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7.5

Mai banale nei percorsi ideal-ideologici che concorrono a formare ogni suo disco, Teho Teardo. Ma mai come ora – impossibile prevederlo anche solo un paio di mesi fa, figuriamoci al momento del concepimento, della realizzazione e della registrazione del disco – l’intuizione che sottostà a questo nuovo album Ellipses dans l’harmonie/Lumi Nel Buio è più che di forte attualità.

Sì, i lumi della ragione non sembrano passarsela bene in questi anni di oscurantismo e chiusura dettati da paura e risentimento, ma l’ultima emergenza sanitaria sembra aver coagulato comportamenti che rasentano veramente la superstizione, che si cibano di ignoranza e arroganza da social, e che producono tutto quanto di deleterio possa esserci: panico, psicosi, paura. Sia come sia, è chiaro che un lavoro del genere, ispirato dalla copia originale dell’Encyclopedie di Diderot e D’Alembert conservata presso la Fondazione Feltrinelli e a cui Teardo ha avuto, beato lui, accesso, sia di stretta necessità. In particolare, sono state le diverse partiture presenti nel testo settecentesco a mo’ di esempio per “insegnare a scrivere un contrappunto, una cadenza, oppure come lavorare con l’armonia” a colpire il compositore friulano, al punto non solo da fargliele suonare, ma di utilizzarle come ispirazione, come mappatura, come deposito memoriale, come ponte tra dimensioni ed ere diverse ma finalizzate ad uno stesso “scopo”. Quale? Beh, non è difficile intuirlo se si considera l’album come un lavoro non strettamente musicale quanto anche politico, come ammonimento e insieme recupero memoriale, come una specie di esercizio metempsicotico, come una chiamata alle armi della ragione, come traslazione di un concetto apparentemente ben radicato in una realtà storica che, quel concetto, ha via via reso sbiadito se non proprio dimenticato.

Rimanendo al solo ambito musicale, le dieci tracce per i 42 minuti dell’album, interamente strumentali, proseguono nella scia del canone che Teardo ha ormai da anni elaborato, sia nelle prove a supporto di spettacoli teatrali e/o della dimensione cinematografica (il bellissimo Grief Is The Thing With Feathers), sia nelle prove “in solo” (l’altrettanto bello Le Retour À La Raison). Una sorta di elegante e sospesa post-classical (l’opener Cadence Féminine è un trionfo mai banale di archi e traiettorie immaginifiche), “sporcata” da elettronica e disturbi vari qua e là (l’attacco di Césures Rélatives) e, in questo caso più che altrove, quasi hauntologica (il pulviscolo “dronico” della conclusiva title track), nel suo riuscire a rievocare, quasi tangibilmente, quei fantasmi del passato a cui Teardo ha guardato, appoggiandosi all’Encyclopedie, esclusivamente per proiettarsi al futuro e “progettare un mondo diverso”.

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