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Si sapeva, il gruppo scoperto da James Oldham avrebbe decisamente puntato sull’immagine per catturare l’immaginario punk-rockista dell’Estragon infrasettimanale reduce dal megaponte primaverile.
Il minimo è trovarsi di fronte a un look da trattato di semiotica, cosa che in un Estragon pressoché vuoto, ma colmo di fedeli kid in tinta e altri perlopiù giovanissimi (groupie comprese), prontamente accade. I cinque siglano il patto estetico con abiti neri come la pece, cotonature stile Cure sotto un treno, frangette glam metal californiano, caschetti mod, completi dell’Ottocento e mise attillate dark-rock. In pratica tutto lo scibile da Jack The Ripper ai Sisters Of Mercy (passando ovviamente per i Misfits), ma la sorpresa vera arriva dall’aspetto dato più per scontato, il sound.

A parte Draw Japandal riff piuttosto riconoscibile e un rockabilly vampirizzato non ben identificato, lo show è un misto di saturazioni “Andy Gill meets Ramones” e pesto grottesque à la Nick Cave,  un carro armato di ferraglia trash-punk-rock scaraventata sugli astanti. Garage dark e No Wave. Sporcizia e velocità a tutto volume.
In tutto ciò – tra una tastiera a macinare una serie di riffate da b-movie accelerato, la batteria a battere dannata e la chitarra a riempimento con roboanti cattiverie – è la performance di Faris Badwan lo show nello show, una sfida lanciata a distanza con Angus Andrew, tra biascichi e urla, rantoli e declami Mark Smith in posa Rotten.

Il lungagnone pare aver mandato i video dei Sex Pistols (in particolare la My Way viciousiana) a memoria con tutta la lezione del teatro off a seguire: porta una scala sul palco e ci gira attorno come un pazzo. Sale. Si espone. Gioca con una vecchia radio e fa suoni ubueschi. Lega il roadie con il cavo del microfono. Si contorce in movenze art-punk. Scende tra il pubblico e si concede ai fan. Prende, con l’aiuto del chitarrista, un tavolo e due sedie dal bar e improvvisa un siparietto all’italiana. A contraltare, non tanto il look esagerato di del chitarrista (che farebbe impallidire Nikki Sixx), quanto la curiosa androginia del tastierista truccato in baschetto beat, pose da famiglia Addams e contorsioni sotto anfetamina.

Dimenticavamo la musica: immaginate il disco omonimo registrato in lo-fi e mandato a una volta e mezza la velocità. Uno spassoso bilico tra visceralità e kitchume estetizzante.

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