Recensioni

Con un titolo simile – Christian & Mauro – ovvio che si riconduca questo terzo passo della strana coppia Teardo/Bargeld a qualcosa di più intimo e personale. La press ci suggerisce invece che no, non è quello ciò che i due hanno voluto raccontare nel disco; anzi, lo sguardo è insieme particolare e universale, di qua e di là del binocolo attraverso il quale il duo osserva le vicende umane nel macro e nel micro.
Supportati come sempre da un’ampia gamma di ospiti, una sorta di piccola orchestra che rende cameristiche le composizioni del duo, e genericamente legati a quella forma di avant-(chamber)-pop ricercato che ha caratterizzato gli album precedenti, i due continuano a scandagliare uno spettro umano compreso tra le distanze siderali del cosmo e le evenienze più terrene. Un esempio della seconda è la rendition della passacaglia secentesca Della vita attribuita a Stefano Landi, qui attualizzata alle (inutili) professioni dell’oggi (gamer, podcaster, gli ospiti di quiz e talk show…) in Bisogna Morire, mentre della prima è Dear Carlo, il cui riferimento è il Rovelli de L’ordine del tempo.
Due tra i momenti più ironici dell’album ma anche quelli più pregnanti per comprender quello sguardo a-temporale a cui si faceva riferimento sopra: passato e presente, paure umane e immaginazione senza confini, slancio verso l’insondabile e tangenza con la quotidianità si intersecano, si influenzano e si rivendicano, elaborando un’indagine sul presente a tutto tondo. Un presente in cui i due, come si può notare dalla splendida copertina-collage opera di Amanda Ooms dove, come sempre accade con gli album del duo, sono disseminati indizi e suggestioni, sono calati eppure distanti, pronti a osservare con distacco e, al contempo, a vivere con trasporto.
Christian & Mauro è quindi un disco di (apparenti) ossimori: classico e attuale, orchestrale e ruvido, intimo e universale, ironico e (tragicamente) serio. È capace di mettere in scena tutto il mestiere dei due, l’affabulatoria voce in tante lingue del tedesco e la capacità visivo/visionaria delle musiche per immagini del nostro, ma mai in modo stanco o di maniera. C’è sempre un lampo, che sia una citazione de- o ri-contestualizzata oppure un suono apparentemente discordante, che fa di queste canzoni – che, in fin dei conti, sono canzoni, pure orecchiabili e memorizzabili – un perfetto esempio di cosa dovrebbe essere un album: qualcosa da ascoltare e, soprattutto, attraverso cui riflettere. Sull’essere umano, sulla caducità dell’esistenza, sul tempo come convergenza, sull’artista come colui che perde gli occhi per vedere meglio e su tanto altro ancora da scoprire in ogni anfratto, sia esso passaggio sonoro o calembour vocale, di un lavoro ottimo.
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