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Vuoi che li si ricordi per il teatrino garage-grandguignolesco del debutto Strange House, vuoi che per l’ottima svolta shoegaze-psych di Primary Colours (e successivi), The Horrors sono una delle poche band inglesi degli anni 00s ad aver tracciato una traiettoria artistica che potesse dirsi longeva e a suo modo avventurosa, cavalcando e sorpassando l’hype di NME e affini.

Giunto dopo una lunga e dovuta pausa a interruzione di anni trascorsi sui palchi e in studio, l’atteso sesto album Night Life vede la luce per la Fiction, storica etichetta dei Cure, ed è proprio a Robert Smith & co. che, forse più di altri, sembrano oggi puntare Faris Badwan e i suoi, stando quanto rivelato dalla sfilza singoli anticipatori pubblicati a partire da ottobre 2024 – ben cinque, a cui si aggiungono altre quattro tracce per raggiungere la durata da LP.

Non c’è molto da stupirsi, d’altronde; il momento è quello giusto (il post-punk non muore mai, anzi spuntano sempre nuove band con gli altrettanto hypatissimi Fontaines DC a guidare le fila) e quel mondo sonoro e quell’estetica sono decisamente stati sempre nelle corde dei Nostri “timburtoneschi” eroi. Qui però, complice la produzione di Yves Rothman (Yves Tumor, Blondshell), si vira bruscamente verso sonorità industriali, elettroniche e psichedeliche, in un ambiente di suoni estremamente ricchi, curati e di forte impatto.

Il singolo apripista The Silence That Remains, galoppata nebbiosa propulsa da basso e batteria nervosissimi (i Radiohead di Hail To The Thief persi nella foresta di Seventeen Seconds) e dal crooning mai tanto Dave Gahan di Badwan è il perfetto biglietto da visita per il nuovo corso, laddove la potentissima Silent Sister e Trial By Fire sfoggiano distorsioni, dissonanze e clangori sintetici altezza Nine Inch Nails (o, se preferite i Depeche Mode di Black Celebration e Songs Of Faith And Devotion, ben presenti anche in The Feeling Is Gone).

La novità principale di questo ritorno è però l’innesto in formazione dei nuovi membri Jordan Cook (già dietro le pelli dei buoni Telegram) e Amelia Kidd (synth, programming, cori), la cui voce dà certamente un’impronta inedita al classico sound Horrors, senza sottovalutare l’apporto in fase di arrangiamento e composizione (vedasi la dark ambient di Lotus Eater, una delle più riuscite del lotto, o i tappeti sintetici della iper-gotica ballad Ariel).

In tutto questo doom and gloom, tuttavia, non mancano nemmeno momenti più classicamente indie come More Than Life e particolarmente riuscita LA Runaway (oltre ai summenzionati, iperclassici Cure dei singoli pop, pensate a un’altra band alternativa eighties tra Psychedelic Furs, New Order e Echo & The Bunnymen; siamo lì); aggiungete eteree reminiscenze electro-shoegaze (When The Rhythm Breaks) e avrete un rilancio forse non imperdibile, ma di certo credibile e ispirato.

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