Recensioni

7.5

Il procedere compositivo di Teho Teardo è ormai certificato e riconoscibile come un trademark. Una nutrita discografia in solo – al netto di colonne sonore e collaborazioni, la più recente delle quali è quella con Blixa Bargeld – è lì a dimostrarlo: la musica di Teardo (grosso modo sintetizzabile in una formula come “classica contemporanea dal taglio cinematografico composta da chi viene dall’industrial”) è fatta di suggestioni e connessioni più o meno visibili e/o percepibili che riescono a trovare percorsi e traiettorie a volte inattese, spesso sorprendenti. Che attingono da libri (Grief Is The Thing With Feathers ispirato dall’omonimo romanzo di Max Porter, poi divenuto pièce teatrale) come da opere teatrali (Ballyturk o Arlington), dalla settima arte, il cinema (come nel caso dell’opera ispirata dai film di Man Ray Le Eetour à La Raison), come dall’ottava, la fotografia (Music for Wilder Mann), da interi movimenti ideologici (l’Encyclopédie di Diderot e D’Alembert come elemento base dell’Illuminismo in Ellipses Dans L’Harmonie) come da frammenti del quotidiano (i molti field recordings notturni catturati un po’ ovunque). E che spesso si intersecano, si influenzano, vanno e tornano più o meno carsicamente, facendo delle musiche del compositore friulano un corpus unico e coerente di cui i singoli dischi sono al contempo dei piccoli tasselli e anche una sorta di continua mise en abyme.

Nel caso del presente lavoro, il riferimento è palese: il mondo, vero e proprio sottosopra prima dei vari metaversi, di Twin Peaks, con corollario di genialità varie, da Lynch a Badalamenti, di cui viene ripresa in apertura la notturna e malinconica Falling, e di ospiti di livello come al solito, tra cui spicca la presentazione opera di Paolo Pecere, il pianoforte di Stefano Bollani, la presenza estatica di Keeley Forsyth, i fiati di Gabriele Coen e la voce notturna di Abel Ferrara, per fare qualche nome. E quindi acquista senso l’idea della mise en abyme, del disco nel disco esattamente come nella serie-culto di Lynch c’era una città nella città, e altrettanto esattamente come in questo disco ci sono frammenti di altri dischi – per ammissione dell’autore, dalle opere di Barbara Strozzi, Henry Purcell, Angelo Badalamenti e Bach, tutti rigorosamente introiettati e risemantizzati – e musiche da altre musiche (And The Birds Will Have Their Say proviene dallo spettacolo dantesco in collaborazione con Elio Germano; The Ghost of Piacenza da una pièce di Enda Walsh) o suggestioni da altre suggestioni (il titolo di Fuochi alleati è ispirato dal romanzo di Roberta loli) e via dicendo, in una serie di canzoni che sono scatole cinesi di meraviglie che si riverberano da un altrove per proiettarsi in un altro.

Tra droni e corde, voci bianche e baritonali, strumentazione di ieri e di oggi (dalla spinetta ai synth), convenzionale e non (la sega, un piano danneggiato, ecc.), riverberi e dilatazioni, stasi e rumori ambientali, atmosfere malinconicamente romantiche e perversamente oscure, gli “infinitives” che danno il titolo all’album, declinabili sia come tempo verbale che come suggestione cosmica, sono plurali come i vari mondi, sonori, visivi, immaginari, visionari, ecc. che Teardo ha ben condensato nell’album che forse è lo zenith del suo percorso creativo.

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