Un equilibrio perfetto: intervista agli Horrors.
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Tommaso Bonaiuti
- 26 Settembre 2017
«Sono giorni strani, da queste parti», sussurra Joshua dall’altra parte della cornetta, con la sua voce pacata e serafica, e con quel tono da seduta psichiatrica, «è piovuto molto, siamo stati colpiti da questa sorta di tempesta che ha ripulito tutte le strade e ci ha rinfrescati un po’. È stato bellissimo». «È bizzarro», riesco solo ad abbozzare, quando è il mio interlocutore a fermarmi subito: «Cosa è bizzarro?», ed io replico «Il fatto che almeno da voi sia piovuto, qui siamo aridi, non vediamo una goccia da settimane, io sono oberato dal lavoro e dagli impegni, e non vedo l’ora di vedere il mare».
Comincia così, come un colloquio tra superstiti, la mia chiacchierata con Joshua Hayward, meglio noto come Joshua the Third, o Joshua von Grimm (oppure altre decine di nomignoli grotteschi ed orrorifici), da quando, poco più che ventenne, milita tra le fila di una delle band più ammirate e seguite tra quelle nate dalla scena britannica da una decina di anni a questa parte, ovvero gli Horrors. È bizzarro pensare ad una sagoma così crepuscolare accostata alla figura del solleone di fine luglio, ed è ancor più strano pensare che un personaggio che pare uscito dall’alcova del conte Vlad in Transilvania sia in realtà un figlio della working class nato in un piccolo distretto marittimo dell’Essex: «Io ti capisco», facendo eco alla mia volontà di spiaggia e relax, «ci sono nato, in un posto di mare; ma è un rapporto odi et amo, il mio. Devo dire che tutti noi Horrors, che ci siamo formati a Southend on Sea, vivevamo quel posto come una sorta di Beverly Hills provinciale, con i tipi da spiaggia e le ragazze costantemente abbronzate, mentre io e i ragazzi eravamo decisamente più interessati a ciò che accadeva nelle grandi città, dal momento in cui abbiamo cominciato a scambiarci i dischi dei rispettivi genitori appassionandoci ad un certo tipo di musica, dal rockabilly anni cinquanta ad Arthur Brown, dai Birthday Party e i Bauhaus ai CD dei Sonic Youth che mio fratello si faceva spedire per posta nei primi Novanta».
E da qui parte l’amarcord felliniano, Josh torna ai primi giorni della band: «non eravamo i tipici emarginati da film adolescenziale, diciamo che eravamo un tantino strambi. La nostra fascinazione per lo psychobilly, la cultura gotica, i libri di Ann Rice e i racconti di Poe, i film magnifici di Burton, sono tutte coordinate che ci hanno portato a trovarci l’un l’altro, ad alimentare la nostra passione. Iniziammo a provare in qualche umido soffitto, e ci mettemmo un bel po’ prima di trovare qualche posto a Southend che ci facesse suonare. C’era solo un pub pieno di gente ubriaca, reduce dalle partite di calcio, che veniva a sentirci suonare il sabato sera le cover dei pezzi rock ‘n roll anni cinquanta e sessanta, e noi eravamo lì, su questo palco minuscolo in cui a malapena riuscivamo a montare la batteria, truccati e vestiti come in un film dell’orrore. Ci guardavano storto, eppure credo che gli piacesse. Era quasi tragicomico».
Eppure, in quest’immagine da teatrino sbilenco, gli Horrors trovano ragion d’essere e il sentimento che poi li ha spinti a credere in quest’avventura; col senno di poi, abbiamo visto dove i nostri cinque sono arrivati: «verso il 2006 ci spostammo a Londra per registrare il nostro primo demo, qualcuno di noi trovò qualche merdoso lavoro in un fast food, o da H&M – vivevamo tutti in un monolocale affittato nella periferia a sud, era un po’ un inferno, ma in quel momento di disperazione e frenesia ci rendemmo conto che non era poi così difficile trovare da suonare. Iniziammo con lo Spread Eagle, un piccolo locale a Kingsman Road, poi da lì vedemmo che il nostro nome girava, qualcuno si era reso conto di noi. Ci sentivamo un po’ obsoleti, se non altro grotteschi, comparati a tutta quella scena indie che in Inghilterra stava producendo cloni pettinati degli Strokes», dice Hayward con una punta di scherno e un retrogusto di tenerezza. Poi, prosegue, con tono più serio: «La svolta arrivò l’anno successivo, era luglio, proprio come adesso – un luglio non così caldo, ma per noi bollente: suonammo al 100 Club, c’erano un sacco di persone, tra cui discografici e A&R delle maggiori etichette britanniche; il giorno dopo uscimmo su NME, in copertina, e il resto più o meno lo sapete tutti, non vorrei tediarti con la storia della nostra carriera, perché forse abbiamo troppo poco tempo».
Adesso che Joshua e i suoi fratelli (artistici, s’intende) hanno passato tutti la trentina, è giusto parlare un po’ del presente, se non del futuro immediato, visto che gli Horrors hanno pubblicato un quinto album che la dice lunga sulla condizione attuale della band: «Dopo i primi due album sentivamo che c’era qualcosa in noi, una pulsione crescente», racconta Hayward con enfasi, «abbiamo registrato i due album successivi in uno stato di semi-trance, eravamo completamente presi da tutte le cose buone che riuscivamo ad assorbire attorno a noi, in quel momento. Questo ci ha aiutati a rendere Skying (2011) ma soprattutto Luminous (2014) due album “animati” da vita propria, comandati da un impulso irrefrenabile, da una potenza sonora che prima a malapena riuscivamo a raggiungere. Se ci provavamo, lo facevamo attraverso il rumore, un baccano assordante, qualcosa di estremamente catartico ed estremamente distruttivo al tempo stesso. Adesso, come dire, siamo più razionali».

