Recensioni

Del trittico di dischi che definisce il periodo gothic dei Cure, Seventeen Seconds appare il più elusivo. Il più ermetico. Quello che non esibisce la tristezza funerea di un Faith o la psichedelia angosciante di un Pornography, ma ne è comunque, e coerentemente, l’anticamera. Anche se suona un po’ diverso, come suonerebbe una suite minimale in confronto a un requiem e a una tetra sinfonia. Una suite composta di canzoni dal tocco minimal e austero. Seventeen Seconds, paragonato a quella sorta di sturm und drang nichilista che si sarebbe rovesciato nelle opere successive, ha infatti il pregio, o la pregevolezza che dir si voglia, di cristallizzare le sonorità proto-dark in trentacinque minuti di perfetto spleen post-adolescenziale e di sensibilità post-punk rigorosa e sibillina. Come dire: stessa intensità, ma in forma più spartana. E in più, una particolare brillantezza, per quanto la parola brillante faccia strano accostata a un’atmosfera nebbiosa, melanconica e monocromatica, che lo rende un capitolo tra i più riusciti del repertorio discografico dei Cure.
Più che brillantezza dovremmo dire forse un fascino magnetico; talmente compatto, poi, da farlo sembrare un capitolo intoccabile, che sta un po’ per conto suo. Anche se movimentando un po’ questa sua aura magnetica gli agganci con il prima e il dopo vengono chiaramente a galla, tanto che lo si può riconoscere come il perno di tutta la progressione di stile che arriverà all’estremo con Pornography – e che verrà poi ripresa e aggiornata da Disintegration. Così da sottolineare una volta di più il suo ruolo storico.
Nel febbraio 1980 i Cure si mettono all’opera per dare seguito all’ondivago Three Imaginary Boys, suddiviso abbastanza equamente tra lampi di genio e approssimazione, e la cui versione riveduta e corretta per l’America, Boys Don’t Cry, esce mentre i ragazzi sono in studio a registrare. Bastano pochi giorni per sfoderare un lavoro più omogeneo, più definito e non solo: in una parola, più maturo. Merito di un Robert Smith appena più che ventunenne per quanto artisticamente già adulto. Da leader, si piazza oltretutto sicuro in cabina di regia al posto del patron Chris Parry e al fianco di Mike Hedges. Un ruolo, quello di produttore, che non lascerà più. Smith in consolle non è la sola novità. C’è un cambio al basso: Simon Gallup ha sostituito Michael Dempsey, poco entusiasta del nuovo materiale. È si è aggiunto il tastierista Matthieu Hartley. Hartley, è vero, se ne andrà dopo pochi mesi, stufo, dirà più o meno Smith, «di suonare con una sola mano». Ruolo alienante il suo: al confronto, le parti di tastiera di un gruppo come gli Stranglers sembrano puro prog. Eppure nell’economia di Seventeen Seconds questo innesto funziona. Nel suono «chitarra, basso, batteria con un grande vuoto nel mezzo» che aveva in mente il leader dei Cure, la tastiera/synth diventa un complemento essenziale. Che non copre a dire il vero quel vuoto, piuttosto lo fa risuonare “per simpatia” con le sue linee scheletriche (Hartley suona un synth duofonico che per sua natura non va oltre gli accordi di due note; ma perché usarne poi due quando ne basta una sola…).
Così laconico ma d’effetto è anche il basso di Gallup. Ritmico nei brani veloci (Play for Today e A Forest), ok, ma per il resto quasi un lead bass che si rimpalla con la tastiera e la chitarra i riff e le frasi melodiche più in vista. Ruoli pressoché invertiti con Smith: con l’ermetismo che contraddistingue tutto l’organico, la sua chitarra detta ritmo e armonia, concedendosi forse un assolo o poco più. Il vero campione di economia rimane comunque l’ineffabile Lol Tolhurst: il suo stile staccato e semplice non avrebbe potuto essere diverso (lui era un drummer minimo più ancora che minimal) e neppure più intonato. Molto merito è anche dell’attento lavoro di produzione sulla sua batteria, tra i tamburi registrati con microfoni a contatto e che quindi suonano “vicini” ma asciutti, quasi elettronici, e l’uso di effetti e overdub per aumentare il sustain che rende addirittura psichedelici certi singoli colpi di charleston o piatti.
Questo appello accorato all’essenzialità è la chiave estetica di tutto il disco, non meno delle melodie malinconiche uscite dalla penna di Smith. E se si avverte una sensazione di omogeneità, di compattezza e di esemplare “chiusura” nei solchi, è anche per via di una tracklist dalla simmetria pressoché perfetta. Due facciate speculari: apertura strumentale (rispettivamente A Reflection e The Final Sound) e qui scatta un minimal rock nervoso (Play for Today su un lato, A Forest sull’altro), poi una melodia insolita (Secrets e M), il brano cadenzato e d’atmosfera (In Your House e At Night) e per finire il pezzo più mesmerico e sperimentale (Three e la title-track). Ma quello che fa veramente la differenza è la personalità. Il primo approccio di Smith e dei suoi era unire il cantautorato inquieto di Nick Drake al modernismo di Low di David Bowie. Bene, il risultato, oltre che riuscito, è quanto di più Cure si possa pensare ora. L’estrinsecazione perfetta di un certo sensibilismo pop-esistenzialista e appunto di un immaginario proto-dark di pura introspezione (più ellittico e meno tragico dei Joy Division, e senza la teatralità di molte derive del genere, dai Bauhaus in giù) di cui gli stessi modi vocali da ragazzo-immaginario del leader – la cui voce è spesso trattata e coperta nel mixaggio – sono una delle espressioni più sintomatiche.
Anche senza la devastazione emotiva dei lavori successivi, le immagini di freddo e buio, la desolazione e l’incomunicabilità evocate da testi e musiche sono una dichiarazione (di) poetica forte, che se da un lato si aggiunge ai piccoli gioielli già messi in conto come Boys Don’t Cry, dall’altro adotta un altro linguaggio e ambisce a una cifra diversa. Sarà per questo allora che questo disco è così speciale: perché cattura il momento decisivo, lo scatto di maturità che trasforma una band di ragazzi di provincia inglesi in un progetto capace di toccare corde segrete (e più tardi anche corde scoperte) nell’immaginario di una generazione di appassionati di musica – generazione a cui se ne sarebbero accodate, va detto, molte altre.
Dimostrando di avere un’inventiva altrettanto caratteristica dei vari Wire, Banshees e Joy Division di cui erano senz’altro degli ammiratori, i Cure gettavano allora le più solide fondamenta della propria narrazione e prenotavano un biglietto per la Storia.
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