Recensioni

7.1

Secondo disco di fila per la creatura di John Darnielle ad essere registrato con una band vera, primo con un produttore esterno e terzo concept dopo quelli sul wrestling (Beat The Champ, 2015) e sul gothic rock (Goths, appunto, 2017): stavolta si parla addirittura di maghi e dragoni, col disco presentato nella sede della casa editrice di Dungeons and Dragons. Ma anche se l’intenzione di partenza era davvero quella di raccontare la storia di una comunità minacciata dalle creature sputafuoco e difesa da un mago in declino, anche se alcune canzoni sull’argomento sono state scritte (e sono finite nel disco), anche se in Younger, primo singolo, si canta «Try not to lose sight of the mission», il disco ha poi preso una piega diversa: sarà perché Darnielle non è tipo da farsi imbrigliare la fantasia, nemmeno da se stesso, e con lui «niente è semplicemente quel che sembra» (come dice il nostro Fabrizio Zampighi presentando il disco). Se ci si aspettava un’incursione nel prog classico, ci si accorge poi che siamo ovviamente altrove, e i dragoni sono quei problemi con cui alla fine riesci a trattare, quando non a trarne vantaggio, e i maghi sono più generalmente le star della musica o dello sport, anch’essi incantatori di folle da cui traggono forza e in qualche modo capaci di magie (e qua e là compaiono scene da crime fiction, tanto che l’autore ha definito il genere di questo disco “dragon noir”).

Se i temi non sono quelli previsti, la musica si allontana sia dal prog che ci si potrebbe aspettare da un concept con ambientazioni fantasy, sia dalle consuetudini dell’autore: il folk idiosincratico di una volta trova ricchezza di dettagli grazie alla produzione di Owen Pallett, solidità ritmica grazie alla bella prova del duo Wurster e Hughes (ad esempio il quasi funky di Clemecy For The Wizard King, dalla leggerezza vagamente Phoenix, o la succitata Younger), e si apre sospeso sulla riuscita Done Bleeding, vira sul country rock in Passaic 1975 (che racconta un momento non proprio splendido di Ozzy Osbourne), In League With Dragons (dove di dragoni non si parla minimamente, piuttosto di come affrontare difficoltà e cambiamenti) e, giustamente, Waylon Jennings live! (anche qui, più che del cantante si parla di qualcuno che cerca di passare un confine, tra traffici loschi e metafore), e semmai ricorda qualche cantautore italiano dei ’70 (zona Lo Cascio o certo Sorrenti) in Possum By Night.

Varietà stilistica, dunque, proseguendo con la litania-manifesto di Going Invisible 2, le sincopi di Cadaver Sniffing Dog, le raffinatezze sospese da radio notturna anni ’70-’80 di An Antidote For Strychnine (più che i Jethro Tull, quel flauto fa pensare ai St. Etienne): il massimo del prog è nelle variazioni che animano la conclusiva Sicilian Crest (che però ricorda più le svolte radiofoniche dei gruppi anni ’70 che non la prima metà del decennio). Forse qua e là può suonare troppo pop, ma questo è un disco che ritrae un autore che ha sconfitto i draghi che lo avevano bloccato qualche tempo fa e che dimostra ancora voglia di cambiare, esplorare e perdersi, con i maghi o meno.

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