Non posso far altro che accondiscendere, dato che il sound della band pare aver trovato la sua “quadra” ideale proprio da quello Skying che divise, al tempo, il loro pubblico. Eppure Josh usa un termine importante, appropriato, ovvero “razionale”; gli faccio notare come l’ultimo album sia estremamente ponderato, a livello sonoro, come il suo predecessore, e come a tratti risalti la tematica della ragione che prevale sul sentimento, a partire dal testo e dall’immaginario che il potente singolo Machine evoca. Ma, ancora una volta, con gran sicumera ed intelligenza, Hayward mi blocca, prevedendo con spirito divinatorio dove andrà a parare il mio ragionamento; e piano piano, analizza ogni punto in maniera accademica: «Il sound è quello che cercavamo da tempo, ovvero lavorare con un produttore esperto come Paul Epworth. Paul ci ha dato ciò che da soli, o quasi, non riuscivamo a trovare: un equilibrio strumentale, un qualcosa che a mix finito, a bocce ferme, suonasse come un prodotto estremamente calibrato. Volevamo una produzione più pop, più pulita, non per rendere i nostri brani più orecchiabili, ma per renderli più “ordinati”. I bassi non si accavallano, abbiamo lavorato molto sulla sezione ritmica perché è sempre stato il lato difficile delle nostre produzioni precedenti – alle volte, Epworth ci ha portato a considerare soluzioni che per noi erano impensabili, scelte dolorose ma mai superficiali, sempre decisive al fine di rendere il sound più equilibrato, tipo sostituire una vera batteria con dei loop e una drum machine. Il concept non parte da un’idea precisa, senza dubbio le coordinate stilistiche ci sono, e anche Faris [Badwan, il frontman della band, ndSA] ci ha messo del suo, riversando nei testi il suo armamentario pop, il suo bagaglio fatto di racconti di Philip K. Dick e di quei film di fantascienza vintage e super naif che ci costringeva a vedere sin da quando eravamo dei ragazzini».

Si nota infatti come, sia a livello meta-testuale che a livello sonoro, la macchina prevalga in tutto: i samples si moltiplicano, come detto le drum machines prendono piede nella formula della band, e adesso più di prima, i mirabolanti effetti speciali chitarristici del nostro Josh si mescolano, quasi si confondono, con tappeti carpenteriani e colate sintetiche: «Il pregio di aver lavorato a questo album, oltre all’onore e il piacere di aver collaborato con Epworth, è stato il fatto che ognuno di noi ha cominciato ad aggiornare, incrementare il proprio stile sonoro: così facendo, siamo anche diventati più “organici”, un meccanismo ben collaudato». Josh mi lancia degli abbocchi a cui è difficile rinunciare, anche se il tempo è tiranno, e sta davvero per scadere; allora io penso alla prima cosa che mi è venuta in mente, appena ho visto la cover ipnagogica e inquietante dell’album, e il magnifico video a corredo del singolo Machine, già citato in precedenza: «Ti piace David Cronenberg?». Joshua pare spaesato, ma risponde puntualmente: «Sì, anche se credo che siano passati anni da quando ho visto un suo film. Quelli che mi sono rimasti più impressi sono sicuramente Scanners (1981), per via dell’iconica scena della testa che scoppia – ricordo che lo vidi d’estate a casa dei miei nonni, e ne rimasi scioccato per la potenza grafica – e quello dei tizi che “vivono” nel videogioco, quello con Jude Law, come si chiamava? Ah si, eXistenZ (1999)».
Questa volta lo rincorro io, fermandolo e facendogli notare come il brano che forse preferisco del nuovo album, Press ENTER to Exit, abbia in un certo senso a che fare con quest’idea della realtà virtuale in cui tutti preferiamo vivere, rispetto a quella reale: «Curiosa osservazione, se non proprio giusta. Dovresti parlarne con Faris, forse lui ti saprebbe spiegare meglio il significato di tutto ciò, ma credo che questa sia una tematica fondante del nostro nuovo album, un filo rosso che lega brani come Hologram e Ghost, pezzi apparentemente differenti tra di loro. Ed è anche evidente come tu sia stato abile a cogliere i riferimenti a Cronenberg nel nostro ultimo video: l’artista con cui abbiamo lavorato, Erik Ferguson, è uno scultore molto talentuoso, ed ha voluto tradurre la nostra idea, il concetto di ibrido che il brano esprime, attraverso questa scultura bubblegum un po’ kitsch ma abbastanza inquietante da far paura, con i calchi in silicone delle nostre facce; la stessa che, per l’appunto, appare sulla cover del nostro album: very graphic material!».

Lo congedo, riflettendo a voce alta con il mio interlocutore sul fatto di come anche loro, alla fine, siano cambiati, abbiano subito un processo di mutazione: da adorabili drag queens a macchine razionali, ma non prive di sentimento. «Drag queens?!», sbotta Joshua esplodendo poi in una fragorosa risata. Ed è proprio in quel momento che l’invadente segretaria fa il suo (ennesimo) ingresso in scena, sollecitandoci a concludere la nostra breve, seppur intensa e piacevole conversazione. «Beh, non volevo essere offensivo…», dico io, provando a ritrattare sul termine appena utilizzato. «Ma no, tranquillo», risponde l’orrorifico amichetto, «ci siamo abituati. È quello che vogliamo, che abbiamo sempre voluto: forse, mi spaventa e mi infastidisce di più il fatto che un giorno, noi tutti, diventeremo delle macchine».
