida e perspicace, ha contribuito a inaugurare una nuova era della critica musicale, donando ai suoi pezzi una vivida acutezza che continua a risuonare decenni più tardi, Joni Mitchell ha saputo creare il disco perfetto nel momento perfetto per una donna di ventotto anni nell’America di Nixon. Come?
Fermandosi.
Blue arriva dopo una pausa dalle registrazioni e dalla musica. E dopo una dura rottura con il fidanzato di lunga data Graham Nash. Decide di viaggiare per l’Europa all’inizio del 1970, per rinfrescare la mente, dedicarsi alla pittura, sua passione viscerale, e rimettere a fuoco se stessa. Blue, uscito nel giugno del 1971, arriva poco dopo il suo ritorno, e con esso l’artista raggiunge una piena maturità sia come scrittrice che come interprete. La scena folk in quel momento sembra vivere un momento spartiacque per cui la canadese può solo tentare un tuffo in libertà, per esplorare il suono e per riuscire a imporsi anche come icona post folk. È difficile trovare altri autori, a parte Leonard Cohen, che sappiano scrivere così brillantemente di amore e spiritualità, crepacuore e angoscia, sesso, risate e solitudine raccolti negli hotel di mezzo mondo, con l’autentica vulnerabilità di Mitchell.
L’anatomia di un album perfetto può partire dall’impatto visivo della sua copertina: il blue del titolo è una sensazione di malinconica perdizione che solo un colore come il blu di Prussia può disvelare a livello cromatico. Perché il blu scelto per la cover non è un semplice blu, non è scontato, non è comune, è un pigmento prezioso che racconta anche dell’altro grande amore dell’autrice, la pittura. Il blu di prussia non evoca il blues del Sud ma la fosforescenza della città, è il blu notte che sceglie chi sa riconoscere anche la minima differenza fra i toni, le sfumature, chi usa i colori, chi li comanda: “una pittrice portata fuori strada dalle circostanze”, come ama definirsi Joni.
Blue è un album che racconta passioni strazianti, amori lacerati, insicurezze, solitudini. Quasi interamente acustico, è stato scritto e composto con voce e chitarra – la sua fedelissima Martin –, le cui trame scarne vengono impreziosite da pianoforte e dulcimer. La sua vocalità si eleva verso alti piumati e bassi cupi, creando vignette di amore irrequieto e angoscia persistente, mescolando elementi jazzy e attimi à la Broadway al miglior pop folk mai suonato prima. Volteggiando con nonchalance in mezzo alle debolezza umane, alla psicologia più intima, Mitchell attua un’operazione che va al di là della musica: dipinge con pennellate vivide e oneste la perdita della giovinezza, il disincanto di un movimento giovanile che sta facendo i primi conti con ciò che ha significato controcultura. Blue è l’epitome e molto probabilmente l’apice del cantautorato confessionale. Ogni traccia colpisce e scava in profondità, mentre la catarsi personale e artistica dell’artista, si fa squisita e atroce, richiedendo, in più di un momento, solidarietà a chi ascolta. La solitudine e il dolore raramente hanno trovato un suono così universale.
Con Blue ci addentriamo in un territorio finora inesplorato dall’artista ma a lei molto congeniale: quello del viaggio, argomento che verrà ulteriormente messo fuoco nello splendido Hejira cinque anni più tardi. La nozione del viaggio riguarda la Mitchell sotto il triplice aspetto di canadese espatriata, di nuova americana e di artista. L’America è il paese degli spazi sconfinati, delle enormi distanze, è la nazione dove la mobilità delle persone raggiunge punte massime. Numerosi sono i richiami al senso di dislocamento e di stanchezza interiore che viaggiare comporta, fino a diventare la sua inevitabile condizione esistenziale. Ormai il gergo tipico del viaggiatore sembra entrato a far parte del comune linguaggio delle sue canzoni. È l’esempio di A case of you che apre con “I’m as constant as the northern Star”, un riferimento alla Stella polare che chi viaggia ha sempre presente. E in All I Want l’esordio è simile con riferimenti al transito “Im only road and traveling” e così via, tanti altri passi fino al testo di This Flight Tonight “Guardate fuori a sinistra, disse il capitano quelle luci laggiù, è lì dove atterreremo. Ho visto una stella cadente bruciare sopra la sabbia di Las Vegas”. Quasi una pellegrina.
