Recensioni

Dieci anni fa, cinque ragazzi da Southend on Sea (cittadina collocata in quel lembo di Essex a sud-est della grande isola e bagnata dal mare) che nutrivano una certa fascinazione verso il post punk di scuola Siouxsie e la darkwave dei Bauhaus, con immaginario gotico a corredo, rischiavano di diventare l’autentica next big thing del rock britannico: posti sulla cover di NME, incensati dalla critica, ammirati dalle ragazzine e da un’orda di nostalgici degli anni ottanta più crepuscolari e meno edonistici, gli Horrors fecero il botto già dal primo album, Strange House, che li pose inevitabilmente su un piedistallo, rendendoli la nuova bambolina-feticcio della crescente scena indie che stava sorgendo in terra d’Albione. Eppure loro erano così diversi, estranei alle pose glam e ai riccioloni alla Marc Bolan ripescati a forza dai Settanta; vivevano nel loro fascino decadente, da fanciulle androgine/lolite notturne, attirando non pochi seguaci, perché ok la musica, ok la semi-citazione ai Ramones, la cover di Jack the Ripper, ma quei singolari personaggi da fumetto, Spider Webb, Joshua von Grimm, Tom Furse, “The Surgeon” e Faris Badwan (lui sì, con un nome realmente esotico e affascinante da tenerlo così com’è), si erano creati un proprio stile, ben riconoscibile e collocabile in una subcultura mai realmente sopita.
Il fatto che fossero, oltre che entusiasti adolescenti in preda ad un ego trippin’ compulsivo, anche degli ottimi esecutori, autori di live caotici e colmi di pathos, ed interessati a recuperare certe vibrazioni perdute (l’EP omaggio ai Suicide del 2008), li ha aiutati e non poco, e resi creature notturne musicalmente onnivore capaci di manifestarsi con più volti: il freddo razionalismo quasi-kraut di Primary Colours e successivamente la virata psych-pop di Skying li hanno portati verso altri lidi, allo stesso tempo mostrandosi come la cartina di tornasole di un’inversione di rotta che l’indie rock europeo e globale stava vivendo in quel determinato periodo (siamo nel 2011); i Tame Impala di Innerspeaker hanno scosso più coscienze di quanto ci si potesse aspettare all’epoca, eppure gli Horrors, dotati di buone antenne ricettive, furono tra i primi a percepire e cogliere alcune delle nuove tendenze, con notevoli risultati. Senza snaturarsi troppo, i cinque pubblicarono, nel 2014, l’ottimo Luminous, definitivo nel mostrare una “nuova” forma compiuta tra synth profondissimi, chitarre non più taglienti ma fluide, e beat meno ossessivi e più sincopati, con bassi ska e partiture quasi trip-hop.
La virata lì proposta ci porta dunque a questo quinto album (banalmente, V) che, servendosi di un immaginario filo-Jesse Kanda (la copertina dice molto a riguardo), recupera le visioni psichedeliche e synth-pop delle due prove precedenti, filtrando al rosa e immergendo nel liquido lisergico l’immaginario ormai-non-più-dark della formazione britannica. Eppure gli Horrors, nomen omen, non hanno del tutto abbandonato la loro inquietudine, anche passati abbondantemente i trenta e con figli (veri) e figliocci (emuli artistici) a carico, sono ancora in grado di iniettare un po’ di sana e umana inquietudine: partendo dal primo singolo estratto, Machine, la cui tematica e relativo video (diretto dall’animatore e scultore Erik Ferguson) mescola lo sci fi agli incubi corporali di un Cronenberg, ad emergere è una malcelata apprensione per il futuro prossimo e le sorti dell’umana stirpe; su queste tematiche anche il midtempo blues di Ghost (scandito non a caso dal battito di una drum machine), l’opener Hologram («All we holograms, all we visions» recita il refrain) e It’s a Good Life (molto vicina alle parabole dandy e art pop di Sylvian e dei suoi Japan), tutte a interrogarsi su questa tematica, su questo spettro incombente.
L’opera però è tutt’altro che cupa, anzi, volgendo alla ricerca delle ultime tracce di umanità in un mondo piegato e assuefatto dalle nuove tecnologie, gli Horrors confezionando l’album più pop – nel senso più nobile – della loro carriera, servendosi di solari e variopinte soluzioni electro, ponendo in prima linea una produzione digitale molto ricercata a cura del guru Paul Epworth (produttore britannico che ha lavorato, tra gli altri, con Paul McCartney, Adele, Foster the People, Coldplay e all’ultimo U2) e non ultimo facendo un largo uso di campionamenti. A volte l’album sembra però perdere lucidità e potenza, anche e soprattutto quando la mano di Epworth rende blandi i brani più riflessivi (Point of no Reply) con una produzione patinata che stona leggermente con la visione artistica della band. Al contrario, quando il produttore la asseconda negli episodi più acidi e convulsi, ne ripulisce le asperità e ne smussa le spigolosità rendendo un suono più definito e tagliente.
V oscilla tra il crooning di Badwan (ormai songwriter maturo e carismatico chanteur) e il solito diluvio di layers ed effetti shoegaze del chitarrista Josh Hayward, che vanno ad impreziosire piccole perle come una Press ENTER to Exit molto vicina alle visioni lounge di Barry Adamson (piuttosto che la sensuale ed ipnotica Weighed Down). Gli Horrors sono diventati piacionissimi e danno pure l’impressione di divertirsi molto in questa rinnovata veste, che rappresenta forse il lato migliore di tutto l’album: la band ha preso piena coscienza delle proprie doti camaleontiche, e si appiglia a questo ulteriore stadio di crescita succhiandone il fluido e risultando per una volta se stessa, all’interno di un proprio immaginario.
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