Recensioni

7.1

Con la loro No Children a diventare un caso su TikTok qualche mese fa e a dirci che dai primissimi lavori registrati professionalmente dalla band sono passati più di vent’anni, i Mountain Goats escono il 19 agosto con Bleed Out. Il disco, il 20esimo nella discografia, è stato scritto nel 2020 a ridosso della pubblicazione di Dark in Here (2021), e quel lavoro seguiva altri due usciti durante la prima ondata pandemica (Getting Into Knives e Songs for Pierre Chuvin). L’ispirazione dichiarata di quest’ultimo, fin dalla scelta della fumettosa copertina, viene dai film poliziotteschi (e in generale d’azione) degli anni ’60 e ’70. L’idea è quella di reinterpretare con empatia e umanità trame tagliate con l’accetta, dove i buoni sono buonissimi e giustissimi e i cattivi, beh, lo sono e basta. Non immaginatevi però conversioni à la Calibro 35 con omaggi a Morricone, John Darnielle e Co. masticano la lingua che meglio conoscono, un indie ad ampio spettro che attinge da R.E.M. e Daniel Johnston, Robyn Hitchcock e Mark Everett, una miscela di rock che è anche punk, e psych che è anche freak, storicamente sospesa tra psicosi e divertissement.

Il disco è stato inciso da Darnelle ai Betty Studios dei Sylvan Esso a Chapel Hill, North Carolina, assieme a Jon Wurster, Matt Douglas e Peter Hughes, con l’aggiunta di Alicia Bognanno dei Bully alle tastiere e alla chitarra (e pure alla produzione). «Nessuno sapeva che eravamo lì», ha dichiarato il frontman orgoglioso del risultato ottenuto, e ne ha ben donde: i Mountain Goats suonano ancora come una giovane e versatile band la cui alchimia è un affare da studio session, un gruppo di artigiani non più lo-fi chiuso in una stanza a fantasticare su ciò che vuol raccontare e su come farlo, abitando con urgenza la propria musica.

Il motore, come al solito, è lo storytelling. Non comprenderlo, va da sé, significa perdere un po’ di divertimento. Darnelle è fissato con i concept da anni ormai, ma anche non comprendendo quelli, la trama dietro le strofe, ci sono sempre discrete melodie e quel caratteristico timbro vocale a regalare sorrisi ed empatia. Certo, con la buona dose di understatement del Nostro non tutto arriverà dritto al cuore, ma la formazione del resto non ha mai puntato su rotondità pop remmiane, sopperendo nello specifico con maggior compattezza e fragranza con l’intreccio di chitarre, basso e batteria. Elementi che fanno di Bleed Out uno di quei dischi dai quali ricominciare a riascoltare i Mountain Goats. Sempre che li abbiate mai persi di vista.

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