In barca, in aereo, a piedi o pattinando sul ghiaccio, i suoi capricci e le sue fantasie la portano sempre lontano, ora su un’isola greca, ora Parigi, poi la Spagna, Las Vegas, forse Amsterdam e Roma, per poi tornare a casa, alla sua Itaca, che è la California. La tracklist del disco si dipana come un lungo diario di bordo, con luoghi e date precise, kilometri e distanze in costante crescita, passaggi da un clima all’altro, voli pindarici fra lingue e capitali sconosciute. Il pentagramma di Blue è una mappa su cui segnare percorsi, tappe raggiunte, e future partenze: lo spunto del viaggio è sempre allontanamento da qualcuno e ritrovamento di se stessi.
Un songwriting miracoloso il suo, completamente immerso nel coraggio luminoso di chi può vivere a pieno gli anni della prosperosa, solare, spensierata, gaudente California, la terrazza ridente della civiltà occidentale che guarda pacificamente alle suggestioni d’Oriente. Si pensa subito ai geni corsi da quelle parti in figa dalle furie naziste o dalle incomprensioni della burocrazia europea, da Brecht a Chaplin, da Marcuse a Schoenberg. Il luogo in cui prende vita la fabbrica del fantastico contemporaneo chiamata Hollywood, dove per uno scacco di landa deserta si può trovare un nome perfetto come Zabriskie Point.
Blue è l’album che ha mostrato la maggiore resilienza artistica. Commercialmente ha venduto 1,3 milioni di copie solo negli Stati Uniti ed è l’esempio più lampante della capacità di Mitchell di sposare due valori apparentemente contraddittori: realizzazione artistica e successo commerciale. Scarno e semplice negli arrangiamenti, nelle melodie e nelle strutture dei testi, il suo sound tenue e struggente fornisce lo spunto per l’atmosfera unificata dell’album. Il disco perfetto di Mitchell è dedicato principalmente alla partenza e al viaggio, al ritorno e alla nostalgia di casa.
All I Want apre con un uso molto forte – seppur brillante – del dulcimer, strumento a corde che la musicista ha imparato a suonare durante i mesi a spasso per il Vecchio Continente. È un brano che mostra il talento di Mitchell nell’approccio minimalista alla narrazione privata: la turbolenta relazione ormai finita con James Taylor, la sua dipendenza dall’eroina portano l’autrice ad adottare un tono tra l’ammaliante e l’angelico, mentre le melodie, tracciate dalla voce in picchiata, lasciano fluire tutti i suoi sentimenti senza mai tirarsi indietro. Come avviene per Little Green, scritta nel 1966, subito dopo aver firmato i documenti per dare la figlia appena nata in adozione, che si eleva tra gli abissi del dolore come il più immenso dei rimpianti. Incapace di provvedere alla bambina, di fronte allo stigma di una maternità da giovane single, Mitchell canta tutto la disperazione e la rabbia verso il padre in fuga. È la canzone più personale del disco, ed è l’unica che non racconta gioie o sofferenze legate al rapporto con gli uomini; al centro c’è sua figlia Kelly Dale Anderson, con la quale si è poi riconciliata nel 1997. La melodia folk utilizza un’accordatura in Open G per dare a ogni nota un suono pulito e squillante, scelta peraltro dettata dal bisogno di adattarsi alla sua mano sinistra, indebolita dalla poliomielite che la colpì a nove anni.
Carey, dalla melodia in levare gode di un arrangiamento molto più ricco rispetto alla maggior parte delle tracce dell’album. La voce e il dulcimer di Mitchell sono supportati dal basso di Stephen Stills e dalle leggere percussioni di Russ Kunkel. Sembra poter sentire in anticipo parte del materiale più complesso che l’artista produrrà negli anni settanta, mentre i testi si trovano a cavallo tra idealismo e consolazione. Scritta durante il periodo trascorso nelle grotte dell’isola di Matala, a Creta, nell’estate del 1969, la canzone racconta dell’incontro con Car(e)y, capelli rosso fuoco e vistoso turbante, nel popolare rifugio per tutti gli hippy che si recavano lì in cerca di illuminazione e finivano per dormire nelle antiche cripte funerarie romane. Dal punto di vista della melodia suona come un leggero ritorno a Big Yellow Taxi, nell’economia del disco una mosca bianca di spensierata leggerezza.
La title track lenta e malinconica, fa le fusa con il pianoforte. “Le canzoni sono come i tatuaggi”, canta Mitchell, e la sua voce dai toni puri sembra incanalare con straziante perfezione la fiamma jazz nella memoria dolorosa. Perché le canzoni vivono con noi, le portiamo in giro per sempre, anche quando pensiamo di aver finalmente voltato pagina.
California presenta un intarsio acustico poderoso, in aggiunta al quale la cantante impiega numerose improvvisazioni liriche e dinamiche. Oltre a James Taylor e Russ Kunkel, troviamo anche Sneaky Pete Klienow alla chitarra pedal steel. In questa canzone, Mitchell canta il ritorno a casa nella sua amata California, sebbene, lo ricordiamo, sia canadese. La situazione descritta è quella di una straniera a Parigi, una turista che continua a sentirsi fuori luogo, fuori fuoco. Non è del resto uno stato d’animo che riguarda soltanto la capitale francese perché anche in Grecia e poi in Spagna, la Mitchell avverte allo stesso modo un irreprimibile desiderio di tornare in quella terra piena di vita e fermento politico, di cambiamenti sociali e libertà, la California. È la questione delle radici espressa in modo cosciente per la prima volta in Blue. “Ho incontrato un contadino su un’isoletta greca che sapeva fare la danza della capra molto bene, mi ha restituito il sorriso ma si è tenuto la mia macchina fotografica per venderla, oh la canaglia rossa sapeva cucinare ottime frittate e stufati, sarei potuta rimanere lì con lui ma il mio cuore reclamava la California, oh California sto tornando a casa”.
Se crediamo che con questo ritorno, la cantautrice abbia risolto definitivamente un problema di appartenenza ci sbagliamo; un brano come River mette bene a fuoco la questione che non è tanto restare dove si è, quanto andare dove non si può essere. Mitchell sembra suggerirci che non esiste una sede ideale in assoluto, un posto in cui poter star sempre e definitivamente bene; quello che si desidera e che manca sarà sempre l’altro, quello che non c’è, che non ci appartiene più o ci è sfuggito. Si tratta di un malessere molto diffuso tra i giovani nell’America degli anni Settanta, che potremo chiamare unsetledness (instabilità ) e che – bugiardino medico – sembra vada a colpire soprattutto i soggetti con cuore e occhi aperti.
River, guidata dal pianoforte – l’accompagnamento prende in prestito alcune note da Jingle Bells – è una storia piena di angoscia e tristezza. All’inizio del 1970, la relazione di Joni Mitchell con Graham Nash si stava sgretolando. Inoltre, si sentiva sempre più a disagio con l’adulazione di massa che le sue registrazioni stavano ricevendo. Aveva bisogno di scappare, pattinando metaforicamente su un fiume per sfuggire dalla pazza folla. Così durante il soggiorno a a Creta, decise di inviare un telegramma a Nash per dirgli che la loro storia d’amore era finita. River regala una prospettiva sincera mentre il desiderio di sfuggire ai legami emotivi si fa sempre più forte, “Ma io sono così difficile da gestire, sono egoista e triste”; è diventata col tempo la canzone di Natale per chi è solo a Natale.
A rendere più complicata la situazione in River è il fatto che il posto dove si vorrebbe ritornare non ha luogo nello spazio bensì nel tempo: il fiume viene richiamato alla memoria per il periodo della fanciullezza, assurto a simbolo della spensieratezza. Di quella bambina che d’inverno, nel freddo Canada, va a pattinare sui fiumi ghiacciati osservando il panorama boschivo coperto dalla neve. Ma tutto questo appartiene al passato, e ora lei si trova in un posto dove a Natale non solo non c’è la neve ma addirittura fa caldo come a primavera; è sola senza neppure il conforto di un amore, inevitabile che arrivi la tristezza e la nostalgia di giorni felici. “Natale sta arrivando, tagliano gli alberi, preparano le renne e cantano canzoni di gioia e pace. Oh, vorrei avere un fiume dove poter pattinare ma qui non nevica, rimane sempre tutto verde. Quando farò un sacco di soldi poi me la squaglio da questo ambiente matto, oh vorrei avere un fiume così lungo dove poter insegnare ai miei piedi a volare”.
La tessitura del linee compositive si fonde magnificamente con la levigatezza dei testi. Joni colpisce nel segno dimostrando una vivacissima vena artistica, un talento musicale e poetico da vendere. Più oscuro il tappeto sui cui si muove This Flight Tonight dalla struttura di accordi discendente nel pre-ritornello. Il testo racconta i rimpianti della cantante mentre parte su un volo che la porta lontano dall’uomo che ama, in un disordinato stream of consciousness di particolare potenza.
A Case of You racconta lo sconforto, il desiderio, la perdita totale di se stessi. È una ballata meravigliosamente struggente che beneficia dell’intimità e della mancanza di filtri con cui Mitchell sembra voler procedere nel descrivere i dettagli degli umani con cui si scontra. Di nuovo James Taylor alla chitarra acustica, Russ Kunkel alla batteria e Joni al dulcimer, un accompagnamento gentile che permette alla sua voce da mezzo soprano di essere la forza guida, alternando un dolce tubare e un falsetto impennato come l’emozione richiede. Questa è la Mitchell più accessibile, anche se la canzone prende alcune svolte inaspettate, come quando irrompe in una breve interpretazione dell’inno nazionale canadese. Eppure c’è un’emozione genuina, come quando canta di come il suo ex (qualcuno ipotizza si tratti di Leonard Cohen) si sia così radicato dentro di lei da agire come sua musa: “L’amore sta toccando le anime sicuramente hai toccato la mia perché una parte di te sgorga da me in queste righe di tanto in tanto”. Tutto funziona e funziona insieme: la sua voce femminile ed espressiva, il suo fraseggio, la musica, il ritmo. Nel ritornello, riconosce ancora una volta la spinta della sua relazione, e il suo pensiero conclusivo è uno di quei versi che i più grandi cantautori le invidieranno sempre, “Potrei bere una cassa di te e stare ancora in piedi”. Impossibile dirlo meglio di così.
La conclusione viene affidata a The Last Time I Saw Richard, ballata per pianoforte che documenta il breve matrimonio di Joni con Chuck Mitchell negli stessi anni in cui lottava per diventare un cantante folk di successo. Il lavoro al pianoforte riesce a massimizzare gli elementi percussivi, ritmici e melodici in modo meraviglioso mentre Joni dipinge la capitolazione che almeno una volta tutti i romantici incontreranno, quello stesso destino cinico, ubriaco e noioso che ci porta a trascorrere notti di fronte alla TV, in compagnia di una bottiglia.
Blue ridefinisce i confini del cantautorato autobiografico così che si possa iniziare a elaborare – attraverso la sua stessa condivisione – l’angoscia che lo ha fatto nascere. I suoi brani sono il prodotto pop più sinceramente esistenziale mai scritto: in superficie emergono i momenti personali, scavando a fondo scopriamo un’elegia dedicata a una precisa generazione; e nello schema più globale, qualcosa per tutti noi, nella rappresentazione cruda e onesta della piccola apocalisse che ci attende quando, con il tempo, il pensiero magico evapora. E terribilmente insignificanti, dovremo scegliere come reagire.
Il fatto che la Mitchell si sia spesso voluta ritrarre come una musicista incolta e una poetessa non istruita ha promosso l’idea di un’artista che lavora istintivamente ma come mostra il denso lirismo e le strane accordature di chitarra, l’intimità di Blue è eguagliata dal suo rigore estetico: Mitchell si è strappata il cuore e l’ha messo su un nastro ogniqualvolta provasse a colpire una nota bassa, o a riscrivere il suono della propria vita, con quella voce curva, saltellante, spigolosa e pura, da riuscire a riempire ogni vuoto.
“Underneath the skin, an empty space to fill in”, è proprio vero che le canzoni sono come tatuaggi.
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